Il misterioso caso di Rey Rivera

Indizi che non tornano, messaggi massonici e una telefonata anonima: questo è probabilmente il caso irrisolto più famoso nel mondo del true crime. È il 24 maggio 2006, siamo a Baltimora, in Maryland (Stati Uniti), più precisamente all’Hotel Belvedere ed è appena stato trovato all’interno un corpo già in stato di decomposizione. Gli investigatori lo riconoscono subito: si tratta di Rey Rivera. La cosa più sconcertante è che nessuno sa né come, né perché sia finito lì.
Ma chi era Rey Rivera?

Rey nasce il 10 giugno 1973 e a detta di tutti quelli che lo conoscevano era una di quelle persone sempre allegre, che faceva ridere un po’ tutti, all’epoca dei fatti aveva solo 32 anni e il suo sogno era quello di poter diventare uno sceneggiatore. Nel 2005 sposò Allison Jones, con cui viveva a Portorico, ma l’anno dopo si trasferirono a Baltimora per consentire a Rey di cominciare a lavorare per la Stansberry & Associates Investment Research, un’azienda che si occupa di investimenti e filiale della Agora Publishing, fondata da un suo amico di vecchia data di nome Frank Porter Stansberry. Rey aveva iniziato così a scrivere newsletter di finanza e nel mentre si occupava di fare riprese video, sempre per conto dell’azienda stessa.

La mattina del 16 maggio 2006 la moglie di Rey partì per un viaggio di lavoro a Richmond, in Virginia, lasciando a casa il marito e una collega di lavoro di nome Claudia, che in quei giorni era ospite da loro. Alle 18:30 di quel giorno Rey ricevette quella che sembrava essere una chiamata urgente, dove Claudia lo sentì esclamare “Oh me*da!” e uscire di corsa fuori dalla porta di casa con ancora le infradito ai piedi.

Verso sera Allison cercò di contattare Rey al telefono, senza ricevere alcuna risposta. Alle 22:00 provò quindi a chiamare Claudia, per chiedere di suo marito, ma lei rispose che non lo vedeva da quando era corso fuori casa, così pensò che forse Rey fosse uscito a bere qualcosa senza aver notato le chiamate perse. Il giorno dopo però, all’ennesima chiamata senza risposta, Allison iniziò ad agitarsi e a sentire che qualcosa non andava, qualcosa di brutto doveva essere successo a suo marito e passò quindi tutta la mattinata a cercarlo contattando amici e parenti, ma ovviamente dell’uomo nessuna traccia. Alle 15:00 la moglie decise di denunciare la scomparsa del marito.

Allison raccontò tutti particolari alla polizia, ma aggiunse qualcos’altro: disse che Rey aveva cominciato a mostrare una crescente paranoia nelle settimane precedenti alla scomparsa, quasi come se fosse terrorizzato da qualcosa, o da qualcuno, ma nonostante le continue domande, lui non volle dare nessuna spiegazione. Inoltre il sistema di allarme di casa era scattato due volte nelle sere precedenti, ma dalle registrazioni non era presente nessuno movimento sospetto.

Le autorità non agirono subito, ritenendo opportuno attendere le 48 ore come da prassi, prima di aprire il caso e cominciare con le ricerche. Tutto poteva succedere in 48 ore. Questo fece ovviamente preoccupare Allison, a tal punto da decidere che si sarebbe organizzata lei per cercare suo marito, e così fece. Con l’aiuto di amici, parenti e di Porter, decisero di tappezzare la città di Baltimora con fogli raffiguranti la foto di Rey, promettendo una ricompensa di mille dollari per chiunque lo avesse trovato o avesse anche solo delle informazioni su di lui.

Scadute le 48 ore, dell’uomo ancora nessuna traccia e la polizia decise finalmente di attivarsi. Lo cercarono per ben sei giorni e il 24 maggio ci fu la svolta. La macchina di Rey venne ritrovata in un parcheggio vicino all’Hotel Belvedere, edificio non molto distante dal suo luogo di lavoro, composto da undici piani con un tetto più alto a mo’ di mansarda e uno più stretto nella parte inferiore.

La polizia cominciò quindi ad effettuare ricerche nei dintorni, utilizzando anche gli elicotteri, ed è proprio mentre sorvolavano l’hotel che scoprirono un buco nel tetto inferiore di dimensioni abbastanza ridotte. Inizialmente non gli diedero molta importanza ma avrebbero comunque eseguito delle indagini. Una volta raggiunto il tetto, notarono che accanto al buco si trovavano proprio le infradito appartenenti a Rey, il suo telefono ormai scarico e gli occhiali che usava di solito. C’erano quasi, lui doveva essere lì vicino. Gli agenti si precipitarono quindi nella stanza, che scoprirono essere una vecchia sala riunioni di un’area dell’hotel ormai in disuso, e lì fecero la macabra scoperta. Il corpo di Rey giaceva per terra, ormai in stato di decomposizione, che indicava essere morto sicuramente da giorni. La polizia non ci mise molto a ricostruire la scena, era chiaro: l’uomo doveva essersi per forza lanciato dal tetto superiore per poi sfondare quello inferiore e finire nella stanza.

