Nella regione della Raška vicino alla città di Ušče, nella Serbia meridionale, sorge il monastero di Studenica, chiamato così per la vicinanza del fiume omonimo, ed è considerato uno dei più grandi e ricchi monasteri ortodossi di tutta la Serbia.

La sua costruzione, avvenuta alla fine del XII secolo (1183-1196), è stata voluta da Stefan Nemanjic o Nemanja, Gran Principe Raška e fautore dell’unione delle diverse entità slave presenti nei Balcani sotto un unico stato, costituendo così lo stato serbo feudale. Nemanja iniziò una politica di omologazione culturale e religiosa in tutta la popolazione del nuovo stato e fece prevalere una cultura serba di fede ortodossa, poiché da questo punto di vista il neo-stato presentava delle discrepanze nella popolazione che comprendeva greci e slavi legati ancora alla cultura latina e alla fede cattolica.

A tal proposito Nemanja eresse diversi monasteri favorendo così il diffondersi della chiesa ortodossa in tutto il territorio del suo regno, tra questi il Durdevi Stupivi a Rasi, in onore a San Giorgio, il monastero di Kuršumljia vicino a Topola, dedicato a San Nicola, ma il più rinomato è certamente quello di Studenica, dedicato alla Santa Vergine. Il monastero è composto dalla chiesa principale, dedicata appunto alla Vergine, mentre successivamente fu il re Stefan Uroš II Milutin Nemanjić a edificarvi nel 1314 la Chiesa del Re, mentre la piccola Chiesa di San Nicola fu aggiunta all’inizio del XIII secolo dal primo genito di Stefan Nemanja, il principe Vukan.

L’ingresso della Santissima Theotokos nel Tempio, affresco della Chiesa del Re, Studenica, 1314. Fotografia di Djina condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Quando il principe Nemanja abdicò nel 1196 in favore del secondo figlio Stefan, scelta dettata dal  matrimonio avvenuto tra il figlio con la principessa bizantina Eudocia Angelo, figlia dell’ imperatore Alessio III Angelo, decise assieme alla moglie Anna di prendere i voti con i nomi di Simeone e Anastasia e di ritirarsi dalla vita politica. Dopo la sua morte ricevette la canonizzazione a santo nel 1200 dalla chiesa ortodossa, divenendo da quel momento in poi ricordato come San Simone e i suoi resti riposano tutt’oggi all’interno di Studenica, luogo che li fu caro in vita, assieme a quelli della moglie Anna e dei figli Stefan I Incoronato, il primo re della Serbia, e il principe Vukan. Le ceneri del terzo figlio Rastko o meglio noto come San Sava si trovano a Belgrado nella chiesa a lui dedicata.

Il monastero di Studenica rappresenta una pietra miliare nella storia e nella cultura serba, non fu solo un luogo di culto dove venivano esercitate le funzioni religiose ma, grazie all’intervento e alla tutela di Sava che fu il primo egumeno del monastero e il primo arcivescovo serbo, costituiva anche un importante centro culturale e medico, divenendo così famoso e rinomato in tutto il nuovo stato serbo, in seguito la sua importanza crebbe ulteriormente quando col trascorrere del tempo e dei secoli divenne anche il mausoleo della prima dinastia reale.

Re Milutin con un modello della Chiesa del Re:

Molti monasteri serbi che vennero costruiti in seguito furono realizzati su modello di quello di Studenica, poiché rappresentava un particolare modello architettonico, noto come “scuola Raška”, in cui l’influenza romanica occidentale si unisce con la tradizione bizantina orientale. Lo si evince dalla fusione tra gli spazi tipicamente bizantini, come la struttura del tempio e le forme esterne, con la lavorazione in marmo bianco, una tipica tecnica che deriva dall’architettura romana. Uno stile che esprime al meglio lo spirito della nuova nazione slava, l’unione tra oriente ed occidente.

Ma la pace all’interno delle mura del monastero non durò a lungo, dal sud dei balcani si stava diffondendo una minaccia ancor più pericolosa dell’impero bizantino, l’impero ottomano. Forte delle sue prime conquiste in terra bizantina, stava ora volgendo lo sguardo verso i balcani e, a partire dal XIV secolo, iniziò l’invasione turca. Sia la Serbia sia la vicina Bulgaria crollarono dopo varie disfatte militari come a Maitza nel 1371, a Niš nel 1375 e a Kosovo nel 1387.

