Ogni anno durante le festività natalizie si formano due gruppi di persone: chi preferisce il presepe e chi invece l’albero di Natale. Nella cultura napoletana questo conflitto muore ancor prima di nascere: anche a Napoli si addobbano alberi natalizi, ma è il presepe il vero protagonista della festa della natività di Gesù. Le ragioni sono infinite ed hanno radici storiche, culturali ed artistiche.

Un’antichissima tradizione popolare fatta di personaggi e ritualità.

Presepe in una casa napoletana

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L’idea di rappresentare la natività di Cristo, durante il periodo natalizio, viene a San Francesco d’Assisi, che nel 1223 realizza a Greccio il primo presepe.

Il presepe di Greccio come rappresentato da Giotto

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A Napoli invece, l’usanza di allestire presepi diventa popolare grazie a San Gaetano da Thiene, giunto in città all’epoca del vicereame spagnolo, intorno al 1530.

A differenza dello scarno presepe francescano, composto da personaggi viventi, in terra partenopea si adottano le statuine in terracotta. Da una semplice natività esibita in “scarabattole”, ossia contenitori di vetro prevalentemente a forma di campana, si passa man mano ad arricchire la scena con personaggi del popolo, gravitanti intorno alla Sacra Famiglia. Nel Seicento e soprattutto nel Settecento, il presepe non è più un semplice simbolo natalizio, ma un vero e proprio genere di artigianato artistico.

Presepio Cuciniello, al Museo nazionale di San Martino di Napoli

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La città stessa, con le sue stradine e gli scorci caratteristici diventano scenografia. Betlemme si “napoletanizza”, Gesù nasce a Napoli, nei vicoli della città. Ogni pastore finisce con il rappresentare metaforicamente un sogno, quello di Benino, il pastorello addormentato – immancabile presenza nella scenografia del presepe napoletano – che pare sognare il prodigio della nascita divina.

Una rappresentazione teatrale in bilico fra il sacro e il profano.

 Presepe Reale alla Reggia di Caserta

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Storia ed esoterismo permeano il presepe napoletano. Nel XVIII secolo, secondo la tradizione popolare, gli elementi e le figure che affollano la “liturgia teatrale” del presepe sono ben novanta. Non è un numero casuale: novanta sono i numeri della smorfia e molti di essi, ancora oggi, rimandano a simboli e significati presenti nell’antico allestimento del presepe. Oggi però molte figure di pastori, indispensabili nella tradizionale drammaturgia presepiale, non sono più presenti, se ne sono perse le tracce.

Alcuni personaggi tipici del presepio a San Gregorio Armeno

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Il presepe popolare napoletano si snoda attraverso un tragitto ad imbuto, o circolare, un percorso in discesa da una scenografia montagnosa, tipica dell’entroterra avellinese, fin verso la grotta del Bambino, passando attraverso la riproduzione di porzioni della città napoletana. Elencare tutti i simboli e le metafore nascoste è un’impresa ardua, perché personaggi e oggetti sono forieri di messaggi allusivi che non possono mai mancare.

A dominare dall’alto la composizione architettonica presepiale c’è un castello, che allude alla figura di Erode e alla strage degli innocenti, ma il focus della scena è naturalmente la grotta. E’ nel roccioso antro che nasce Gesù, malgrado non sia mai menzionato nei Vangeli. E’ piuttosto un rimando al dio Mitra, portatore di luce, una divinità persiana attestata nel territorio campano durante il periodo ellenistico.

Il Presepe di Pietro Alemanno – Museo di San Martino a Napoli

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Nei pressi della grotta si collocano la fontana ed il pozzo, in antitesi. La fontana allude all’acqua santa, salvifica, e rappresenta la Vergine Maria che, secondo i Vangeli apocrifi, era intenta ad attingere acqua ad una fontana quando avvenne l’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele. Il pozzo invece è un simbolo malevolo, infido, per la sua profondità ignota, un collegamento tra le tenebre e il mondo in superficie. Diverse sono le leggende che rimandano ad esso: secondo alcune era vietato bere ed attingere acqua dal pozzo nella notte di Natale. Si credeva, infatti, che quell’acqua contenesse spiriti diabolici capaci di possedere la persona che l’avesse bevuta. Un’altra superstizione affermava che nei riflessi dell’acqua attinta apparissero le teste di tutti coloro che sarebbero morti entro l’anno. Significati analoghi avevano anche il ponte ed il fiume sottostante. Il ponte è simbolo di passaggio, transito e limite che collega il mondo dei vivi a quello dei defunti, nonché luogo di spaventosi incontri notturni. Dicerie popolari collegano questo elemento con l’attività del diavolo, tra l’altro presente spesso come personaggio del presepe, antagonista di Cristo nascente. Sotto il ponte vi è l’impetuoso fiume simbolo sacro di vita, purificazione, ma anche dello scorrere del tempo. Si allude al traghettamento delle anime e a culti pagani, ma anche a quelli cristiani, di divinità o santi venerati in grotte nelle quali si infiltrano le acque con cui effettuare celebrazioni rituali.

