Fino a 142 anni fa, dove oggi c’è una fertile valle, orgoglio dell’agricoltura abruzzese e italiana, c’era il terzo lago più grande d’Italia: il Fucino.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Immagine satellitare del Fucino

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Un lago un po’ anomalo il Fucino, che crea molti problemi a quei contadini che vivono e coltivano la terra intorno alle sue sponde. E non solo in tempi recenti, ma già dai lontanissimi anni dell’epoca di Roma repubblicana.

Già il nome dice molto sulle caratteristiche dello specchio d’acqua, che talvolta sembra assomigliare più a una palude che a un lago: Fucino potrebbe significare, seguendo un’etimologia pre-romana, “luogo melmoso”; un poeta greco invece chiama il lago “palude di Forco”, ispirandosi alla primordiale divinità marina che aveva quel nome; oppure ancora potrebbe richiamare il colore rossastro di cui talvolta si tingevano le sue acque, a causa di alcune alghe, che richiamava le tonalità incandescenti di una fucina.

Il lago Fucino raffigurato in una carta geografica – Galleria delle Carte Geografiche dei Musei Vaticani

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Il Fucino è un lago senza nessun sbocco, che aumenta o diminuisce di livello solo a seconda delle variazioni climatiche stagionali. Quando il bacino si riempie, le sue acque allagano i terreni circostanti, danneggiando le coltivazioni; quando invece, per effetto dell’insolazione il livello cala, ecco che terreni paludosi rendono insalubre l’area, soggetta alla malaria.

Il Lago Fucino e le montagne d’Abruzzo – Jean-Joseph Xavier Bidauld, 1789


In epoca romana i Marsi, che abitano la zona, chiedono al grande generale Giulio Cesare di provvedere in qualche modo alla bonifica di quella loro piana così fertile eppure tanto soggetta ai capricci del meteo.

Lo storico romano Svetonio racconta che Giulio Cesare ha in animo di provvedere con un’opera che avrebbe dato lustro e prestigio a Roma, progettando contestualmente una strada che avrebbe dovuto correre dal Mare Adriatico al Tevere, attraverso gli Appennini. Il grandioso progetto viene fermato dalla sua morte per mano dei congiurati, che vedono in Cesare un pericolo per la sacra istituzione della Repubblica, che comunque dura poco.

I Marsi continuano a chiedere aiuto agli imperatori che si succedono dopo la morte di Cesare, ma è solo Claudio, un’ottantina di anni dopo, che dà loro ascolto.

Busto dell’Imperatore Claudio

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Il progetto è estremamente ambizioso e quanto mai arduo: occorre scavare una galleria attraverso il monte Salviano, che faccia defluire in parte le acque del Fucino nel fiume Liri.

I lavori iniziano nel 41 d.C e si concludono undici anni dopo: la montagna è attraversata da un canale (emissario artificiale del lago) e sei cunicoli, serviti da trentadue pozzi. Il tunnel nel ventre del Monte Salviano è lungo all’incirca sei chilometri: passeranno 1800 anni prima che venga realizzato, con ben altri mezzi, un traforo più lungo, quello ferroviario del Frejus.

Il cunicolo maggiore del Monte Salviano

Immagine di Claudio Parente via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

A compiere l’opera ci sono qualcosa come 22.500 schiavi e 7.500 operai tra muratori, fabbri e carpentieri, che lavorano giorno e notte, alternandosi in tre turni.

Il naturalista (e ammiraglio) Plinio il Vecchio, spinto dalla sua inestinguibile curiosità, visita il cantiere e racconta: “Si dovette tagliare con lo scalpello la roccia viva e ogni lavoro si dovette approntare a turni implacabili, nelle viscere del monte nella più totale oscurità; cose queste che non possono essere comprese se non da chi le vide, né il linguaggio umano è capace di descriverle.”

Imbocchi del cunicolo maggiore

Immagine di Claudio Parente via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Quel progetto grandioso arriva a compimento nel 52 d.C., ma nessuno storico dell’epoca racconta quanti di quegli schiavi e operai (certamente non furono pochi) morirono durante la sua realizzazione.

Imbocco dell’emissario artificiale

Immagine di Claudio Parente via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

In compenso sappiamo, anche se non con precisione, quanti uomini rinchiusi nelle prigioni romane furono “arruolati” per partecipare al grandioso spettacolo organizzato in occasione dell’inaugurazione dell’opera: sono all’incirca 19.000.

Claudio, orgoglioso di quella mastodontica impresa di ingegneria idraulica, vuole offrire ai presenti una rappresentazione degna dell’occasione, qualcosa di indimenticabile:

Una naumachia come non si era mai vista prima

Le battaglie navali non sono una novità per i Romani, ma quella sul Fucino doveva oscurare il ricordo di tutte le precedenti. Secondo quanto scrivono Svetonio, Tacito e Dione Cassio, vengono appositamente costruite un centinaio di galee, divise in due squadre che rappresentano due popoli, i Rodiesi e i Siculi.