L’invasione non tardò a raggiungere luoghi remoti come villaggi e monasteri, quello di Studenica non fece eccezione ovviamente. Come possiamo immaginare tutti gli oggetti preziosi, o che avessero un qualche valore economico, trovati all’interno della struttura furono trafugati e spartiti secondo una regolamentazione ottomana che vigeva all’epoca, in cui nei territori appena conquistati la proprietà della terra e un quinto del bottino erano destinati al sultano, mentre ai cavalieri dell’esercito spettava solo delle rendite commisurate al valore in battaglia. Di conseguenza un soldato ottomano non poteva sperare che le conquiste lo avrebbero arricchito di molto, ma poteva comunque godere delle comodità offerte dai luoghi presidiati, i quali erano certamente un’alternativa più gradevole rispetto a una tenda da campo.

Il monastero, fotografia di Pudelek (Marcin Szala) condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Se ci trovassimo nel XIV secolo all’interno della chiesa di Studenica appena conquistata, non ci dovremmo stupire di vedere un accampamento di soldati con i loro cavalli sparsi nella navata centrale, come tra l’altro accadeva spesso anche in altri luoghi sacri. Ovviamente durante l’occupazione del monastero tutti i suoi edifici vennero impiegati dall’esercito e le due chiese, anche se si trattava di edifici sacri per i cristiani, subirono una conversione di impiego. Era difatti consuetudine adibire le chiese a dormitori di fortuna per le truppe, oppure diventavano le stalle degli animali.

Ma questo non era il peggiore dei destini per i luoghi sacri

Solitamente le chiese ortodosse venivano, e vengono tutt’ora, arricchite da affreschi raffiguranti santi, re ed eroi della storia, oppure da interi cicli dedicati alla vita di Gesù o alla Santa Vergine. Accadeva quindi che all’arrivo dell’esercito islamico e quindi alla vista dei soldati di questa miriade di immagini e figure di uomini e santi, questi presi dal fervore religioso e dal disgusto per la blasfemia le deturpavano e sfiguravano. Infatti l’islam vieta categoricamente l’iconoclastia, dunque ogni forma e tentativo di raffigurazione del sacro o addirittura del divino viene considerato blasfemo ed offensivo, quindi da distruggere.

Ma a Studenica non è stata perpetuata solo una censura di tipo religiosa, come accadde anche nelle altre chiese ortodosse, nei segni distruttivi è possibile leggere un secondo intento della mano degli artefici. Alcune figure sono state per lo più raschiate mentre altre sono ricoperte da picconate e scalfiture su tutta la sagoma, come ricoperte da una costellazione di buchi nel muro, indice di un’evidente modo grossolano di cancellarle, ma facendo attenzione tra queste figure alcune, in particolar modo, hanno subito danni ai loro volti e gli occhi li sono stati di proposito cavati.

Ebbene, per comprendere questo particolare gesto punitivo bisogna provare ad immedesimarsi in un soldato semplice del XIV secolo. Come membro dell’armata ottomana prima di tutto si ha delle abitudini radicate in una fede fervida e quindi tutto ciò che non era ammesso dal credo, come l’iconoclastia, non poteva essere accettato. Non a caso su questa base si pose l’aniconismo nell’islam, ovvero l’assenza di raffigurazioni di esseri senzienti nell’arte islamica, poiché così si volle impedire ogni forma di idolatria, vietata appunto dal credo. Non solo, vi era anche una certa convinzione che la creazione di forme viventi fosse una prerogativa di Allah, dunque le immagini erano un tentativo di emulazione dell’opera del Creatore. A questi fattori va aggiunto il basso livello culturale dei soldati, sebbene anche tra i cittadini cristiani vi fosse ugualmente diffuso l’analfabetismo, questi però potevano godere comunque di una forma basilare di cultura. Grazie all’accesso alle immagini e ai cicli di storie dipinte all’interno delle chiese, questi potevano osservare e in qualche modo leggere il contenuto di quei cicli e quindi ricevere una forma rudimentale di istruzione, ma soprattutto abituarsi al concetto ed alla vista di raffigurazioni umane.

Volendo fare un paragone, è lo stesso effetto che ebbe sulla popolazione italiana degli anni ’60 la diffusione della televisione.

Quindi possiamo immaginare come doveva essere la reazione dell’invasore ottomano di fronte a quel tripudio di figure e di volti dipinti all’interno della chiesa, a quella moltiplicità di santi e di eroi cristiani, lui che con molta probabilità non aveva mai visto fino a quel momento una figura umana dipinta in tutta la sua vita. Certamente è stata la suggestione di quei volti impassibili, dai lineamenti nobili e severi, che avranno condizionato i cuori di quei soldati, i quali accampati durante la notte nella navata centrale non sono riusciti a sopportare la pressione di quegli occhi così penetranti, che parevano voler imputare loro tutti i crimini commessi in quella terra in un silenzioso rimprovero.

