L’Altopiano dei Sette Comuni, tra Veneto e Trentino, è un’area dove Natura e Storia si intrecciano in modo indissolubile. Tra le cose che maggiormente affascinano è che gli storici abitatori sono genti germaniche, chiamate Cimbri, che ancor oggi riescono a mantener viva una lingua, una cultura e tradizioni proprie. Quando nel lontano 2001, nel paesino di Luserna di 269 anime, sentii parlare cimbro-alemannico…beh provai il brivido dell’esploratore. Avevo raggiunto quel luogo in poche ore di auto eppure mi sembrava di essere all’estero, o meglio, in un’isola tra marziani dimenticati tra i boschi (Luserna, soprattutto, è una comunità letteralmente nascosta da alte foreste).

Mappa della distribuzione storica (in giallo) e attuale (in arancio) della minoranza cimbra. Immagine via Wikipedia:

“Il bosco è la casa del Cimbro,

il tetto è il cielo,

le finestre gli spazi tra le foglie

e le porte

le ha rubate il vento”

Questa poesia fa capire l’humus di questa comunità silvo-pastorale e, non è un caso, che il regista bergamasco Ermanno Olmi, grande amante della natura, si sia trasferito qui. Era rimasto profondamente colpito dalla spiccata comunione tra uomo e ambiente. Anche il padre della psicanalisi, Sigmund Freud, ne rimase abbagliato e fece dell’Altopiano una delle sue mete di villeggiatura preferite.

All’inizio del film Il Signore degli Anelli, si assiste al compleanno di Bilbo Beggins nel villaggio degli Hobbit e il Mago Gandalf, che è anche il narratore, tratteggia gli spensierati Hobbit come persone semplici che pensano soltanto a star bene, mangiare e bere. Sappiamo che Tolkien trasse spunto dall’arcaico mondo anglo-sassone, e questi Cimbri, isolati tra le montagne e chiusi al mondo esterno, ci possono ricordare la bucolica e ridente contea degli Hobbit. “Bevi vino, bevi e non lasciare mai il bicchiere pieno – Bevi vino, bevi e lascia sempre il bicchiere vuoto – Beviamo, cantiamo, mangiamo, se vuoi essere allegro – Bevi vino, bevi e mangia poi una salsiccia” recitava una poesia dell’Altopiano.

Ogni anno, nel comune di Roana, si organizza un festival cimbro di nome Hoga Zait, “tempo alto, tempo bello”. Sono dieci giorni verso metà di luglio dove si tengono incontri culturali, del gusto, mostre, rievocazioni storiche, concerti, escursioni nei luoghi più significativi dell’Altopiano. Nel revival si racconta, con accento tedesco, delle leggendarie creature che popolavano queste terre misteriose come Orchi, Jigerjäger (sorta di Selvaggi Cavernicoli), Zeelighen Baiblen (Fate), Anguane (Fate Malvage), Elfi, Gnomi, Sanguinelli (Folletti). Simbolo per eccellenza del Festival è la Schella, un antico campanaccio da richiamo che si usava nel mondo pastorale ma anche nei giorni di festa come per lo Schella Marz “il Carnevale Cimbro”.

Sull’origine di queste moderne genti oramai sussiste, più che una teoria, si può dire una leggenda. Si sosteneva che derivassero dagli antichi Cimbri che, nel 101 a.C., nella battaglia dei Campi Raudii, subirono una disfatta a opera dei legionari romani di Mario e che un gruppo di guerrieri, scampato allo spaventoso massacro (furono oltre 120.000 gli uccisi), riparasse in queste remote montagne.

Sotto, mappa delle migrazioni dei Cimbri e dei Teutoni:

Ma analisi del DNA e della lingua hanno smentito definitivamente questa fantasiosa ipotesi

Invece è molto probabile che siano giunti tra il 900 e il 1200 d.C. da Baviera e Tirolo Occidentale, irradiandosi anche nell’Altopiano di Folgaria, Val Posina, Monti Lessini e Bosco del Cansiglio. Erano famiglie invitate da vescovi e rappresentanti imperiali, giunte quindi in modo pacifico, per deforestare e mettere a coltura un’area semidisabitata e improduttiva. Trovarono perciò terre libere e rifugio sicuro (la ricca e grassa pianura, normalmente, era la preda più ambita da invasori e avidi signori) e, all’ombra di queste foreste e monti poterono prosperare e conservare la loro lingua e le loro tradizioni, indisturbati.

