Il processo e l’esecuzione di Maria Antonietta

Maria Antonietta, o Marie Antoinette come la chiamavano in Francia, è una delle regine più celebri della storia. E’ famosa non tanto per la sua vita (ma anche per quella con episodi come lo scandalo della collana e i suoi amori e amanti) quanto per la morte, finita ghigliottinata a Place de la Révolution il 16 ottobre del 1793. Quel giorno è tornato alla ribalta perché viene mostrato nel nuovo film di Ridley Scott Napoleon, ma come e perché Maria Antonietta arriva ai piedi del boia, a cui forse, ma forse è una leggenda metropolitana, pesta un piede scusandosi con un “pardon monsieur”? Lo scopriamo nel video di oggi ma prima vi ricordo che potete sostenere il nostro progetto di divulgazione culturale iscrivendovi al canale YouTube, a voi non costa nulla ma per noi fa tutta la differenza del mondo, basta un clic, e se volete toccare Vanilla anche in modo fisico potete ordinare la nostra rivista di dicembre 2023 sullo store online, trovate i link ai prodotti direttamente qui, nel video, grazie mille.

Il processo e l’esecuzione di Maria Antonietta furono tra gli eventi iniziali del Regime del Terrore durante la Rivoluzione francese. Maria Antonietta fu dichiarata colpevole di alto tradimento e giustiziata il 16 ottobre del 1793. L’odio per la sovrana, moglie di Luigi XVI, era forte almeno dal 1785, dall’epoca dello scandalo della collana, in cui la si accusava di aver speso una cifra immensa per il vezzo di un gioiello. Allo scoppio della Guerra della Prima Coalizione (1792-1797), ovvero l’alleanza delle monarchie europee contro i rivoluzionari, sperava di far terminare la Rivoluzione inviando segreti militari ai suoi contatti in Austria, ma finì imprigionata insieme alla sua famiglia dopo l’assalto al Palazzo delle Tuileries nell’agosto del 1792. Dopo il processo e l’esecuzione di suo marito Luigi XVI, nel gennaio 1793, rimase imprigionata insieme alla cognata, Madame Elizabeth, e a due dei suoi figli: la principessa quattordicenne Marie-Thérèse e il piccolo Louis-Charles, di otto anni, riconosciuto dai realisti come Luigi XVII, legittimo re di Francia.

La vedova Capeto

Luigi XVI è stato ghigliottinato il 21 Gennaio 1793 dopo un lungo processo, e Maria Antonietta si trova ora rinchiusa nella Torre del Tempio, un antico maniero dell’epoca del Cavalieri Templari reimpiegato come prigione. Nei giorni successivi alla morte del marito l’ex regina parla a malapena e mangia raramente. Si rifiuta anche di andare a prendere aria nei giardini, perché per farlo deve passare davanti alle stanze vuote che erano state del re. Luigi e Maria Antonietta si erano sposati per dovere di stato, forse non si erano amati nel senso moderno dell’amore passionale, ma provavano l’uno per l’altra un profondo affetto. Durante la prigionia Maria Antonietta è pallida e malaticcia, i suoi capelli sono diventati bianchi per lo stress. I suoi carcerieri non la chiamano più “sua maestà o regina”, ma “Vedova Capeto” oppure come Antonietta Capeto. Immaginiamo il passaggio da regina a ultima delle prigioniere.

Nonostante dolore e avversità nel febbraio del 1793 l’ex regina può pensare che il peggio sia passato. Con la morte di Luigi si è interrotto il viavai di avvocati e funzionari dalla Torre del Tempio, e i prigionieri hanno riguadagnato un po’ di quella privacy di cui sentivano il bisogno da tempo. Le guardie non controllano le loro conversazioni e a Maria Antonietta viene persino consentito di ordinare un abito nero per il lutto del marito.

Forse Maria Antonietta pensa che possano persino liberarla, che lei e i figli possano essere estradati in Austria, chissà. A Luigi XVI era stato assicurato che alla famiglia non sarebbe stato fatto nulla, d’altronde non ce n’era motivo, i bambini e la moglie non avevano commesso crimini, e questa promessa viene ribadita anche a Maria Antonietta dicendole che l’idea della sua esecuzione sarebbe un “orrore gratuito” contrario alla politica della Rivoluzione. Insomma si può stare tranquilli, la morte non è un’opzione. Ma le cose, cambiano, e cambiano velocemente se il periodo è quello della Rivoluzione Francese.

