Per decenni, ossia praticamente da quando la Scienza ha posto definitivamente i paletti che delimitano i campi di indagine delle sue ricerche, gli scienziati e le persone di buonsenso hanno sbeffeggiato senza pietà gli adepti del “paranormale” in tutte le sue forme. Il famoso comitato scientifico Cicap fu fondato negli anni ’80 da Piero Angela (che nel decennio precedente aveva condotto una trasmissione televisiva e scritto un libro sul tema, entrambi di grande successo) e un gruppo di famosi scienziati, proprio per mettere in guardia la gente comune dalla suggestione delle storie che sembrano razionalmente inspiegabili, e lo sembrano soprattutto perché sono del tutto o in gran parte inventate.

Anche se, effettivamente, dobbiamo almeno riconoscere agli appassionati di paranormale una fantasia e una simpatia che invece mancano del tutto nei torvi e paranoici complottisti, antivax, creazionisti e (notizia recente) perfino terrapiattisti che vanno di moda oggi, non è mai fuori luogo ricordare i tempi in cui le biblioteche familiari erano spesso monopolizzate da ponderosi tomi firmati da califfi del genere, come Charles Berlitz, Vincent Gaddis (specialista in sparizioni e ricomparse misteriose), Leo Talamonti o Peter Kolosimo (il quale fu l’unico ad ammettere che le sue erano opere narrative di Fantascienza, e che quella di proporle al pubblico come verità nascosta era solo una strategia editoriale per vendere più copie).

Rileggere oggi queste storie, per chi non sia peggio che sprovveduto, ha quindi un doppio fascino retrò, sia perché spesso sono ambientate nei secoli passati, sia proprio perché riporta alla mente quei tempi in cui andavano tanto di moda, tutto sommato molto più felici di quelli attuali.

Molte delle storie narrate in questi volumi sono riportate del tutto o in parte su pagine web di tenaci amatori del genere che si ostinano a riproporle con una fede cieca che ha qualcosa di commovente. Purtroppo, la maggior parte di queste pagine è in Inglese, e quindi il lettore italiano non sempre ha la possibilità di seguirle. Appare particolarmente significativo, però, il fatto che il proliferare di queste pagine abbia fortunatamente portato anche a un proliferare di pagine molto serie che affrontano punto per punto le loro stesse questioni, proponendo un esemplare discorso di debunking, ossia fornendo al lettore le prove che queste storie sono inventate.

Ci sembra dunque necessario citarne una particolarmente esemplare, riportata sia da Berlitz sia da Gaddis in libri che hanno venduto milioni di copie in tutto il mondo. Quella dell’incredibile viaggio della bara di Charles Coghlan (che è pure una storia davvero affascinante, anche se inventata, tale che meriterebbe sicuramente un film).

Partiamo dal racconto di Gaddis (un credulone, a giudicare dal rigore che cerca inutilmente di esibire nei suoi libri) che poi Berlitz (un furbone ben consapevole di menare per il naso i lettori, visti tutti gli artifici ed effetti speciali cui ricorre per ottenere la massima attenzione) riprende sull’argomento.

La storia di Coghlan

Charles Coghlan, un attore di grande fascino e successo del XIX secolo, originario dell’isola di Prince Edward, a Nord della Nova Scotia in Canada, morì colto da un infarto mentre era in scena a Galveston in Texas, nel novembre del 1899, all’età di 57 anni. La sua bara, in attesa di essere riportata a casa, fu provvisoriamente lasciata in un deposito del cimitero di Galveston. Nel settembre del 1900, Galveston fu investita da un terribile uragano che la rase quasi al suolo, facendo tra gli 8.000 e i 12.000 morti. Tra i tanti danni patiti dalla città, anche il cimitero fu distrutto e tutte le bare sepolte o depositate risultarono disperse nel Mar dei Caraibi, su cui la città è affacciata.

Charles Francis Coghlan:

Circa 7 anni dopo, una barca di pescatori partita dall’Isola Prince Edward intercettò quello che sembrava da lontano un piccolo canotto e, una volta raggiunto con delle cime, si rivelò essere una bara galleggiante. Portata a terra e ripulita, la bara esibì una placca dalla quale risultò che il suo contenuto consisteva nelle spoglie mortali del fu Charles Coghlan, tornato a casa dopo un lungo viaggio che lo aveva visto circumnavigare praticamente tutta la East Coast. La bara fu quindi tumulata nel principale cimitero dell’isola, a poca distanza dalla casa in cui Coghlan era nato.

Ammettiamolo: sicuramente è un bel racconto, decisamente molto in stile Ambrose Bierce, lo scrittore di horror e soprannaturale che andava tanto di moda negli stessi anni in cui Coghlan si esibiva a teatro (e che vale la pena di leggere ancora adesso).

Charles Francis Coghlan nelle vesti di Orlando nel 1876:

Lo presero sul serio perfino la figlia di Coghlan, Gertrude, anch’essa famosa attrice, e suo marito, l’impresario teatrale Auguste Pitou, già amico di Coghlan, quando la appresero, diversi anni dopo, nel 1929.

