Il Castello Aragonese è un edificio di straordinaria bellezza, che si trova sopra un’isolotto adiacente all’Isola di Ischia, di fronte all’isola di Procida. Situato nello splendido panorama del Golfo di Napoli, offrì rifugio e accoglienza agli Ischitani durante i turbolenti secoli delle incursioni dei pirati, quando dal mare arrivavano orde di assalitori in grado di razziare città e villaggi.

Sotto, il castello Aragonese. Fotografia di Roberto De Martino condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Nel 1575 il Castello, una vera e propria città con 13 chiese, un convento di monaci, una casamatta per la guarnigione e anche un vescovo e una cattedrale, si arricchì della presenza delle Clarisse, che giunsero al seguito di Beatrice Quadra, vedova di Muzio d’Avalos, che si insediò con quaranta suore provenienti dal convento di San Nicola.

Le suore erano destinate alla vita di clausura sin da giovanissima età, una misura adottata dalla famiglie nobili dell’epoca per evitare di dividere l’eredità in troppe parti, e in particolar modo per preservarla per i figli maschi. La storia del convento durò all’incirca 250 anni, e terminò nel 1810, quando il generale francese Gioacchino Murat soppresse tutti gli ordini religiosi per impossessarsi delle loro ricchezze.

Sotto, Gioacchino Murat ritratto da François Gérard:

In questo lungo lasso di tempo le monache vissero e morirono in un territorio di straordinaria bellezza, adottando un particolare stratagemma per ricordare a sé stesse la caducità della vita. Adiacente al cimitero monastico si trovava infatti il Putridarium, una piccola sala dove i corpi in putrefazione delle suore decedute venivano posizionati seduti in attesa che i batteri li disfacessero del tutto.

Vista di Ischia dal Castello Aragonese. Fotografia di Luca Scognamillo condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

La sala era frequentata quotidianamente dalle monache (vive) che pregavano per le defunte e osservavano i cambiamenti del loro corpo. I cadaveri infatti “scolavano” i propri liquidi all’interno del foro posto sotto la seduta, purificando l’anima dalla carne, aspetto corruttibile dell’esistenza umana. Il Putridarium, o Scolatoio, era quindi una specie di purgatorio per le defunte, dove il corpo si liberava definitivamente delle proprie impurità per rimanere soltanto nella sua essenza, le ossa, che venivano in seguito sepolte nel cimitero adiacente.

Sotto, il Putridarium, fotografia di Orric condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Le monache che pregavano nella stanza avevano evidente la locuzione latina:

“Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris – Ricorda, uomo, che polvere sei e in polvere ritornerai”

Che rischiava di tradursi in un presagio di morte rapidissimo. L’ambiente della stanza, piccola e senza finestre, era insalubre e contaminato dai batteri dei corpi in disfacimento, e spesso le monache si ammalavano a causa delle ore in preghiera spese al suo interno. Conservatosi nel corso del tempo, oggi il Putridarium è visitabile all’interno del Castello Aragonese.

I Putridarium in tutta Italia

Lo scolatoio delle Clarisse di Ischia non è certamente il primo né l’unico in tutta Italia. Nell’antico Regno delle Due Sicilie gli scolatoi erano comuni, e se ne trovano a Napoli, Palermo, Piazza Armerina, Eboli, Matera, Lamezia Terme e moltissime altre città. La loro scomparsa definitiva risale all’inizio del XX secolo, quando le autorità sanitarie misero in atto provvedimenti di sicurezza per i chierici e i fedeli.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...