Queste promesse vengono fatte in un momento di ascesa francese, quando le armate rivoluzionarie stavano respingendo la Coalizione sia in Germania sia in Belgio. Nel giro di un mese gli esiti delle campagne militari e le prospettive politiche sono radicalmente cambiate. A febbraio l’elenco dei nemici della Francia si allunga fino a comprendere la Gran Bretagna, la Spagna e la Repubblica olandese, mentre il 18 marzo gli austriaci ottengono un’importante vittoria nella battaglia di Neerwinden, riconquistando il Belgio e costringendo i francesi a difendersi vicino al confine. Nello stesso mese in Francia scoppia la Guerra di Vandea, una ribellione cattolica e realista che riconosce il figlio di Maria Antonietta, il delfino Luigi Carlo, come re Luigi XVII.

I leader della rivoluzione si sentono attaccati e braccati, e si scagliano contro quella che definiscono la “lupa austriaca e i suoi cuccioli reali”. Maximilien Robespierre chiede che l’ex regina venga trascinata davanti al nuovo Tribunale Rivoluzionario per essere processata, ricordando ai colleghi che aveva passato segreti militari ai nemici della Francia e che non doveva essere lasciata impunita a godere dei frutti dei suoi tradimenti. Siamo ad Aprile. Dopo l’istituzione del Comitato di Pubblica Sicurezza la Repubblica dà un giro di vite alla nobiltà, arrestando personaggi di spicco come il Duca d’Orléans e Luigi Francesco Giuseppe di Borbone-Conti. La regina viene sottoposta a perquisizioni notturne nelle sue stanze e i giacobini ordinano di sbarrare le finestre.

La posizione della regina si complica, sempre di più. Suo nipote, Francesco II d’Asburgo-Lorena, Imperatore del Sacro Romano, è poco interessato alla libertà di una zia che non ha mai conosciuto. Non accetta nessuna ipotesi di riscatto o scambio con prigionieri di guerra francesi, e i successi militari dell’Austria garantiscono una certa tranquillità. Il generale dell’imperatore in Belgio, Federico Giosia di Sassonia-Coburgo-Saalfeld, non ritiene strategico tentare di liberare la regina quando ci sono armate francesi in fuga e sta vincendo la guerra, e gli ufficiali austriaci non vogliono avere a che fare con i “briganti” rivoluzionari, in più hanno paura che qualsiasi tentativo di discutere il rilascio di Maria Antonietta avrebbe spinto i rivoluzionari a processarla.

Un figlio rubato

Ma l’inazione dell’imperatore tedesco fa andare su tutte le furie molti degli amici rimasti di Maria Antonietta. Il conte Hans Axel von Fersen, amante di Maria Antonietta che si era speso in tutti i modi per liberare lei e la sua famiglia, fra cui ricordo l’organizzazione della rocambolesca fuga a Varennes, si impegna a radunare un gruppo di realisti, di recarsi a Parigi e di assaltare la Torre del Tempio in una vera e propria missione suicida. Il conte de La Marck scrive alla corte di Vienna perché offra un riscatto per la regina, scrive queste parole di preciso: “quanto sarebbe stato imbarazzante per il governo imperiale se un giorno la storia avesse potuto dire che a 40 leghe di distanza da formidabili e vittoriosi eserciti austriaci, l’augusta figlia di Maria Teresa era morta sul patibolo senza che fosse stato fatto alcun tentativo per salvarla”.

Ma alla fine Fersen viene dissuaso dalla sua missione e La Marck capisce che l’Imperatore non avrebbe mosso un dito. Soltanto con dei piani clandestini si può tentare di salvare la regina. Viene fatto un tentativo nel marzo del 1793, proprio quando la posizione della regina aveva cominciato a peggiorare. Il piano prevede di far uscire di nascosto Maria Antonietta e i figli, travestiti con cappotti militari, per essere portati prima in Normandia poi in Inghilterra. Il complotto però viene sventato quando uno dei cospiratori si tira indietro e non riesce a procurarsi i documenti falsi. Un altro complotto viene sventato in giugno, quando Antoine Simon, ex ciabattino e membro della Comune di Parigi, scopre un cospiratore che si aggira fuori dalle stanze della regina. E poi c’è François Augustin Reynier de Jarjayes, che entra nella torre del tempio e tenta di portar via la regina, che però si rifiuta di lasciare i figli al proprio destino.