Incapaci di trovare quiete e non potendo dormire sotto il peso della soggezione scaturita da quelle immagini alcuni soldati risolsero il problema sfregiando tutte le figure sacre e ad alcune cavandone gli occhi come spregio per l’offesa subita ma soprattutto per annullare il potere che suscitavano nella loro mente e così rimarcare la supremazia del conquistatore.

Crocifissione, affresco della Chiesa della Santa Vergine, Monastero di Studenica, 1208. Sulla sinistra è raffigurata Santa Maria Vergine. Fotografia di pubblico dominio via Wikipedia:

A seguito dell’estinzione della dinastia Nemanjic e alla conquista della Serbia da parte degli ottomani, Studenica perse gran parte del suo prestigio. Rimase comunque il centro culturale e spirituale più importante del paese e contribuì a mantenere accesa la fiamma del patriottismo, sentimento che condusse in seguito alla liberazione della Serbia dalla dominazione ottomana nel XIX secolo.

Fortunatamente i danni non sono estesi a tutti gli affreschi presenti all’interno della chiesa, e tutt’oggi possiamo godere ancora delle raffigurazioni così come sono stare realizzate originariamente. Inoltre il meticoloso intervento dell’Istituto per la protezione dei monumenti culturali della Serbia ha restituito parte dell’originale bellezza, con dei lavori di conservazione e restauro eseguiti mediante tecniche tradizionali e materiali originali.

Acquaforte (1758) nel Museo Serbo Ortodosso di Szentendre. Fotografia di Bjoertvedt condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Sebbene sia stato possibile restituire una certa leggibilità alle figure, non è stato però possibile rimuovere dagli affreschi tutti i segni di deturpazione, non tanto per l’impossibilità dell’intervento quanto a non voler rimuovere quelli che sono ormai da considerare una traccia della storia.

Sì, perché di questi dipinti tanto le pennellate dei maestri bizantini quanto le loro cicatrici costituiscono insieme un segno indelebile degli eventi dell’umanità, e testimoniano a chiunque visiti il monastero il vero potere che l’arte può suscitare nei cuori di chi la osserva, la contempla e, a volte, la teme.

Volendo citare la poesia del noto poeta Milan Rakic dedicata all’affresco ormai deturpato, situato nella chiesa di Gračanica, della Regina Simonida:

MILAN RAKIC – “PESME”

SIMONIDA

Iskopase ti oci, lepa sliko!
Veceri jedne, na kamenoj ploci,
Znajuci da ga tad ne vidi niko,
Arbanas ti je nozem izbo oci!

Ali dirnuti rukom nije smeo
Ni otmeno ti lice, niti usta,
Ni zlatnu krunu, ni kraljevski veo
Pod kojim lezi kosa tvoja gusta.

I sad u crkvi, na kamenom stubu,
U iskicenu mozaik-odelu
Dok mirno snosis sudbu tvoju grubu,
Gledam te tuznu, svecanu i belu;

I kao zvezde ugasene, koje
Coveku ipak salju svetlost svoju,
I covek vidi sjaj, oblik, i boju
Dalekih zvezda sto vec ne postoj,

Tako na mene sa mracnoga zida,
Na pocadjaloj i starinskoj ploci,
Sijaju sada, tuzna Simonida,
Tvoje vec davno iskopane oci.
I tuoi occhi furono trafitti, oh bella immagine,
Sul pilastro di pietra, durante la notte,
Sapendo che nessuno l’avrebbe visto,
Un albanese ti pugnalò gli occhi!

Ma egli non osò toccare con mano
Né il tuo viso elegante, né la tua bocca,
Né la tua corona d’oro, né il velo regale
Sotto il quale sono raccolti i tuoi folti capelli.

E ora nella chiesa, su un pialtro di pietra,
In un vestito decorato a mosaico
Mentre sopporti con calma il tuo duro destino,
Ti guardo triste, solenne e bianca;

E come stelle estinte, che
Sebbene ancora splendono all’uomo,
E l’uomo ne vede il bagliore, la forma e il colore,
Esse sono stelle lontane che non esistono più,

Così per me dal muro annerito,
Sulla lastra sbiadita e antica,
Brillano adesso, triste Simonida,
I tuoi occhi da tempo trafitti.