Egli avea fatto fare tra due montagne in una valle lo più bello giardino e l’più grande del mondo; quivi avea tutti frutti e li più belli palagi del mondo

Così Marco Polo comincia la descrizione di una fortezza, un giardino, un’oasi artificiale nel deserto iraniano, in una provincia chiamata Milice, dove “il Veglio della montagna soleva dimorare anticamente”. Secondo le informazioni raccolte dal veneziano, il Veglio chiamato Aloodin creò in questo luogo un eden di rara meraviglia, ove convogliò numerose specie animali e opere d’arte. Fatto a immagine del paradiso maomettiano, non scarseggiavano latte, vino e mele, di cui i più bei giovani e le più belle fanciulle del mondo, tra canti e balli, potevano nutrirsi in abbondanza. Questi in tal modo si convincevano di essere in Paradiso.

Sotto, il 26-esimo Nizārī Ismā’īlī Imām (morto nel 1255) ‘Alā’ ad-Dīn Muḥammad III bin Jalāl al-Dīn Hasan ne “Il Milione” di Marco Polo. (Bibliothèque nationale de France)

E gli saracini di quella contrada credevano veramente che quello fosse lo Paradiso

Alaeddin Mohammed III era il Veglio cui si riferiva il celebre viaggiatore. Depresso e mentalmente instabile, si ritrovò formalmente a capo della fortezza alla sola età di nove anni. Quando raggiunse l’età per governare irrigidì la sua politica, arrivando a torturare o sopprimere chiunque gli desse spiacevoli notizie. Alaeddin fu un riformatore: abolì gli istituti di morale e religiosità instaurati dal predecessore Jalal, mentre valorizzò gli studi e la ricerca invitando a corte molti studiosi, principalmente fuggiti dalle proprie terre per via delle invasioni mongole, e rinnovando la grande biblioteca istituita, ampliata e ridimensionata (a seconda dei contenuti che piacevano o meno) dai suoi predecessori; diede, inoltre, nuovo impulso all’assassinio, quasi totalmente abbandonato durante il precedente governo a favore della diplomazia, riuscendo tuttavia a mantenere importanti rapporti politici, incoraggiato dalle invasioni mongole.

Morirà sotto i colpi di uno dei suoi stessi assassini

Sotto, immagine di fantasia del castello di Alamut nel film “Prince of Persia”

La fortezza di Alamut era il baluardo della setta degli Assassini (la cui etimologia è ancora oggetto di dibattito: secondo alcuni deriverebbe dalla credenza secondo cui gli adepti consumassero hashish prima degli omicidi, gli Haššašin, cosa messa in dubbio da alcuni studiosi data la risaputa austerità e intransigenza del loro primo capo), conquistata da Hasan-i Sabbah nel 1090 d.C..

Nizariti e Haššašin sono sinonimi, e da loro deriva l’attuale parola italiana “Assassino”

Posizionata fra due montagne in un’area desertica non lontana dal Mar Caspio, era considerata inespugnabile. Il conquistatore divenuto Signore della città ne migliorò le fortificazioni, fece scavare un canale per avere costante approvvigionamento d’acqua, piantò alberi da frutta nelle vicinanze, incentivò l’agricoltura e predispose degli ampi magazzini per far fronte a ogni evenienza, sfruttando appieno le rimanenze della ormai declinata via della seta, ma soprattutto del fiorente e sofisticato sistema economico e commerciale islamico.

Sotto, vista del castello Alamut. Fotografia di Alireza Javaheri condivisa con licenza CC BY 3.0 via Wikipedia:

L’unico accesso era l’entrata del castello che si ergeva a protezione del giardino. Il Veglio prendeva con sé giovani con non più di dodici anni, che drogava con dell’hashish, addormentandoli per tre giorni e conducendoli in quel luogo di delizia. Appena svegli, frastornati dopo il lungo sonno, ammiravano tutto ciò: mangiavano e bevevano le prelibatezze messe a loro disposizione, venivano intrattenuti dalle festose ragazze, le quali si assicuravano di non fargli mancare alcun servigio. In breve, si beavano dei piaceri della vita.