Questi tentativi di salvataggio falliti peggiorano di volta in volta la posizione dell’ex regina. A giugno i ribelli vandeani respingono le forze regolari francesi, mentre moltissime città si sollevano contro il potere giacobino. I giacobini frustrati rivolgono allora la loro rabbia contro Maria Antonietta, che aveva preso a far sedere il figlio su un cuscino a capotavola durante i pasti; i giacobini prendono quella scusa per accusare Maria Antonietta di riconoscere le aspirazioni di Luigi Carlo al trono.

Ci spostiamo un po’ più avanti, siamo in estate, al 3 luglio. Alcuni commissari arrivano al tempio, informano Maria Antonietta che sono venuti a prendere il figlio. Le raccontano la fandonia che hanno scoperto un complotto per rapire il principe e che lo vogliono portare in una stanza più sicura, ma Maria Antonietta non ci casca e si rifiuta di consegnarlo. Il bambino piange disperato aggrappato alle braccia della madre e i rivoluzionari non sanno bene come comportarsi. Passa così un’ora, fra pianti, grida e lamenti, ma alla fine i bravi della rivoluzione minacciano la regina di ammazzarla lì, sul posto, e lei ancora resiste. Poi però prendono l’altra figlia, Maria Teresa, minacciano di ammazzarla se Antonietta non lascia andare il figlio, e la donna cede.

Luigi viene portato via, non rivedrà mai più sua madre. Per giorni Maria Antonietta piange disperata, sente il bambino che singhiozza incessantemente in una stanza della torre, passa le giornate a guardare il corridoio fuori dalla cella nella speranza di rivedere il figlio, ma è tutto inutile. I rivoluzionari vogliono rieducare il principe allo spirito repubblicano e cancellare dalla sua mente ogni pretesa di regalità. Per farlo affidano il bambino a una delle persone peggiori che gli potesse capitar,. Antoine Simon, un semi analfabeta crudele e spietato che picchia a sangue Luigi Carlo ogni volta che lo trova a piangere. Simon lo tortura in modo subdolo. Lo fa bere vino e lo fa ubriacare, poi si diverte nel farlo parlare in modo osceno. Il bambino passa dall’essere in buono stato di salute a malaticcio ed emaciato. Non si sa come di preciso ma Luigi si ferisce gravemente all’inguine, forse in modo accidentale non è detto sia stato percosso, ma quella ferita viene usata come prova del fatto che la madre ne ha abusato in modo incestuoso. Dietro questo piano non c’è solo il malvagio ma ignorante Simon, ma Jacques-René Hébert, rivoluzionario e giornalista dell’ala più estrema dei giacobini, che scrive una dichiarazione in cui Luigi Carlo afferma di aver subito violenze intime da parte della madre, dichiarazione che poi viene fatta firmare al principe stesso.

Complotto dei garofani

Alle 2 del mattino del 1° agosto, un mese dopo la cattura di Luigi Carlo, i funzionari giacobini svegliano Maria Antonietta e le ordinarono di vestirsi. L’ex regina saluta frettolosamente Maria Teresa e viene portata sotto scorta armata alla prigione della Conciergerie, un luogo umido e buio che spesso è l’ultima tappa per i prigionieri sulla via per la ghigliottina. La donna viene chiamata dalle guardie “Prigioniera 280”, tenuta sotto costante sorveglianza con l’unica privacy costituita da una tenda alta un metro e mezzo dietro la quale si veste ed espleta le propri necessità. La Conciergerie è affollata di avvocati, guardie e visitatori, oltre che di curiosi che sbirciano per vedere quella regina prigioniera.

