Situazioni disperate richiedono misure disperate. Nella storia, non esiste momento peggiore di quello in cui gli stati più potenti della terra combattono per distruggersi a vicenda, come avvenne durante la seconda guerra mondiale. Ad un certo punto, le nazioni alleate contro le forze dell’Asse tedesco-giapponese si trovarono a corto di acciaio, metallo indispensabile per qualsiasi tipo di armamento.

Nel Nord Atlantico, la flotta britannica era presa di mira dai sottomarini tedeschi, che affondavano ad un ritmo allarmante anche le navi da approvvigionamento statunitensi, intercettandole durante la loro traversata dal Canada al Regno Unito. Occorrevano aerei per proteggere le navi, ma nel bel mezzo dell’oceano l’unico mezzo per usare l’aviazione era quello di avere a disposizione una portaerei. Il problema però, era rappresentato dall’enorme quantità di acciaio necessario alla costruzione di una tale nave, proprio nel momento in cui quel materiale iniziava a scarseggiare. Ciò che in realtà occorreva, era una stazione di rifornimento per gli aerei, ma la sua realizzazione non doveva compromettere le poche risorse disponibili.

Lo scienziato britannico Geoffrey Pyke fece una proposta stravagante quanto fantastica: costruire una portaerei di ghiaccio, che è un elemento duro, non affonda ed è semplicemente riparabile. Pyke suggerì di tagliare un grande pezzo di ghiaccio da un iceberg artico, per rimorchiarlo nel medio Atlantico. La sua superficie doveva essere livellata, per consentire l’atterraggio dei velivoli, che potevano anche essere ricoverati in un tunnel eventualmente scavato al suo interno. In qualche modo, lo scienziato riuscì a farsi ascoltare dal comandante Lord Mountbatten, che a sua volta convinse Winston Churchill.

La guerra poteva essere vinta con il ghiaccio

Churchill approvò il progetto, che fu identificato con il nome in codice di “Progetto Habakkuc”, un riferimento al versetto biblico del profeta Habakkuc (o Abacuc): ‘…sarete assolutamente stupiti, perché io sto per fare qualcosa nei vostri giorni che non avreste creduto, anche se v’è stato detto…’

Pyke immaginò una portaerei lunga 600 metri, larga 90, e del peso di più di 2 milioni di tonnellate, a prova di siluro grazie ad uno spessore di 12 metri. Doveva essere equipaggiata con 40 torrette e numerosi cannoni anti-aerei leggeri, mentre la pista di atterraggio avrebbe dovuto ospitare fino a 150 bombardieri bi-motori, o caccia.
Questo era il sogno dello scienziato, che si scontrò con l’amara realtà: il ghiaccio si scioglieva! Geoffrey Pyke non si arrese, e trovò la soluzione: un sistema di refrigeramento costituito da una complessa rete di tubi, che avrebbe raffreddato tutta la nave.

Fu velocemente dato il via alla costruzione di un prototipo, lungo 18 metri e del peso di 1000 tonnellate, nelle acque del Patricia Lake, nelle Montagne Rocciose canadesi. Un sistema di refrigerazione doveva mantenere la temperatura necessaria per impedire lo sciogliersi del ghiaccio.

Durante i test sorsero altri problemi: anche se il ghiaccio è duro, è un materiale piuttosto fragile, inoltre, si deforma sotto la pressione di un peso. Nel frattempo però, due ricercatori del Polytechnic Institute di Brooklyn (New York), diedero un’insperata opportunità al progetto: se della pasta di legno viene mescolata con l’acqua e congelata, il materiale risultante diventa quattordici volte più forte del solo ghiaccio, e più duro del cemento. Gli esperimenti dimostrarono che questo nuovo materiale, chiamato pykrete (in onore di Pyke), era altamente resistente alla compressione, alle rotture, e persino ai proiettili.

La storia racconta che un giorno, verso la fine del 1942, Churchill stesse facendo il bagno a casa sua, quando un eccitato Lord Mountbatten fece irruzione nella sua stanza da bagno e lasciò cadere un pezzo di pykrete nella vasca. Per i minuti successivi, i due osservavano con stupore che il ghiaccio non si scioglieva nell’acqua calda.

Il materiale miracoloso era esattamente ciò che serviva a Pyke. Secondo i progetti, ogni nave avrebbe richiesto 300.000 tonnellate di pasta di legno, 25.000 tonnellate di truciolato, 35.000 tonnellate di legname e 10.000 tonnellate di acciaio. Il costo originario doveva aggirarsi sulle 700.000 sterline. Ma, procedendo con il progetto, divenne evidente che occorreva una maggiore quantità di acciaio e un isolamento più efficace, così la stima dei costi salì a 2,5 milioni di sterline (quasi 120 milioni di euro attuali). Inoltre, la nave avrebbe raggiunto appena i sei nodi di velocità, con una manovrabilità molto limitata.

Il problema più grande rimaneva comunque la materia prima stessa. Come l’acciaio, il legno cominciava a scarseggiare, e la costruzione anche di una sola Habakkuc avrebbe gravemente compromesso la produzione di carta. A questo si aggiunse la complessità della costruzione: il sistema di isolamento, e quello di refrigerazione di una struttura così grande avrebbe impegnato per troppo tempo molta manodopera, cosa che nessuno degli alleati poteva permettersi.

Alla fine, il Progetto Habakkuc fu abbandonato e furono adottate misure più semplici, come la creazione di campi di aviazione nelle Azzorre, che facilitarono la caccia degli U-boot nell’Atlantico, o l’aggiunta di serbatoi di carburante più grandi agli aerei inglesi, per aumentare il tempo di pattugliamento sopra l’Atlantico.

Oggi, gli unici resti tangibili del Progetto Habakkuc si trovano in fondo al Patricia Lake, in Canada, dove fu testato il prototipo. Una spedizione subacquea, nel 1985, ha trovato le pareti di legno dello scafo, un guazzabuglio incredibile di canalizzazioni dell’aria fredda, insieme a una grande quantità di bitume utilizzato per la coibentazione, ed una targa commemorativa subacquea del progetto.

Fonti: Wikipedia, UntestedArms

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.