Sotto, vista del castello Alamut. Fotografia di Alireza Javaheri condivisa con licenza CC BY 3.0 via Wikipedia:

Potrebbe apparire come il desiderio di ciascuna persona, ma difficilmente si ottengono tali piaceri senza dar nulla in cambio. Infatti talvolta i fanciulli venivano nuovamente drogati, addormentati e trascinati nel palazzo del Veglio. Storditi e disorientati, appena svegliati da un profondo sonno, si disperavano. Volevano tornare nel giardino, godere ancora di quei piaceri, e per riuscirci avrebbero fatto qualsiasi cosa; ed è proprio su questo che contava il Veglio. Quest’ultimo era la prima persona che essi vedevano; egli faceva credere loro di essere un profeta, sfruttava così tale situazione creata ad hoc per ricattare i giovani: a questi chiedeva un favore in particolare:

L’assassinio dei suoi nemici

Egli se ne vanno incontanente dinanzi al veglio, credendo che sia un gran profeta, e inginocchiansi. Egli gli domanda: – Onde venite? – Rispondono: – Del paradiso, e contagli quello che v’hanno veduto entro, e hanno gran voglia di tornarvi. E quando il veglio vuole fare uccidere alcuna persona, egli fa tòrre quello lo quale sia più vigoroso e fagli uccidere cui egli vuole; e coloro lo fanno volentieri, per ritornare nel paradiso”.

Sotto, vista del castello Alamut. Fotografia di Alireza Javaheri condivisa con licenza CC BY 3.0 via Wikipedia:

Secondo alcuni racconti, da questa roccaforte gli assassini, vestiti di bianco e con un turbante e un cinto rossi, inebriati dagli stupefacenti di cui facevano uso, partivano alla ricerca delle vittime preselezionate dal loro capo, appartenenti a tutte le classi sociali, anche le più altolocate. Da loro si pretendeva cieca devozione e considerevole abilità col pugnale. Così il Veglio esercitava la sua influenza sulle questioni politiche dei sultanati posizionati fra Siria e India, tenendo sotto scatto sultani, emiri e visir.

Se la missione aveva successo tornavano dal Veglio, il quale li riconduceva al giardino. Se venivano catturati chiedevano la morte, finendo lapidati o arsi vivi sul rogo, convinti ed entusiasti di tornare in Paradiso. Il regime di terrore che si irradiava dal palazzo giungeva fino alle corti dei sultani vicini, che inviavano offerte e tributi al Signore del Paradiso.

Sfruttando questo astuto trucco psicologico, affiancato da un rigoroso addestramento e una rigida organizzazione gerarchica, plasmava dei perfetti sicari pronti a correre qualsiasi pericolo pur di ritornare dal loro padrone.

E in questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al veglio della montagna”.

Sotto, la fortezza degli Hashshashin di Alamut:

Solo l’arrivo dell’immensa orda mongola nel 1256 riuscirà a porre fine al secolare dominio del Veglio, la cui figura tuttavia rimarrà impressa nelle storie e nelle leggende di diversi popoli, dalla Cina all’Europa, diventando uno dei tanti esempi coi quali la storia ci rammenta di come un solo uomo dotato di grande intelligenza e carisma possa soggiogare interi regni, nazioni, popoli e governi, incapaci di reagire prontamente e con la forza necessaria, mediante attacchi mirati e ben studiati a personaggi chiave, agendo soprattutto sulla psiche dei suoi seguaci asserviti alla sua persona e ciechi fedeli della sua dottrina.

Fonti: Archive.org N°1Archive.org N°2Archive.org N°3.

Alessandro Licheri
Alessandro Licheri

Studente di Storia, natio dell'isola più bella del mondo viaggio da un libro all'altro, traversando cronache e romanzi, dedicandomi particolarmente alla storia delle esplorazioni e spaziando sugli innumerevoli campi che questa lambisce, cercando di ripercorrere attraverso racconti d'ogni epoca quei sentieri avventurosi tracciati dall'audacia degli uomini.