Uno dei visitatori di Maria Antonietta, Alexandre de Rougeville, lascia cadere un garofano ai piedi della regina. Lei lo raccoglie e scopre un biglietto nascosto tra i petali. Contiene i dettagli di una missione di salvataggio in cui la regina sarebbe stata portata in Germania in una carrozza. Il piano però viene scoperto grazie a una delle guardie che controllano Maria Antonietta, che viene portata in una cella più sicura dove viene interrogata per due giorni. La regina si mantiene composta nonostante le pressioni dell’interrogatorio, dice con forza che le interessa solo il proprio benessere e quello dei suoi figli, e che i suoi unici nemici sono coloro i quali vogliono fare del male ai bambini.

In quei giorni si riunisce il Comitato di Pubblica Sicurezza per decidere il destino della regina. C’è uno che chiede la sua testa più forte di tutti, è Jacques-René Hébert, il giornalista ultra-radicale che aveva scritto la dichiarazione di Luigi Carlo, che dice: “Ho promesso la testa di Antonietta. Andrò a tagliarla io stesso se ci sarà un ritardo nel darmela”. Alla fine il Comitato controllato dai giacobini raggiunge un accordo con Hébert: la regina sarebbe morta in modo da placare le richieste del popolo e la leadership dei Girondini moderati. Il destino della regina era segnato prima ancora di essere processata.

Il processo

La notte del 12 ottobre Maria Antonietta viene svegliata e portata davanti al Tribunale rivoluzionario per essere processata. La accusano, lei nega, e le viene concesso il diritto a un avvocato difensore, poi viene rimandata nella sua cella. Maria Antonietta ha solo poche ore per preparare la difesa, una bella differenza da suo marito che aveva avuto mesi; il suo avvocato, Claude-François Chauveau-Lagarde, le indica di scrivere al Tribunale per chiedere altri tre giorni per prepararsi. La regina scrive ma la sua richiesta rimane senza risposta.

Il processo alla regina inizia il 14 ottobre del 1793. E’ pallida e malaticcia, vestita di nero a lutto, completamente diversa da quella feroce “lupa austriaca” che prospettava la stampa rivoluzionaria. Maria Antonietta viene presentata alla corte e le viene chiesto di sedersi, poi iniziano ore e ore di interrogatori con 40 testimoni. Se per il processo di Luigi XVI erano state usate prove concrete, c’era dell’arrosto oltre al fumo come ad esempio documenti firmati, le accuse contro Maria Antonietta sono molto più aleatorie, basate su voci e dicerie. Il primo testimone, un capitano della Guardia Nazionale di Versailles, parla di presunte orge di ubriachi che però lui non ha visto con i suoi occhi ma ne ha sentito parlare, mentre un altro testimone ne racconta un’altra secondo cui la regina ha fatto ubriacare le Guardie Svizzere prima dell’assalto al Palazzo delle Tuileries.

Nel controinterrogatorio Maria Antonietta risponde alle accuse con risposte brevi e vaghe: “Non ricordo” e “Non ho mai sentito parlare di una cosa del genere” e via dicendo. Nega di essere stata lei a convincere il marito a fuggire dalla Francia durante la fuga a Varennes nel 1791, dice che non ha mai avuto un tale controllo sulle decisioni del re. L’accusa presenta poi documenti presumibilmente firmati dalla regina; quando però Maria Antonietta chiede la data si scopre che sono stati “firmati”, con tutte le virgolette del mondo, dopo che Maria Antonietta era già stata imprigionata. Insomma è tutta una montatura. L’unica volta che la regina cede è durante l’interrogatorio sull’uso di fondi destinati alla sua residenza privata, il Petit Trianon; dice: “forse fu speso più di quanto avrei voluto”.

L’accusa vacilla, non riesce a inchiodare Maria Antonietta, la sovrana in pratica non ha fatto nulla di criminale, ed Hébert decide che è il momento di tirare fuori la sua accusa di incesto. A quel punto la regina si scompone e chiede “Avete assistito?”, e si rifiuta di andare oltre. Il presidente del Tribunale però insiste: “perché non ha risposto Antonietta”? «Se non ho risposto, è perché la Natura stessa si rifiuta di rispondere a una simile accusa lanciata contro una madre! Mi appello a tutte le madri che sono presenti!». Poi chiede alle donne presenti in aula se secondo loro sia un’accusa possibile, le donne protestano e rumoreggiano e il processo si ferma per almeno 10 minuti.