Particolare del presepe napoletano alla Reggia di Caserta

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Sovraccarica di particolari, caotica, popolata da molti personaggi e oggetti, è l’osteria o taverna. Essa riassume in sé una complessità di significati. Luogo di ristoro, tappa obbligatoria per viaggiatori e pellegrini, è anche il simbolo del viaggio di Giuseppe e Maria in cerca di alloggio. Tuttavia la taverna è un luogo di svago ma anche di risse, rifugio di ubriaconi e truffatori, giocatori di carte e prostitute. Facile è anche il riferimento alla figura mitologica di Bacco: difatti la statuetta che rappresentava l’oste seduto sulla botte, era chiamata affettuosamente “Cicci Bacco ‘ngopp a botte”, inconfondibile con la grossa pancia, le gote ed il naso arrossati, il fiasco di vino sempre pieno. L’oste assume un significato negativo, associato alla figura del demonio. Nel repertorio narrativo riferito alla taverna ricorrono figure di albergatori avidi e malvagi che per danaro avvelenano o uccidono nel sonno gli sventurati viaggiatori.

Leggende e racconti popolari scabrosi tramandano storie orribili, come quella di un oste che, nei giorni precedenti Natale, uccise tre bambini. I poverini vennero fatti a pezzi e messi in una botte, con l’intento di servirne le carni agli avventori, spacciandole per filetti di tonno. Ma giunse all’osteria San Nicola, che rifiutò di mangiare e, benedicendo la botte resuscitò i tre bambini. Il turpe racconto era addirittura accompagnato da un canto femminile, una nenia conosciuta come “’o lagno ‘e Natale” ossia la lamentazione di Natale.

Tipico presepe napoletano, affollato e pittoresco – Museo delle Belle Artia Rouen

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Attorno all’osteria, in un percorso che volge alla meta finale, ossia la grotta, c’è il mercato con i suoi  venditori e le botteghe, ognuno con una merce differente. Risaltano alcune figure che rappresentano i dodici mesi dell’anno: Gennaio è rappresentato dal macellaio, venditore di carni e salumi: Febbraio è incarnato dal venditore di ricotta e formaggi; Marzo è presente con il venditore di pollame e cacciagione, aprile invece con il venditore di uova. Il mese di maggio è rappresentato simbolicamente da una coppia di giovani sposi con cesto di ciliegie. Il mese in cui matura il grano, giugno, è esaltato dal panettiere e dal mulino, che ha però anche un’accezione di morte. Luglio e agosto assumono le fattezze di due personaggi che vendono rispettivamente pomodori e angurie. Il mese di settembre poteva essere indicato allegoricamente o con il venditore di fichi o con un contadino che semina i campi. Ottobre, mese della vendemmia, era incarnato dalla figura del vinaio oppure del cacciatore. Novembre era presente con il venditore di castagne, infine dicembre con il pescivendolo o pescatore.

Il pescatore e il cacciatore sono due personaggi imprescindibili del presepe napoletano. Essi riassumevano le funzioni vitali del procacciamento del cibo, ma anche il ciclo della vita e della morte, l’alternanza di giorno e notte e delle stagioni. Rappresentazioni cicliche della vita, almeno quanto le scene di caccia e pesca ritrovate in tutti i siti archeologici di ogni epoca. Convergente verso la scena della natività c’è una folla di pastorelli, pecore e animali, a rappresentare il gregge dei fedeli guidati dalla luce divina, che abbaglia e stupisce i presenti. Una schiera di poveri ed emarginati, mendicanti e storpi, allude alla misericordia e alla richiesta di preghiere, come se fossero le anime del purgatorio, quelle che a Napoli sono definite “anime pezzentelle”, termine mutuato dal latino “petere”, ossia chiedere per ottenere.

