Il 12 Febbraio 1944, la nave piroscafo Oria, con a bordo più di 4.000 prigionieri di guerra italiani catturati dai tedeschi, subì uno dei naufragi più disastrosi della storia, nei pressi dell’isola di Patroklos, a sud di Atene.

Il Piroscafo Oria negli anni ’40:

La nave di oltre 2000 tonnellate si scontrò, a causa di una brusca manovra dovuta a una violenta tempesta, con le rocce dei fondali bassi. I soccorsi dal Pireo, per via delle condizioni meteorologiche, arrivarono soltanto il giorno seguente, lasciando a un rimorchiatore italiano di Atene il compito di intervenire per primo, quando ormai era troppo tardi per salvare i marinai, ormai annegati all’interno dello scafo.

Sotto, l’immagine di Google Maps con il luogo del disastro:

Delle migliaia di uomini a bordo, solo circa 48 riuscirono a sopravvivere, le cui testimonianze sono state fondamentali per ricostruire la storia e la vicenda della nave

Il piroscafo Oria fu inaugurato originariamente presso un cantiere di Oslo nel 1920 col nome di “Norda 4”. In seguito all’occupazione tedesca della Norvegia, la nave passò in mano alla Germania, che dopo essere stata requisita dalle autorità francesi di Vichy, se ne riappropriò nel 1942, nel bel mezzo della Seconda Guerra mondiale.

Quando le truppe tedesche, con a capo il generale Wegener, si stabilirono nell’arcipelago del Dodecaneso, in Grecia, riferirono al Reich la loro preoccupazione per il sovrannumero dei prigionieri italiani, (catturati in seguito al loro rifiuto di unirsi al partito nazista tedesco, dopo l’armistizio del 1943) che avrebbero potuto ribellarsi e indebolirle. Iniziò così il trasporto dei prigionieri dalle isole greche a campi di prigionia in Germania, grazie alle navi mercantili italiane requisite dai nazisti.

Il Generale Ulrich Kleemann e il Generale Otto Wagener si arrendono agli inglesi, 8 Maggio 1945:

Una tra queste fu proprio la Oria, che finì per essere uno dei peggiori disastri navali della storia e il peggiore in assoluto nel Mediterraneo. A bordo vi erano anche l’originario equipaggio norvegese, numerosi soldati sorveglianti tedeschi, e un carico di olii minerali e materiale per le motociclette dell’esercito tedesco. I prigionieri, insieme ai materiali, vennero rinchiusi nelle stive del piroscafo, in condizioni disumane e coi portelli chiusi dall’esterno, in modo che non potessero uscire sul ponte e tuffarsi in mare.

Quando la nave si incagliò il sovraccarico provocò la frattura dello scafo, il quale divenne una prigione e una tomba per più di 4000 soldati

Sotto, Disegno del sopravvissuto Giovanni Guarisco, che nel 1946 scrisse un resoconto sul naufragio – Fonte: Piroscafo Oria:

Sotto, fotografia della Oria precedente agli anni ’40:

I superstiti, che si trovavano tutti nella porzione di nave rimasta a galla, furono 37 italiani, 6 tedeschi e 5 membri dell’equipaggio norvegesi, inclusi il primo ufficiale di macchine e il comandante Rasmussen. Nel 1955 alcuni palombari greci smembrarono il relitto per recuperarne il ferro, e traslarono le salme di 250 naufraghi ancora intrappolate nelle stive, verso la costa, dove furono sepolte in fosse comuni, per poi essere trasferiti in piccoli cimiteri sulle coste pugliesi.

Il resto dei prigionieri rimase sepolto in mare

A lungo dimenticato, il relitto della Oria venne poi ritrovato da un appassionato di storia e subacqueo greco di nome Aristotelis Zervoudis. Nel 1999, informato da alcuni pescatori del luogo che avevano recuperato qualche strano utensile, l’uomo si immerse a est di Patroklos, rinvenendo alcuni manufatti con iscrizioni in italiano.

Una fotografia della Oria durante la guerra, in cui si vede il cannone montato a Prua:

Dopo due anni di ricerche, trovò conferma dell’essersi imbattuto davanti i resti del piroscafo. In seguito, nel 2002, Aristotelis pubblicò un articolo circa la sua clamorosa scoperta, per il quale venne contattato, nel 2008, da un architetto italiano, nipote di un disperso della Oria, Michele Ghirardelli.

Sotto, alcuni resti della Oria, fotografie di Aristotelis Zervoudis:

Insieme iniziarono ricerche più approfondite, cui si unirono via via sempre più parenti dei caduti nella tragedia. Grazie agli archivi storici della Marina Italiana e della Croce Rossa, fu possibile certificare ufficialmente la vicenda e dare una lista definitiva di coloro che vennero classificati come “dispersi”, disponibile alla pagina del sito dedicato alla tragedia.

Nel 2011, alle ricerche si unì Luciano De Donno, col quale Michele e Aristotelis organizzarono, insieme alle televisioni e alle radio italiane, riprese subacquee che sarebbero poi state trasmesse in Italia. L’evento diede modo, dopo 70 anni, di riportare letteralmente a galla la storia del naufragio del piroscafo Oria, e a quella dei suoi caduti.

Una campana della Oria:

Il 9 febbraio 2014 a Saronikos, in Grecia, venne inaugurato un monumento, realizzato dagli scultori greci Thimios Panourgias, grazie a donazioni da parte delle municipalità di Vaiano, Crispiano e della stessa Saronikos. Allo stesso tempo, sui fondali di Capo Sounion, venne posta una targa in memoria delle vittime.

Sotto, la targa commemorativa delle vittime. Immagine di Telis Zervoudis via Facebook:

Sotto, il video della posa della targa:

In Italia, a Sermoneta, è stata apposta una placca che commemora il naufragio e i suoi caduti, vicino a un tempietto costruito nel ricordo della tragedia. Essa recita: “I rintocchi di questa campana sono l’eco dei singhiozzi delle madri dei 15 mila caduti nelle isole dell’Egeo. Ogni rintocco susciti un ricordo, ogni ricordo susciti una preghiera”.

Sotto, il servizio di Rai 1 sul Naufragio dell’Oria:

Nel 1945, ritenuto il responsabile di quello della Oria e di altri naufragi, il generale Wegener, dopo la resa delle forze tedesche, venne condannato a scontare 15 anni di prigione per “complicità nelle violenze, maltrattamenti e assassinio contro privati cittadini italiani” e per “violenze commesse contro prigionieri di guerra italiani” dal Tribunale Militare di Roma.

Le vittime italiane dei trasporti nazisti dalle isole greche alla terraferma, finiti in tragici naufragi, furono più di 15 mila, molte delle quali ancora oggi riposano nelle acque cristalline del mar Egeo, divenuto una delle tombe più tragiche del Secondo conflitto mondiale.

Per approfondire consigliamo la lettura del sito dedicato al Piroscafo Oria, dove viene restituita memoria a questi innocenti italiani caduti.

Cecilia Fiorentini
Cecilia Fiorentini

Ho studiato lingue e sono una studentessa di Conservazione dei Beni Culturali, ho 24 anni e una grande passione per l'editoria e la scrittura. Mi diletto nella lettura di saggi sull'archeologia misterica, sulla spiritualità e sulle credenze di antichi popoli come Egizi, Vichinghi o Nativi Americani.