Ma quella regina deve morire, e il processo riprende, andando avanti fino alle 23:00, poi si smette. Ricomincia alle 8 del mattino successivo e prosegue per 16 ore. Alcune delle accuse sono più fondate di altre, come ad esempio l’accusa che Maria Antonietta abbia inviato segreti militari ai nemici della Francia, ma in effetti la maggior parte delle prove sono indiziarie, niente di definitivo. Maria Antonietta è tranquilla, non la manderanno alla ghigliottina con quel poco che c’è, al massimo l’ergastolo. Ma la regina non sa che il suo destino era stato deciso molto tempo prima.

Alle 4 del mattino del 16 ottobre viene dichiarata colpevole delle tre principali accuse a suo carico: cospirazione con potenze straniere, depauperamento dell’erario e alto tradimento per aver agito contro la sicurezza dello Stato francese. L’accusa chiede e ottiene la pena di morte. La regina viene condannata a essere giustiziata il giorno stesso. Quando chiedono se abbia qualcosa da dire non proferisce parola, scuote solo la testa sconsolata.

L’esecuzione

Sono le sue ultime ore di vita e Maria Antonietta le usa per scrivere lettere ai cari. A Madame Elizabeth scrive del suo profondo rammarico nel dover lasciare i figli: “sai che ho vissuto solo per loro e per te, mia cara e tenera sorella”. Scrive che presto si sarebbe ricongiunta a suo fratello, Luigi XVI. Non sa, ma forse lo sospetta, che anche la stessa Elizabeth li avrebbe raggiunti presto, ghigliottinata precisamente nel maggio successivo. Scrive una lettera ai figli, dice loro di prendersi cura gli uni degli altri, implora Maria Teresa di perdonare le bugie che faranno dire a Luigi Carlo. “Pensa alla sua età e a quanto sia facile far dire a un bambino quello che si vuole, anche le cose che non capisce”. La ragazza sopravvivrà alla rivoluzione francese, diventerà adulta, ma Luigi morirà un paio di anni dopo, ancora prigioniero, per le disumane condizioni di prigionia cui viene sottoposto.

Quando finisce con carta e penna Maria Antonietta è pronta. Rifiuta di fare colazione, dice “è tutto finito per me”. La fanno vestire con un abito bianco, il boia Charles-Henri Sanson le taglia i capelli fino alla nuca e le lega le mani dietro la schiena. La povera Maria Antonietta deve chiedere al boia il permesso di slegarsi le mani per potersi lavare in un angolo. Alle 11 del mattino viene portata fino a Place de la Révolution in un carro aperto, schernita dal popolo, le viene negata la dignità di una carrozza chiusa che era stata concessa al marito.

Maria Antonietta raggiunge il patibolo e sale i gradini. Cammina e forse pesta un piede al boia: “«Pardon, Monsieur. Non l’ho fatto apposta»”. Pochi minuti dopo, alle 12:15, la lama della ghigliottina separa la sua testa dal corpo. E’ tutto finito. Sanson prende la sua testa sanguinante e la mostra al popolo parigino che grida «Viva la Repubblica!». Con la sua morte la Francia si libera della sua lupa austriaca, della cosiddetta “Madame Deficit” che aveva mandato in bancarotta la nazione moralmente e finanziariamente. Quello che si ottiene sono anni di sangue e terrore, lo stesso Hébert viene ammazzato nel 1794, poi Robespierre e tanti altri, la storia della rivoluzione francese e delle sue esecuzioni capitali sarebbe lunghissima.

Torno per qualche istante all’oggi: anche se nel nuovo film di Ridley Scott si vede Napoleone all’esecuzione questa è una licenza artistica che non trova riscontro nella realtà storica. Ma Napoleone si esprime su Maria Antonietta, lo racconta lo storico Cesare Giardini nel suo libro “I processi di Luigi XVI e Maria Antonietta del 1793”. Il generale affermò: «Una donna che non aveva se non gli onori senza il potere; una principessa straniera, il più sacro degli ostaggi; trascinarla dal trono al patibolo, attraverso ogni sorta d’oltraggi… Vi è in ciò qualcosa di peggio del regicidio.»

Non aggiungo altro alle parole di Napoleone, fatemi sapere cosa nel pensate qui sotto nei commenti.


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