Le domande cominciarono ad assalire gli agenti. Perché si trovava lì? Qualcuno lo avevano spinto di sotto o aveva scelto lui stesso di farla finita? Chi lo aveva chiamato il giorno della sua scomparsa?

Alla sconcertante notizia la famiglia e gli amici di Rey furono sotto shock, non riuscivano a crederci.

La polizia iniziò ad indagare sulla telefonata che fece scappare improvvisamente Rivera, poteva contenere indizi importanti. Scoprirono che proveniva proprio dal centralino del suo posto di lavoro, ma durante gli interrogatori i dipendenti fecero scena muta, questo perché Porter obbligò tutti all’obbligo di riservatezza, e non essendoci prove certe che si trattava di omicidio avevano tutto il diritto di non testimoniare. Lo stesso Porter, anche se aveva contribuito alle ricerche mettendo lui stesso in palio i mille euro, decise di non collaborare con le autorità.

La polizia iniziò ad interrogare le persone che soggiornavano quel giorno nell’hotel, ma anche in quel caso non ci furono testimoni. Nessuno aveva visto niente. Decisero quindi di visionare le telecamere interne ed esterne. I filmati non mentono ed erano certi che avrebbero scoperto qualcosa, ma purtroppo anche in questo caso fecero un buco nell’acqua perché se dalle telecamere interne la figura di Rey non apparve nemmeno per un secondo, le telecamere esterne quel giorno erano state disattivate.

Senza troppi indizi la polizia trattò il caso come un suicidio, ma le prove e le testimonianze indicavano ben altro.
Rivera indossava un paio di infradito e la distanza in orizzontale dal tetto più alto a quello più basso era di ben 13 metri, come poteva un uomo saltare così in lungo? Contando anche che il buco aveva un diametro troppo ridotto per una persona che si sta gettando da quell’altezza, perché sarebbe dovuto cadere perfettamente a candela per riuscire a passarci. Ci furono altri elementi ambigui che non vennero presi in considerazione: gli occhiali e il telefono di Rivera, trovati accanto al buco, erano perfettamente intatti, quando una caduta del genere avrebbe dovuto frantumarli all’istante, mentre sulle punte delle infradito si potevano benissimo notare dei segni di trascinamento. Perfino l’autopsia descrisse lesioni che non erano coerenti con una morte per caduta e il medico legale del caso dichiarò il caso inconcludente.

In ultimo venne esaminato il computer di Rivera. Trovarono ripiegata nella plastica una nota, stampata a caratteri così minuscoli da non riuscire quasi a leggerla, era attaccata dietro allo schermo del computer di casa insieme a un assegno in bianco.

Si trattava di una lettera indirizzata a “fratelli e sorelle”, includeva frasi massoniche come “chi la virtù unisce, la morte non separa” e faceva poi riferimento ad “una partita ben giocata”. Vi erano nominati personaggi famosi ormai scomparsi come Christopher Reeve e Stanley Kubrik, oltre che una lunga lista di parenti e amici, tra cui proprio il suo migliore amico nonché datore di lavoro Frank Porter, nome che viene riportato diverse volte nella lettera. Gli investigatori inviarono subito la lettera all’FBI, ma anche questo indizio non venne preso in considerazione.

Quando Allison tornò dalla polizia per riprendere il computer, il detective disse che qualcuno aveva chiamato un paio di volte chiedendo insistentemente di poterlo ritirare e che ne era molto interessato.

Molte fonti, in seguito, confermarono che Rey non era soddisfatto del suo lavoro, soprattutto perché le azioni di cui scriveva spesso non si riprendevano come sperava. Si scoprì anche che l’azienda ricevette una sanzione da un milione di dollari da parte di clienti che l’accusavano di frode per aver investito denaro in una compagnia russa, senza però ricavarne nulla.

Nonostante gli indizi e le poche risposte certe, la polizia decise di archiviare il caso, lasciando parenti e amici delusi da un sistema che avrebbe dovuto aiutarli nella ricerca del colpevole. Forse Rey aveva fatto arrabbiare la persona sbagliata? Qualcuno aveva inscenato la sua morte facendolo credere un suicidio? E anche se si fosse trattato davvero di un suicidio, com’era possibile che non ci fossero testimoni?

A distanza di ormai diciassette anni, ancora nessuno parla, i familiari e gli amici di Rivera però non si sono mai arresi all’ipotesi di un suicidio e lottano tutt’ora per scoprire la verità, che purtroppo, non verrà mai a galla.


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