 

Le donne del presepe napoletano e i loro ruoli chiave

I personaggi femminili hanno un ruolo preciso nel presepe napoletano, sono delle figure chiave. Nei pressi dell’osteria c’è la meretrice, che attira gli avventori con le sue lusinghe peccaminose, in opposizione alla casta santità della Vergine Maria. Le lavandaie intente a lavare i panni alla fontana o al fiume assumono invece un significato maieutico: accorrono in aiuto di Maria per il parto e stendono i loro panni bianchi come simbolo di verginità e purezza. Fra i questuanti vi sono anche le figure delle zingare, in una commistione fra il mondo cristiano e quello pagano e divinatorio. La zingara richiama il mondo esoterico della divinazione delle sibille, come la Sibilla Cumana che aveva profetizzato la venuta di Cristo. Spesso questa donna tiene dei ferri e chiodi in mano, a presagire la morte per crocifissione di Gesù. Nei pressi della grotta c’è Stefania, una pastorella che nasconde sotto la veste una pietra per fingersi incinta. Nei tempi antichi una prassi popolare vietava alle donne nubili di far visita alle puerpere. Così Stefania, che vuole assolutamente vedere il Bambino divino, si finge gravida per ingannare gli angeli. Ma quando si trova alla presenza di Maria, si compie un miracoloso prodigio: la pietra starnutì e divenne un bambino. Gli angeli, accortisi della finzione, avevano mutato la pietra in un bambino, ossia Santo Stefano, che viene celebrato il 26 dicembre, il giorno successivo al Natale.

La venditrice di uova

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Chiudono il complesso corteo dei pastori i tre Re Magi, con i rispettivi cavalli dal colore bianco, nero e rosso o bianco. Essi rappresentano il viaggio in senso solare: provengono dall’Oriente, dove nasce il sole e metaforicamente alludono alla venuta di Cristo, astro d’Oriente, con i loro colori: bianco per l’aurora, rosso o bianco per il mezzogiorno e nero per la notte.

Un presepe da re

Con la venuta di Carlo di Borbone a Napoli, nel 1734, la tradizione del presepe non fu più appannaggio solo del popolo, ma iniziò a diventare passione e status symbol per i nobili, fino a coinvolgere i regnanti stessi. Questa consuetudine non era comunque estranea a Carlo di Borbone: già a Madrid suo padre, Filippo V, amava esporre un celebre presepe regalatogli da un napoletano, un certo Nicola Speruti.

Il presepe napoletano della Reggia di Caserta

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A differenza del presepe popolare, quello regale ha una prospettiva diversa: la Sacra Famiglia è posta in alto e i personaggi “salgono” verso la grotta della Natività, che si arricchisce di particolari architettonici. Fra questi le colonne romane, simboli regali, nonché allusione alla riscoperta delle città perdute di Ercolano e Pompei avvenuta proprio nella metà del Settecento, grazie agli ingegneri di Re Carlo.

Presepe napoletano a Maiori (Salerno)

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Ben presto divennero celebri i presepi allestiti dai Borbone nelle loro dimore, come quello della Reggia di Caserta. Secondo Francesco Onofrj, biografo di Carlo di Borbone, il re si dilettava a impastare e cuocere minuscoli mattoncini, a ritagliare sugheri, con i quali costruiva casette, taverne e cascine, interi villaggi. Si intratteneva a discutere con i pittori e architetti di corte per la disposizione generale dei personaggi e degli effetti di prospettiva, ovviamente senza badare a spese pur di procurarsi i pastori, i finimenti, i materiali più belli nonché gli specialisti più validi, come gli scultori Giuseppe Sanmartino, Nicola Somma, Giuseppe Cappiello. Le statuine erano infine vestite con abiti cuciti dalla Regina Amalia e dalle principessine, con le pregiate sete della Real Fabbrica di San Leucio.

Anche Ferdinando IV di Borbone si occupò di allestire il presepe reale avvalendosi di importanti artisti come Francesco Celebrano, Giuseppe Gori, Angelo de Vivo, Don Lorenzo Mosca. Questi presepi si arricchivano di finiture pregiate, microsculture raffiguranti generi alimentari, piatti, panierini, casseruole, ogni suppellettile domestica o rurale, così come strumenti musicali del tutto uguali ai veri. Vi erano persino argenti, armi in acciaio cesellato e bronzo dorato, gioielli e oggetti preziosi, presenti soprattutto nella sfilata dei personaggi esotici ed orientali, come arabi e odalische.

San Gregorio Armeno, la via degli artigiani del presepe a Napoli

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Il presepe divenne una “sacra vanità”, irrinunciabile esibizione del potere politico ed economico di una classe nobiliare che si faceva ritrarre persino nelle sculture dei pastori. Grazie alla famiglia reale si diede il via ad un collezionismo illuminato, che ha fatto giungere fino a noi delle vere e proprie opere d’arte. Possiamo infatti ammirare questi capolavori a Palazzo Reale di Napoli, alla Reggia di Caserta, al Museo di San Martino e in molte collezioni in Spagna ed oltre oceano.

Ancora oggi la tradizione si mescola alla storia e a un sempre rinnovato stupore, un lascito meraviglioso, un’arte che non smette di suscitare curiosità ed ammirazione in tutto il mondo.