Il Pancrazio: la violentissima Arte Marziale dell’Antica Grecia

Dimenticate il wrestling odierno, dove gli incontri non sono altro che una forma di spettacolo, e volendo, dimenticate anche il pugilato, sport antichissimo oggi disciplinato da rigide regole, che prevedono una durata massima delle riprese, colpi proibiti e fallosi, e categorie di peso nelle quali sono divisi gli atleti.

Nell’antica Grecia invece, non si andava tanto per il sottile nella lotta, nemmeno quando era praticata a livello sportivo. Tanto è vero che era molto apprezzato uno sport chiamato pancrazio (παγκράτιον), parola composta da due termini: pan, ovvero “tutto”, e kratos, cioè “potenza”. L’atleta quindi doveva dimostrare la sua “onnipotenza” lottando con l’avversario senza esclusione di colpi, a parte tre eccezioni: era vietato mordere, cavarsi gli occhi (!!) e colpire i genitali.

Due atleti in una gara di pancrazio. Anfora realizzata ad Atene nel 332-331 a.C.

Immagine di Marie-Lan Nguyen via Wikipedia – licenza CC BY 2.5

D’altronde, almeno stando a quanto racconta la mitologia greca, era stata la dea Atena a insegnare la tecnica del pancrazio a Teseo, che la usò prima contro il mostruoso Minotauro, e poi la diffuse tra i Greci. In alternativa, il pancrazio potrebbe essere stato usato da Eracle per uccidere il feroce Leone di Nemea che, insensibile ai colpi di frecce e spada, fu vinto a mani nude. In ambedue i casi, gli antichi eroi non potevano certo stare a pensare alle regole dei combattimenti…

Lato di un’anfora da premio panatenaica: Pancratiasti che combattono sotto gli occhi di un giudice.

Immagine di Marie-Lan Nguyen via Wikipedia – licenza CC BY 2.5

Il pancrazio era popolarissimo nell’antica Grecia, tanto da essere una specialità olimpica fin dalla 33ª edizione dei Giochi, nel 648 a.C. Il pubblico impazziva per quei combattimenti cruenti, che non prevedevano interruzioni né limiti di tempo. La lotta finiva solo con la resa di uno dei due atleti, che alzava il dito indice verso l’alto per dichiarare la propria sconfitta, o, in parecchi casi, con la morte di chi rifiutava di cedere.

Pugili (si riconoscono dalle mani fasciate) che combattono sotto gli occhi di un allenatore

Immagine di – Marie-Lan Nguyen  via Wikipedia – licenza CC BY 2.5

A controllare la regolarità del combattimento c’era un arbitro, armato di una robusta canna, usata per colpire l’atleta che non rispettava le poche norme imposte. A rendere più pericolosa la lotta contribuiva anche la mancata divisione degli atleti secondo il peso, com’è prassi comune negli sport da combattimento moderni.

Calci, pugni, slogature, strangolamento, e altre tecniche di lotta rendevano dunque il pancrazio uno sport “estremo”, un combattimento totale, che si svolgeva sulla sabbia, con gli atleti accuratamente unti di olio d’oliva (per difendere la pelle da graffi e anche dal cocente sole estivo), decisi ad affrontare il rischio di morire per la grande fama che ne ricavavano, per ottenere la prestigiosa corona di ulivo, e anche per il denaro che riuscivano a guadagnare.

Sarebbe un errore però pensare che quello economico fosse il motivo principale

I Giochi olimpici avevano grande importanza nella Grecia Antica, tanto da interrompere le guerre in corso, e ottenere una vittoria in quelle competizioni significava per gli atleti garantirsi, in qualche modo, l’immortalità, anche grazie a statue loro dedicate.

Due pancratiasti. Gruppo scultoreo romano da originale bronzeo pergameno – Galleria degli Uffizi, Firenze

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Il grande artista Lisippo fece una statua (oggi perduta, tranne il basamento) di Polidamante di Scotussa, che aveva vinto la gara di pancrazio nelle olimpiadi del 408 a.C. Questo atleta, ricordato per la sua enorme forza fisica, è rimasto famoso nella storia per una sfida a cui lo invitò il re persiano Dario II, dopo aver udito delle sue gesta. La leggenda racconta che Polidamante lottò, all’ultimo sangue (secondo la volontà di Dario), contro tre “immortali”, i temibili guerrieri della guardia reale. I primi due li uccise a mani nude e il terzo scappò per paura di fare la stessa fine.

Lottatori di pancrazio, copia romana da un originale ellenistico di III sec. a.C.

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L’episodio, reale o meno, dimostra comunque che il pancrazio era una tecnica di lotta usata dai guerrieri greci, una sorta di “arma impropria” apprezzata dagli opliti spartani e dalla falange macedone di Alessandro Magno, ma anche dai soldati ateniesi.

E a proposito degli Spartani, che sempre si distinguevano dagli altri, occorre precisare che non praticavano il pancrazio come sport, perché si rifiutavano di accettare quelle poche regole previste: loro volevano essere liberi di mordere e di cavare gli occhi agli avversari… Difatti, pare proprio che nella gloriosa battaglia delle Termopili, dopo aver perso le lance e le spade, abbiano combattuto “con le mani e con i denti” (Erodoto, Storie).

Scena di un pancrazio: l’arbitro punisce con una frusta un atleta che tenta di accecare l’avversario

Immagine di Marie-Lan Nguyen  via Wikipedia – pubblico dominio

A partire dal 200 a.C., fu introdotto nei giochi olimpici anche un pancrazio “per ragazzi”, meno cruento, che consentiva all’arbitro di interrompere il combattimento per evitare la morte di uno degli atleti. La storia del pancrazio, praticato e apprezzato anche dai Romani, si conclude nel 392 d.C.: lo sport fu abolito, come rito pagano, da uno dei decreti di Teodosio, il sovrano che rese il cristianesimo la religione ufficiale dell’impero romano.

A far risorgere questo tipo di lotta (non proprio come nell’antichità!), ci ha pensato nel 1969 un atleta greco-statunitense, Jim Arvantis, che ha cercato di rifarsi sempre alle fonti originali per riportare in vita il pancrazio, ovviamente in una forma moderna. Non è di secondaria importanza il fatto che il suo grande interesse per lo sport praticato nell’antica Grecia (anche se nato negli Stati Uniti, Arvantis è fortemente legato alla sua cultura d’origine) sia nato per imparare a difendersi da episodi di bullismo, subiti da bambino. Non per nulla, la prima palestra che ha aperto, nel 1971, si chiamava Spartan Academy…

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.