I prigionieri sanno che quella sarà una battaglia all’ultimo sangue e, sfilando davanti all’imperatore, lo salutano con la frase “Ave, imperator, morituri te salutant”, coniata, almeno secondo Svetonio, proprio in questa occasione (poi diventerà usuale nella forma più conosciuta “Ave, Caesar, morituri te salutant”).

Ad assistere allo spettacolo c’è tutta la Roma che conta, a partire da Claudio e sua moglie Agrippina con il figlio Nerone, che si godono la naumachia, insieme alla corte, da un palco sistemato proprio nei pressi dell’inghiottitoio dell’emissario.

Sul lago ci sono le galee che si fronteggiano, attorniate da decine di altre piccole navi dotate di armi, messe lì a guardia dei forzati combattenti: nessuno deve tentare di scappare a quel destino di morte. Le acque del lago si tingono di rosso, non per le alghe ma per il sangue di tutti i morti e i feriti che lottano per il divertimento dei nobili romani.

Ai pochi sopravvissuti, l’imperatore Claudio concede la libertà

Dopo la naumachia arriva il momento tanto atteso, l’apertura del canale sotterraneo che deve far defluire parte delle acque del Fucino. La grandiosa opera si rivela un fallimento, vuoi perché nel frattempo la porosa roccia carsica era in qualche punto franata, vuoi perché il canale non era stato scavato a un livello appropriato.

Sbocco dell’emissario a Capistrello

Immagine di F.angelo via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Dopo aver risolto quei problemi, Claudio organizza una nuova inaugurazione, questa volta corredata da uno spettacolo gladiatorio all’asciutto e da un banchetto approntato sempre nei pressi dell’inghiottitoio. Anche in quella seconda occasione c’è un intoppo: quando si alzano le paratie, l’acqua si incanala anche in una galleria costruita in una direzione sbagliata e lasciata senza sbocco.

L’acqua che refluisce ha l’effetto di un maremoto e con la sua forza provoca dei crolli nella galleria sotterranea e inonda il palco dove è già in corso il banchetto della corte imperiale. Ancor più di Claudio è furibonda l’imperatrice Agrippina, che accusa i due sovrintendenti ai lavori, i liberti Narciso e Pallante, di essersi messi in tasca buona parte dei sesterzi stanziati per la realizzazione dell’opera. Quell’accusa cadrà nel vuoto e, almeno per quell’episodio, i liberti di fiducia di Claudio non ne pagheranno le conseguenze…

Nonostante tutti questi errori, alla fine, il bacino del Fucino si riduce e si risolvono i problemi di inondazione e quelli dovuti alla paludosità delle rive: l’agricoltura rifiorisce e le valli lì intorno vengono scelte dai nobili romani come luoghi di villeggiatura.

Le tre bocche del cunicolo maggiore

Immagine di Marica Massaro via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

I “cunicoli di Claudio”, come sono chiamati ancora oggi, hanno bisogno di continua manutenzione, non solo per gli sbagli commessi durante la costruzione, ma anche per la natura stessa delle rocce del monte Salviano. Gli imperatori Traiano e Adriano investono soldi e forza lavoro nelle opere di mantenimento dell’emissario artificiale, tanto che il bacino del Fucino si rimpicciolisce ulteriormente.

Quando però l’impero romano crolla nessuno più si occupa di quei canali, che finiscono per ostruirsi del tutto.

Interno del cunicolo del Ferraro

Immagine di Valemdc via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Solo 18 secoli dopo qualcuno ha il coraggio e i soldi necessari per ripensare in grande a quel progetto (nel corso dei secoli tutti i tentativi di ripristinare gli antichi cunicoli falliscono). E’ Francesco I, sovrano del Regno delle due Sicilie, che ordina di rimettere in funzione l’emissario, ma è solo quando prende in mano la situazione il banchiere romano Alessandro Torlonia che l’opera inizia a concretizzarsi.

Alessandro Torlonia

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Occorrono una ventina d’anni, tra il 1854 e il 1873, perché gli ingegneri, i tecnici e le maestranze vedano la conclusione dei lavori, durante i quali viene recuperato in parte l’antico canale voluto da Claudio. E’ solo il 1° ottobre 1878 che il lago Fucino viene dichiarato ufficialmente prosciugato, grazie al costante impegno personale e finanziario profuso da Alessandro Torlonia, che poi sarà investito del titolo di Principe del Fucino.

L’imbocco dell’emissario claudio-torloniano

Immagine di Marica Massaro via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Il lago del Fucino si è trasformato, non senza controversie anche aspre da parte degli abitanti del posto, in una delle pianure più fertili d’Italia, che vede incrementare la sua produzione agricola quando le terre del bacino vengono gradualmente espropriate (a seguito della riforma agraria del 1950) alla famiglia Torlonia.

Lotte contadine a Ortucchio – 1950

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Al di là di ogni considerazione su nobili e cafoni marsicani (ne parla Ignazio Silone nel suo Fontamara), il prosciugamento del Fucino rimane una grandiosa opera di ingegneria idraulica, nata dalla orgogliosa visione di un imperatore romano e portata a termine da un banchiere sempre romano: che fossero sesterzi o lire (che diventa nel 1862 la moneta del Regno d’Italia) quello che occorreva, in fondo, erano i soldi.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.