Gli storici chiamano “Belle Époque” il periodo che va dal 1871 al 1914, caratterizzato da una lunga interruzione delle guerre tra i principali Paesi del mondo e da un generale miglioramento delle condizioni di vita delle loro popolazioni. Tale punto di vista è decisamente parziale perché, per gli abitanti dei Paesi soggetti a invasioni coloniali, questi anni furono tutto tranne che una “bella epoca”, e alcuni popoli subirono dei veri e propri genocidi, come i congolesi ad opera dei belgi o i namibiani ad opera dei tedeschi; inoltre, nei decenni precedenti, le condizioni delle classi lavoratrici nei Paesi che godettero della lunga fase di pace e prosperità erano così disgraziate che ci voleva veramente poco per migliorarle; infine, i miglioramenti sociali e civili interessarono quasi esclusivamente la borghesia e gli operai specializzati, mentre i lavoratori generici e i contadini continuarono a essere vessati e sfruttati esattamente come prima.

Il quartiere di White Chapel, 1902:

Anche se in questi anni si cominciano a vedere i primi timidi risultati a livello di diritti riconosciuti, di tante rivendicazioni e lotte sociali, non si può dire che la gente comune se la spassasse. Ma la miseria comportava quasi inevitabilmente anche l’analfabetismo, quindi ci sono rimaste pochissime testimonianze da quel punto di vista, praticamente nessuna delle quali è una testimonianza diretta. Ciò che sappiamo, deriva dai risultati di reportages compiuti da coraggiosi giornalisti e scrittori, quasi sempre legati a organizzazioni umanitarie di matrice socialista, che si avventurarono nell’incubo dei quartieri in cui viveva la gente più miserabile raccontando la loro allucinante realtà.

Di alcuni di questi testi si è persa ogni traccia, ma altri sono sopravvissuti per oltre un secolo, ristampati e ritradotti ancora oggi, nonostante non siano mai stati dei veri bestsellers, grazie alla fama che accompagna il nome dei loro autori.

Quattro uomini dormono su una panchina sulle rive del Tamigi, nel 1902:

Tra i titoli più importanti c’è sicuramente “Il popolo dell’abisso” (o “Il popolo degli abissi” in altre traduzioni), uno dei meno noti tra i libri di Jack London (1876-1916). London è una figura molto singolare nel panorama della cultura del suo tempo (e di ogni tempo), sia per le sue modeste origini e la sua cultura da autodidatta, sia per la sua ideologia libertaria tanto appassionata e sincera quanto confusa, nutrita com’era dalla lettura di autori come Darwin o Nietzsche, all’epoca ancora poco capiti anche dagli esperti.

Sotto, un giovane Jack London:

Nel 1900, ancora poco noto come scrittore ma già quotato come giornalista, London inventa la tecnica del giornalismo d’inchiesta tramite la totale immersione, da anonimo, nella realtà da descrivere. In questo è probabilmente ispirato da uno dei primi fotoreporters della Storia, Jacob Riis, che ha appena documentato le condizioni dei quartieri popolari di New York. Benché gli amici gli consiglino di andare in giro a osservare i fatti sotto la scorta della polizia, preferisce farsi passare per un poveraccio qualunque e, vestito di abiti usati e modestissimi, se ne va a vivere per alcune settimane nell’area più malfamata di Londra, quell’East End che pochi anni prima è stato teatro delle “imprese” di Jack lo Squartatore e che presenta ancora spaventosi tassi di criminalità.

Alcune senzatetto dormono ai giardini Spitalfields, nel 1902:

London osserva subito come, contrariamente a quanto afferma il proverbio, tante volte l’abito faccia il monaco. I poveracci, vedendolo vestito come loro, gli danno facilmente confidenza e spesso gli dimostrano un’inattesa solidarietà, mentre i borghesi cominciano subito a tenerlo a distanza. Ma questo è un dettaglio secondario.

A dominare la vita dell’East End è una miseria senza fine. Anche per chi riesce a trovare un lavoro, le paghe sono così misere che almeno la metà se ne va solo per affittare una specie di alloggio, mentre il resto è assorbito dal cibo o dal carbone da riscaldamento se è inverno. La semplice necessità di procurarsi un capo di abbigliamento costringe a saltare più di un pasto. Gli stessi alloggi non sono né appartamenti né stanze, ma semplici letti, di cui non si acquisisce neppure l’uso esclusivo. Molti posti letto sono infatti affittati a ore, divisi nel corso della giornata tra una persona che lavora di giorno e una che lavora di notte. A prezzi inferiori, si affitta anche la possibilità di dormire per terra sotto i letti.

In queste condizioni, non c’è da meravigliarsi se le epidemie dilagano con una facilità impressionante. L’affollamento degli immobili costruiti utilizzando ogni centimetro di spazio disponibile li rende particolarmente insalubri, privi di luce e di aria, un terreno di coltura ideale per ogni tipo di batteri patogeni, che poi si fanno largo nei poveri corpi denutriti e sfiniti da giornate interminabili di vagabondaggio tra pioggia e vento o di lavoro pesantissimo. La tubercolosi domina incontrastata tra le cause di morte, ma anche le tossinfezioni alimentari non scherzano, viste le condizioni igieniche. London, nella redazione finale, inserisce anche tutte le statistiche sanitarie che riesce a reperire sulla vita media e le condizioni di salute, con effetti impressionanti, soprattutto quando si parla della mortalità infantile.

Un poliziotto illumina un senzatetto che dorme di fronte alla sede del “Truth”:

Il punto di vista borghese appare particolarmente ottuso. In tanti tuonano contro la diffusione del vizio dell’alcolismo e nessuno nota che, essendo l’alcol un alimento molto a buon mercato, è possibilissimo che molti etilisti siano diventati tali solo perché non potevano permettersi altro. Del resto, già qualche decennio prima, il grande scrittore danese Hans Christian Andersen aveva raccontato in una storia rimasta poco conosciuta (“Non era buona a nulla!”) la tristissima vicenda di sua madre, una lavandaia vedova che, dovendo mantenere il figlio fragile e malaticcio, si era ridotta a vivere di soli alcolici ed era finita emarginata dai compaesani che la consideravano una pericolosa ubriacona, fino al giorno in cui, perdendo conoscenza per la debolezza mentre lavorava, era caduta in un fiume ed era annegata.

Per le donne sole, nell’East End, c’ è un solo modo per vivere, ed è la prostituzione. Sifilide e gonorrea dilagano

Per contrasto, dall’altra parte della città vivono persone ricchissime e annoiate, che sperperano patrimoni nelle scommesse e nel gioco d’azzardo. A London, una parata militare per celebrare chissà quale avvenimento, piena di fanfare e patriottismo, che lambisce l’East End senza degnare della minima attenzione i suoi abitanti, appare ridicola peggio di un circo che esibisca nani e ballerine.

Alcuni uomini con un biglietto per una colazione gratuita offerta da l'”Esercito della Salvezza, 1902:

Il libro di London esce nel 1903 e, anche se fa discutere, la sua fama sarà presto oscurata dagli altri suoi successi. Ci vorranno decenni perché la situazione cominci a cambiare. Eppure, oggi, se uno va a farsi un giro nelle periferie delle grandi città, sembra che la situazione stia tornando quella di allora.

Oggi “Il popolo degli abissi” è stampato da Robin Edizioni e disponibile su Amazon:

Tutte le fotografie dell’articolo furono realizzate da Jack London stesso, che vestì anche i panni del fotografo durante le proprie inchieste giornalistiche in giro per il mondo.

 

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 53 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.