L’altopiano della zona occupata dai Cimbri:

Dal punto di vista politico nel 1310, con la caduta degli Ezzelini di Vicenza, i Cimbri si costituirono come entità autonoma, dando vita alla Spettabile Reggenza dei Sette Comuni (in cimbro Hòoge Vüüronge dar Siban Komàüne). I comuni erano Asiago, Lusiana, Enego, Roana, Rotzo, Gallio e Foza; tra questi, la capitale e città più grande era Asiago – che verrà definita da D’Annunzio “la più piccola ma luminosa città d’Italia” – dove si teneva l’Assemblea e risiedeva un Cancelliere, eletto da 14 rappresentanti comunali, che amministrava i beni della comunità. Fu un’esperienza marcatamente democratica e che, per durata, ha pochi eguali. Il noto scrittore asiaghese Mario Rigoni Stern ha sempre esaltato i principi d’uguaglianza dei suoi antenati “Nel territorio dei Sette Comuni non esistono castelli di nobili, non esistono ville di Signori, né cattedrali di vescovi, per il semplice fatto che la terra è del popolo e i suoi frutti sono di tutti secondo l’uso antico”.

Nei secoli i Sette Comuni dipenderanno da altri stati, ma riusciranno sempre a strappare un’autonomia pressoché totale, dal momento che le loro leggi non verranno mai toccate. Questo perché si trovavano in una posizione strategica e, essendo molto liberi e alla bisogna bellicosi, si pensò di trattarli più da alleati che da sudditi.

Si avvicendarono Scaligeri veronesi, Visconti milanesi, la Repubblica di Venezia (per lungo tempo) e l’Austria. Nell’800, a seguito dell’annessione all’Italia dei Savoia, l’economia dell’Altopiano andò in crisi per il devastante mix di alta tassazione e bassa spesa per infrastrutture e ciò favorì un notevole spopolamento, con una forte emigrazione verso paesi con affinità linguistiche (Austria, Svizzera, Germania) ma anche Australia e Stati Uniti. Infine, il bellicoso XX secolo, colpì duro anche in queste terre, infuriando uno dei fronti più caldi e distruttivi della Grande Guerra (le cui vestigia di forti, bunker e sentieri attirano ancora oggi molti appassionati).

La depressione cessò soltanto negli Anni ’60, grazie all’inizio del turismo di massa

In conclusione è illuminante sottolineare una particolarità che a tutt’oggi ci fa capire quanto la tradizione sia stata gelosamente preservata. Ben il 90% dei terreni sono di proprietà collettiva, secondo l’arcaica consuetudine agraria tedesca, in un sistema denominato “proprietà a mani riunite” dove il possesso è degli abitanti raggruppati in frazioni di comune (simile alle “regole” del Cadore). E’ un rapporto giuridico non scritto che tende a rinsaldare il legame della comunità al suo territorio, generando così una forte coesione sociale.

I moderni Cimbri, perciò, stanno lottando per preservarsi come gruppo etnico-culturale. Una sfida che, nel XXI secolo, è difficile ma non impossibile.

Sotto, una lettura di Remigio Geiser in Cimbro tradizionale:

Tutte le fotografie sono dell’autore dell’articolo, Riccardo dal Monte.

Categorie: Storia

Riccardo Dal Monte

Riccardo Dal Monte

Sono un docente di Storia e Filosofia di Liceo e ho scritto nel 2010 per la Hobby&Work “LA VIA DEL CORAGGIO” ed è in fase di pubblicazione per la Mattioli 1885 “GLI ULTIMI GUERRIERI D'EUROPA”. Amo molto viaggiare e fare reportage, in particolare in luoghi storici (storia recente Bosnia-Kosovo, storia contemporanea Normandia-Verdun-Gibilterra, storia antica Peloponneso-Etruria) e natural-leggendari (Transilvania, Highlands Scozzesi, Cimmeria-Crimea, Isola Cimbrico-Germanica di Asiago).