A raccontargliela, fu un celebre giornalista del tempo, Robert L. Ripley, che teneva una rubrica di notizie bizzarre, “Believe or not” (“Che ci crediate o no”) sul quotidiano “New York Globe” (spesso tali notizie venivano riprese anche dall’”Evening Post”, diffuso in tutti gli States, e raccolte in libri antologici).

Ripley, che di formazione era un antropologo, non era esattamente il massimo del rigore scientifico ma nemmeno uno disposto a dar credito a qualunque “sentito dire”. Infatti, a richiesta, citò quali proprie fonti due libri autobiografici scritti da colleghi di Coghlan che erano stati suoi ottimi amici, “A player under three regins” di Johnston Forbes Robertson e “The days I knew” di Lily Langtry, entrambi usciti nel 1925. La Langrty era morta nello stesso 1929, Robertson sopravvisse fino al 1937, ma non si sa se qualcuno andò a chiedergli come avesse appreso la storia e da chi.

Charles Francis Coghlan:

Il fatto che la figlia di Coghlan ci credesse significa essenzialmente una sola cosa certa: che la donna non era riuscita a dare una tomba al padre.

A parte questo, però, la storia della bara navigante presenta parecchie incongruenze, che andiamo a esaminare una a una.

La prima è che Coghlan non era nato nell’isola Prince Edward, anche se vi possedeva una casa e vi risiedette per gli ultimi anni della sua vita. Era nato, infatti, a Parigi, l’11 giugno 1842.

Getrude Coghlan (1876-1952), figlia dell’attore e anch’essa attrice:

La seconda riguarda le circostanze della sua morte. Coghlan arrivò a Galveston con la compagnia che stava portando in tournée la commedia “The royal box”, ma non riuscì mai a metterla in scena nella città texana, perché era già ammalato di un’affezione gastrica non ben definita e dovette mettersi a letto, in albergo, appena arrivato. Il 27 novembre 1899, improvvisamente, ebbe un attacco cardiaco e morì lì, nella sua stanza.

La vedova, la scultrice Kuhne Beveridge (che non era la madre di Gertrude, nata nel 1876 da una relazione con l’attrice Louisa Elizabeth Thorn) scartò subito l’idea di riportarlo all’isola Prince Edward, per i costi troppo elevati del trasporto, e decise di farlo cremare. Il più vicino forno attrezzato per questa funzione, però, era addirittura a New York, e anche questo trasporto si rivelò difficile da organizzare. Intanto, la bara di Coghlan restò a Galveston, in uno dei tanti depositi che formavano il cimitero. Poiché la città è proprio sul mare e a una quota bassissima, non si può scavare oltre il metro senza incontrare l’acqua e i feretri non vi sono mai stati interrati.

Sotto, Kühne Beveridge:

A questo punto, la faccenda si fa improvvisamente misteriosa sul serio, perché i tanti pezzi in Inglese reperibili sul web non ci dicono come va a finire. Ci raccontano solo quello che non successe, ossia il lungo viaggio per mare fino all’isola Prince Edward.

Le teorie dominanti sono due

La prima è che la bara di Coghlan non fu coinvolta nell’uragano perché era stata appena spedita in treno a New York. Dove peraltro non arrivò mai, perché finì distrutta in un incendio accidentale (praticamente, volendo fare una battuta di pessimo gusto, la vedova Beveridge ebbe comunque la cremazione della salma, ma senza pagare).

Una fotografia mostra le conseguenze dell’uragano Galveston del 1900:

La seconda è che la bara di Coghlan fu effettivamente ritrovata da un gruppo di pescatori 7 anni dopo l’uragano, ma non all’isola Prince Edward, bensì in una palude a soli 9 km da Galveston.

Sul web, si trovano facilmente delle foto di Coghlan da vivo, e immagini di tombe di suoi omonimi molto meno noti. La sua, invece, non si può vedere da nessuna parte. Risulta inevitabile chiedersi: ma esiste davvero? E, se non esiste, che fine ha fatto la bara?

È possibile che le due versioni raccontino ognuna una mezza verità. La bara sarebbe stata ritrovata nella palude e spedita a New York ma sarebbe accidentalmente bruciata durante il viaggio. Sembrerebbe la spiegazione più semplice, ma non è avallata da nessuno tra quelli che ne hanno scritto.

Le notizie biografiche su Kuhne Beveridge sono piuttosto frammentarie, fatto un po’ strano per un’artista piuttosto famosa ai suoi tempi. Nata nel 1874 (aveva dunque 32 anni meno del marito e solo 2 più della figliastra), l’ultima volta che viene menzionata come viva è nella successione del padre, nel 1921. Nel 1930 viene inserita nella “Illinois Walk of Fame” (era nativa di Sprigfield) ma questo non ci dice se fosse morta o viva. Dopodiché non se ne sa più nulla. Sicuramente era stata lei a gestire il destino della salma e della bara di Coghlan, ma nel 1929 (e, evidentemente, neanche prima) Gertrude non la contattò al riguardo. La Beveridge era già morta (a meno di 55 anni) quando Ripley pubblicò il suo articolo? O i rapporti tra lei e Gertrude erano così pessimi che le due donne non si trattavano per nessuna ragione?

Dunque, se neanche la figlia sapeva quale fine avesse fatto la bara di Coghlan, questa bara, che fine può aver fatto?

Categorie: Misteri

Roberto Cocchis

Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 53 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.