Il Natale e la Befana negli anni ’60 – Ricordi di una Boomer

Noi Boomer, come ora veniamo definiti con una parola che per la verità non amo ma pare essere di moda, il Natale lo vivevamo in modo diverso. Era l’epoca del boom economico ma confrontandolo con quello attuale pare quasi il Natale dei miserabili.

Il boom economico c’era ma era riservato alle cose essenziali, arredamento e i nuovissimi elettrodomestici. Chi si era sposato nei primi anni ’50 aveva per la maggior parte solo un letto e due comodini in camera, un tavolo, un fornello e due sedie in cucina e la radio, quella era immancabile. Questo era tutto. Nel 1958 solo il 13% degli italiani aveva un frigorifero, il 12% la TV, il 3% la lavatrice. Nel 1965 le percentuali passavano rispettivamente al 55%, 48% e 23%.

Il primo pensiero era l’automobile e noi dal 1959 avevamo la Fiat 600, la macchina più diffusa nelle famiglie italiane, e anche cose voluttuarie come la fonovaligia (ovvero il giradischi mono in valigetta, gli stereo arrivarono anni dopo) e perfino l’aspirapolvere !
I bambini erano bambini, avevano il necessario, abiti rigorosamente scelti dalla mamma e soprattutto pratici come gli odiati scamiciati scozzesi da indossare con la maglietta di Leacril. Quando ci si spogliava la sera si faceva concorrenza ai fuochi d’artificio. Inesistenti allora i capi firmati per i piccoli. I maschietti venivano “rapati” quasi stile Marines dai barbieri, niente tagli alla moda, mèches e crestine, le bambine solitamente avevano codini, trecce e code, al massimo il taglio dalla parrucchiera di quartiere.

Cartolina del 1958:

Eravamo una generazione di ingenui, infantili ma eravamo ben temprati con le sottanine e i calzoni corti, i calzettoni e le cosce nude in pieno inverno. Le prime calzamaglie arrivarono nei primi anni ’60 ma per i collant si dovette aspettare ancora, arrivarono, con la gioia delle donne e l’orrore degli uomini, dal 1967 circa insieme alle prime minigonne.
Tornando al Natale, gli adulti erano parchi, niente valanghe di regali a amici e parenti, al massimo un pensierino, dei dolci o una bottiglia di vino, un ramo di agrifoglio o di vischio o le terrificanti presine fatte all’uncinetto. Tutti quegli oggettini inutili, pseudo spiritosi, i cosiddetti gadgets, il regalo a tutti i costi che finiva buttato in un cassetto il giorno dopo, arrivò nei primi anni ’70.

Un bel lavoro era scrivere e spedire le cartoline e i biglietti di auguri. Non tutti avevano il telefono, nei paesini c’era al massimo un punto telefonico e nei paesi un po’ più grandi c’erano le linee in centro ma le case in campagna dovettero aspettare la metà degli anni ’70. Quindi si scriveva ed è difficile spiegare quanto fosse più bello ricevere una lettera di una mail o un sms.

Cartolina del 1959:

Non esistevano neppure i pranzi di Natale con tre primi, tre secondi, porzioni lillipuziane in piatti grandi pieni di decorazioni inutili, la Nouvelle Cuisine era ancora lontana, cominciò a metà anni ’70. Il menù di Natale era solitamente tortellini in brodo, lesso (che era servito per il brodo) e arrosto, un paio di contorni e via col panettone lo spumante. Anche il pandoro non era diffuso, è arrivato più tardi.

Personalmente mi sentivo un po’ una “sfigata”. I miei genitori erano originari dell’Italia centrale e da noi i regali li portava la Befana. Neanche il tempo di goderseli e il giorno dopo si tornava a scuola.

Dalle mie amiche invece arrivava Gesù Bambino, e chi lo conosceva Babbo Natale?
Gesù Bambino il 25 dicembre faceva la comparsa nel presepio e lasciava i regali.
A casa mia invece, per chissà quale forma di contratto con la vecchia signora, Gesù compariva nel presepio, ma sotto l’albero, di dimensioni normali e non taglia extra large, non lasciava mai nulla.

L’albero si faceva ma forse il fatto che i miei fossero nati e cresciuti nel ventennio quando l’albero, non essendo di italica tradizione, non era consigliato non lo ritenevano importante quanto il presepio. Non che l’albero fosse vietato ma non era ben visto, e quindi la maggior parte della gente se ne asteneva. La Befana invece piaceva molto al fascismo, la famosa Befana Fascista distribuiva doni ai bambini poveri, ma restava principalmente una tradizione dell’Italia centrale.

