Il mistero irrisolto della “Donna di Isdal”

In questa vicenda, che si svolse in Norvegia nel 1970, non vi sono certezze ma solo tante domande. Non è chiara neppure la dinamica dei fatti, ma è lecito sospettare che la vittima, rimasta senza nome, sia legata a una storia di spionaggio.

Isdalen, dove è stata scoperta la vittima

Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Come in ogni giallo che si rispetti, tutto comincia per caso: è il pomeriggio del 29 novembre del 1970 quando un uomo, in compagnia delle sue due figlie, durante una serena passeggiata domenicale, fa una macabra scoperta. E’ un bel posto, dove si possono fare piacevoli escursioni, malgrado il cupo soprannome con cui è conosciuto: Valle della Morte, per via di svariati incidenti occorsi negli anni, e perché pare che durante il Medio Evo fosse località prediletta dai suicidi. A essere più precisi, è la zona nord del Monte Ulriken, vicino alla città norvegese di Bergen, conosciuta anche come Isdalen, ovvero “valle del ghiaccio”.

Lì viene ritrovato il cadavere semi-carbonizzato di una donna, nascosto in una zona rocciosa. Il disgraziato evento deve essere avvenuto da pochi giorni, perché una delle ragazzine in escursione col padre si avvicina ai massi proprio per quella puzza di bruciato che si avverte nell’aria. Lo stesso odore di carne bruciata che subito salta al naso dei primi agenti di polizia arrivati sul luogo.

I resti semicarbonizzati della Donna di Isdalen

Immagine di Bergen State Archive

Le autorità capiscono subito che il caso sarà difficile da districare, perché la donna sembra essere senza identità. Accanto al corpo vengono ritrovate dodici pillole di fenobarbital (Fenemal, un anticonvulsivo molto prescritto all’epoca ma poi caduto in disuso), i resti di un pranzo al sacco e una bottiglia vuota di liquore St. Halivards, poi due bottiglie di plastica che emanano ancora un forte odore di benzina e un cucchiaio d’argento con su inciso un monogramma parzialmente rimosso, e ancora i vestiti della vittima privi di etichetta e una custodia da passaporto. Ci sono poi un orologio e un paio di orecchini, posti accanto al corpo come se fosse stata seguita “una sorta di cerimonia”, e anche un cappello di pelliccia intriso di benzina.

L’orologio e i gioielli trovati accanto al corpo

Immagine di Bergen State Archive

L’autopsia stabilisce pochissime cose sulla sconosciuta: la vittima è morta per intossicazione da barbiturici e monossido di carbonio, un modo asettico per dire che la donna è ancora viva quando il fuoco la brucia. Il sangue presenta una quantità di sonnifero corrispondente ad almeno 50 pillole; si suppone che i vestiti, anche se privi di etichetta, siano di foggia italiana, mentre la dentatura presenta diverse otturazioni che, per la tecnica usata, sembrano essere state eseguite in Estremo Oriente, o in Europa centrale o in America meridionale. Le impronte digitali sono state parzialmente cancellate, ma è il viso a fare più impressione, reso completamente irriconoscibile, mentre sul collo si distinguono segni di ferite da taglio.

Le ricerche proseguono con scarsi risultati: nonostante alla stazione ferroviaria di Berger siano state recuperate due valigie sicuramente appartenenti alla donna, al suo interno non viene ritrovato nulla di rilevante per le indagini, se non 500 marchi tedeschi, dei vestiti sempre senza etichetta, una ricetta medica per una crema, dalla quale sono state cancellate sia la data sia il nome del medico, 130 corone norvegesi, cucchiaini d’argento simili a quello ritrovato sul luogo della disgrazia, un paio di occhiali e alcuni appunti criptati. Su alcuni cucchiaini vengono rilevate delle impronte parziali ma del tutto inservibili, e gli appunti, una volta decodificati, svelano i nomi di città visitate dalla donna con le relative date.

Il misterioso biglietto scritto in codice

Immagine di Bergen State Archive

Tra i vari cambi d’abito, viene trovato un capo elegante e insolito, che fa pensare a un uso “provocante” dell’abbigliamento, così come altri indumenti colorati e un po’ stravaganti, usati forse quando quella donna misteriosa voleva apparire più giovane di quanto fosse.

Proseguendo con le indagini si scopre che la donna si è intrattenuta all’Hotel Alexandra di Leon con un fotografo italiano, che viene rintracciato grazie anche ad una cartolina rinvenuta tra gli abiti in valigia. Durante l’interrogatorio il fotografo afferma che la donna gli ha raccontato solo che veniva dal Sudafrica, da Johannesburg per la precisione, e che aveva sei mesi a disposizione per visitare i luoghi più belli della Norvegia. Per quanto riguarda la cartolina, si trattava solo di un omaggio.

Le valigie della misteriosa Donna di Isdalen

Immagine di Bergen State Archive

Dunque, dopo questo interrogatorio rivelatosi inconcludente, la polizia prosegue raccogliendo altri tasselli del complicato puzzle: come già facevano intuire gli appunti, la donna aveva viaggiato parecchio in tutta Europa e in Norvegia, spesso facendo avanti e indietro da una città all’altra. Ciò che sbalordisce maggiormente in questa strana storia sono quegli otto passaporti a disposizione della donna, tutti ovviamente falsi e sopratutto emessi a nome di persone inesistenti: nessuna identità, nessun nome preso in prestito.