Cartolina del 1961:

Il presepio però era davvero bello con le statuette di gesso di famiglia degli anni ’20, mio padre ci lavorava un intero fine settimana e ogni giorno cambiava, aggiungeva personaggi, li spostava. All’inizio c’erano solo i pastori con le pecore sparsi qua e là, il centurione col cavallo, le statuine dei vari mestieri, il bue e l’asino nella stalla. Il 23 comparivano la Madonna e Giuseppe, vicini nella stalla, e qualche pastore cominciava ad avvicinarsi incuriosito. Il 25 mattina trovavamo Gesù bambino con i genitori ai lati, i pastori in adorazione e la stella cometa sulla stalla. Era qualcosa di creativo, non preconfezionato come molti di adesso, con tutti in posizione già l’8 dicembre.

L’impegno maggiore di noi bambini era la letterina alla befana. Erano richieste generiche, si chiedeva una bambola non “quella” bambola specificando la marca famosa della pubblicità per intenderci, ma non era comunque cosa da sottovalutare.

La mia lista era lunghissima, i primi anni, ante scuola, me la scriveva mio fratello che era più modesto, maggiore di me di 6 anni lui sapeva che i regali li compravano i genitori e si limitava. Io invece fino al dicembre 1964 ci credevo ancora eccome. Fu un trauma quando una mia amica frugando negli armadi dei genitori trovò i regali richiesti scoprendo la verità e informandomene prontamente. Niente delle feste ebbe più lo stesso sapore, mi sentivo ingannata, presa in giro. Ci restai davvero tanto male, lo ricordo come ora. Avevo solo 7 anni.

Io, fino alla triste data, elencavo tante cose, chissà cosa e quanto sarebbe arrivato?

Dipendeva dal giudizio della Befana sul nostro comportamento nell’anno passato ma era meglio darle una buona scelta e il ricordo più bello della mia infanzia resta quello del giorno nel quale i miei andavano a parlare con la Befana. Riesce ancora oggi a intenerirmi.
Piazza Ferretto 1 a Mestre era l’indirizzo della Befana.

Piazza Ferretto a Mestre, qui viveva la Befana:

Un sabato pomeriggio di dicembre i miei andavano dalla Befana e le portavano le nostre letterine. In casa della Befana c’era una grandissima stanza piena di giocattoli ed una stanzetta dove teneva i libri con tutti i nomi dei bambini di Mestre. Per ogni cattiva azione lei metteva una crocetta nera di fianco al nome e i regali erano ovviamente, inversamente proporzionali al numero delle crocette.

Mentre mia mamma distraeva la Befana portandola nella stanza dei giocattoli a vedere quelli che ci sarebbero piaciuti di più, mio padre prendeva il librone della lettera F e cancellava in fretta un bel po’ di crocette nere dai nostri nomi con la gomma che gli consegnavo prima che uscisse e che lui si metteva in tasca. La consegna della gomma era un rito quasi sacro.

Era l’unico pomeriggio nel quale mio fratello ed io stavamo a casa da soli, ma io ero una specie di statua di sale, seduta sul divano, in fibrillazione, aspettando il ritorno dei miei per sapere come fosse andata. Il terrore che mio padre non fosse riuscito a cancellare mi bloccava lo stomaco.

Per fortuna ci riusciva sempre

Con la triste scoperta che la Befana non esisteva finì tutto, letterine, attesa, emozione.
Continuavano ad arrivare i regali, che ora però si aprivano a Natale, restava la sorpresa ma non c’era più il batticuore.

Voglio però dirvi che la colpa dei vostri mal di testa con i miei post “reali” fu di mia mamma che a Natale nel 1968 mi regalò il libro “Grandi Regine” di Mondadori, il mio primo libro di storia seria, anche se scritto per ragazzi. Una passione che tiene ancora dopo 53 anni.

E’ un libro tuttora bellissimo, ristampato infinite volte e con illustrazioni meravigliose, tenetelo presente per i vostri regali , ma attenzione, dà assuefazione. E dopo avervi annoiato con i fatti miei di questo “come eravamo” auguro a tutti un Buon natale e buone feste!!!

 


Pubblicato

in

da