Nel frattempo la polizia riesce a fornire qualche indicazione sull’aspetto fisico della sventurata: probabilmente di bella presenza, alta 164 centimetri, capelli corti scuri, occhi castani, di un’età compresa tra i 25 e i 40 anni.

Vengono raccolte varie testimonianze del passaggio di questa donna, che non era passata del tutto inosservata: agli addetti dei vari hotel in cui ha soggiornato è parsa sempre ben vestita, educata, per quanto “cupa e misteriosa”. Ogni volta che la donna si è presentata in un hotel per pernottare ha sempre rifilato la stessa storia: diceva di essere una viaggiatrice di commercio e collezionista d’antiquariato, con una strana abitudine, quella di farsi cambiare spesso la stanza, nello stesso albergo.

Per quanto riguarda le sue abitudini, i dipendenti dei vari hotel possono solo riferire che la donna, a colazione, ordinava sempre del porridge col latte e che indossava spesso un cappello di pelliccia, ma oltre a questo non sanno dare altre indicazioni, tranne appunto quel suo comportamento estremamente riservato, addirittura guardingo. Qualche dubbio sul perché la donna si trovasse da quelle parti lo fa sorgere anche la parrucca nera con la quale andava in giro.

Un testimone rivela della sua padronanza di diverse lingue, come francese, tedesco e inglese, e di averla sentita conversare in tedesco con un uomo, mentre gli diceva “Ich komme bald”, ovvero “torno presto”.

L’ultimo Hotel in cui ha soggiornato è l’Hordaheimen, nella stanza 407, dal 19 al 23 novembre, giorno in cui la donna ha pagato in contanti per poi chiamare un taxi.

Da quel momento non se ne è saputo più niente fino al ritrovamento del cadavere

Nel 2005, un residente di Berger prende coraggio e confessa al giornale locale qualcosa che all’epoca non era riuscito a dire a nessuno, un’esperienza estremamente sgradevole, perché getta una luce inquietante su tutta la vicenda, compreso il ruolo della polizia locale: il testimone, che all’epoca dei fatti aveva ventisei anni, dopo aver visto l’identikit della donna ricorda d’averla incontrata, cinque giorni prima del ritrovamento del corpo, durante una passeggiata tra il verde delle montagne, a Floyen. A colpirlo non era stato solo quel suo abbigliamento troppo leggero, più adatto a una passeggiata in città che a un’escursione in montagna, ma anche la presenza di due uomini misteriosi che la seguivano a una ventina di metri di distanza. Al ragazzo danno l’impressione di essere stranieri, persone provenienti dall’Europa meridionale.

Il testimone ha la sensazione che la donna, apparentemente spaventata, provi a comunicargli qualcosa, ma poi si volta verso i due loschi figuri e rinuncia, proseguendo per la sua strada. Quando esce la notizia di quel cadavere ritrovato nelle montagne l’uomo si presenta alla polizia per denunciare il fatto, ma invece di trovarsi davanti un agente disposto ad ascoltarlo, si vede liquidato senza che la sua testimonianza sia verbalizzata, e anzi gli viene consigliato di dimenticare tutto perché quello è ormai un caso internazionale.

Le ipotesi che circolano fin dall’inizio e negli anni seguenti ruotano tutte intorno alla possibilità che quella donna fosse una spia, ma al servizio di chi è impossibile stabilirlo. Certo è che quelli erano gli anni della Guerra Fredda, e che la Norvegia era all’epoca uno dei paesi più “visitati” da agenti segreti di diversa provenienza per la sua vicinanza con l’Unione Sovietica. Inoltre gli spostamenti della donna, stabiliti attraverso quel biglietto, riconducono a località norvegesi dove venivano eseguiti, proprio nelle stesse date, test top-secret su un missile antinave progettato dagli Stati Uniti.

Cimitero di Møllendal, dove è sepolta la “Donna Isdal”

Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La morte di quella povera donna viene archiviata come suicidio, e il suo corpo sepolto nel cimitero di Mollendal, sotto una lapide senza nome e sulla quale nessuno posa un fiore.

Nel 2016, con la speranza di venire a capo del mistero, l’emittente di stato norvegese NRK ha incaricato l’artista americano Stephen Missal di realizzare sei nuovi ritratti, poi mostrati ai testimoni che l’avevano incontrata, per avere comparazioni ed ottenere un identikit più fedele possibile alla vittima.

Ricostruzione del volto della vittima

Immagine di Stephen Messale – NRK via Wikipedia – Giusto Uso

Inoltre, viene ricavato il profilo del DNA dai denti della donna, che insieme alla perizia calligrafica fa ritenere che fosse di origini europee, forse francesi o franco-tedesche.

Probabilmente aveva trascorso l’infanzia in Europa orientale o centrale, e l’adolescenza più a occidente; ancora una volta sono pochi e frammentari gli elementi che si presentano, come se la vittima stessa non voglia rivelare la sua identità.

Per ora rimane solo la sconosciuta “la donna di Isdal”.


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