Il medico/missionario che fomentò la guerra del Vietnam

Il più tipico cliché di ogni genere di propaganda vuole che gli eroi siano tutti belli, perfetti e se possibile anche invincibili, almeno finché si combatte con mezzi leali. Gli eroi della propria fazione, ovvio, mentre quelli dall’altra parte devono per forza essere laidi, pervertiti e infidi.

Purtroppo per i propagandisti, ma fortunatamente per gli storici, gli “eroi” che si palesano in tutte le circostanze sono per lo più figure in chiaroscuro. Con aspetti migliori e aspetti peggiori. Perché, piaccia o no, sono comunque esseri umani.

Spesso, il giudizio postumo su certi eroi finisce per oscillare continuamente tra posizioni estreme. In questi casi si vede benissimo come la discussione sulle loro figure non sia più una cosa che riguarda loro, ma rappresenti una questione personale tra quelli che ne discutono. Infatti, un “eroe” oggetto di una venerazione spropositata può essere oggetto di attacchi che vorrebbero additarlo a un disprezzo totale, da parte di chi ce l’ha personalmente con i “custodi” della sua memoria e, non avendo la possibilità di attaccarli direttamente, attacca i loro simboli. È molto più improbabile che una figura oggetto di un disprezzo generalizzato sia insistentemente riabilitata fino a farne una figura eroica: in questo caso, infatti, non ci sono “custodi della memoria” con cui regolare conti in sospeso.

L’eroe che racconteremo oggi è, per molti versi, uno di quelli più in chiaroscuro di sempre. Talmente in chiaroscuro che è davvero difficile classificarlo. Basti pensare che durante gli anni ’60 e ’70 era considerato un’icona del pensiero cristiano missionario (la celebre enciclopedia “I Quindici” riportava un suo profilo biografico tra quelli delle figure più influenti del XX secolo), mentre oggi è considerato un’icona della condizione omosessuale.

Ma non si può certo ridurre tutta la sua storia, breve e intensissima, a questo. Stiamo parlando di Thomas Anthony Dooley, il dottor Tom Dooley che in tante pubblicazioni missionarie appariva atletico e sorridente con due bambini asiatici in braccio.

Tom Dooley nasce nello stato del Missouri nel 1927, da una famiglia cattolica benestante di origine irlandese. A 17 anni lascia l’università cui si è appena iscritto per servire la Marina Militare in guerra: presterà servizio come infermiere. A guerra finita riprende gli studi ma il suo percorso accademico è piuttosto accidentato: riuscirà comunque a laurearsi in Medicina a St. Louis, la sua città natale, nel 1953.

Viene riammesso nella Marina Militare come medico e, in tale veste, si trova a operare sulla nave militare “USS Montague” che nel 1954 partecipa alle operazioni di evacuazione dei profughi dopo la sconfitta militare francese nella Prima Guerra d’Indocina, ossia il conflitto che porta i francesi ad abbandonare le colonie mediorientali e origina le premesse per il successivo conflitto tra statunitensi e vietnamiti (il Vietnam, infatti, fino ad allora era stato in gran parte inglobato nell’Indocina francese, insieme a Laos e Cambogia).

Si tratta di una situazione politica intricatissima e conflittuale, nella quale vanno a convergere interessi di molti Paesi diversi, e se provassimo a riassumerla qui, ci vorrebbero venti pagine.

Limitiamoci a dire che, in un tentativo (poi rivelatosi inutile) di scongiurare il proseguimento dei conflitti, la comunità internazionale convoca la Conferenza di Ginevra del 1954, al termine della quale, con lo smembramento dell’Indocina francese, il Vietnam è diviso in due Nazioni diverse, con il confine posto sul 17° parallelo: la Repubblica Democratica del Vietnam a Nord (di ispirazione comunista e filocinese) e lo Stato del Vietnam (poi Repubblica del Vietnam) a Sud (di ispirazione filo-occidentale, soprattutto filo-americana).

Una mappa del Vietnam del Nord e del Sud dopo gli Accordi di Ginevra del 1954:

Questa sistemazione scontenta tutti e rappresenta una polveriera pronta a esplodere. Tanto più se qualcuno attacca immediatamente ad appiccare il fuoco. Questo qualcuno, come è già avvenuto in precedenza e come avverrà ancora successivamente, è innanzitutto la CIA.

Tra i personaggi reclutati dalla CIA per il suo gioco sporco c’è anche Dooley, che intanto è stato sbarcato e sta cercando di assistere i profughi a terra, che si trovano in condizioni disperate. Probabilmente l’onnipotente servizio segreto ha scoperto che il buon dottore ha una doppia vita, impeccabile finché indossa il camice ma parecchio censurabile (dal punto di vista dell’americano medio del tempo) non appena lo smette. Dooley, infatti, è gay e, benché nella sua vita privata sia stato sempre molto prudente, prima o poi certe cose si vengono sempre a sapere.

Non si sa se Dooley venga ricattato per questo (lo sarà sicuramente in seguito, quando sarà costretto a lasciare la Marina militare). Può darsi anche che si convinca a collaborare per semplice patriottismo. Perché le sue preferenze personali saranno quelle che sono, ma Dooley è un americano medio anche lui, un conservatore tutto d’un pezzo, e alla causa che serve ci crede davvero.

Dooley è stato notato dalla CIA anche perché ha l’abitudine di scrivere lettere piene di fanfaronate sull’importanza della sua collaborazione con la autorità vietnamite (riceve anche un’onorificenza dal neonato stato del Sud) alla madre che, orgogliosa, le rispedisce ai giornali, a loro volta entusiasti di pubblicarle. In realtà pare che il suo lavoro amministrativo, di cui va tanto fiero, non sia molto importante, mentre invece è apprezzatissimo come medico.

Che sia un abilissimo propagandista e venditore di sé stesso non ci sono dubbi. Più tardi, quando fonderà un’associazione umanitaria (Medical International Cooperation Organization, indicata dall’acronimo MEDICO) affermerà che non importa come convinci la gente a finanziarti, ma importano solo le vite che salvi grazie ai suoi soldi.

Finché si tratta di questo, non ci sarebbe niente di male. Il fatto è che alla CIA non basta. Per la CIA i profughi possono anche crepare, ciò che importa è aizzare il popolo statunitense contro il Vietnam del Nord, in previsione della guerra che sarà scatenata contro questo.

E Dooley, che vive in mezzo ai profughi e divide i loro disagi, è l’uomo che può farlo. Lo convincono a scrivere un libro, “Deliver Us From Evil” (“Liberaci dal male”), in cui tutte le peggiori paranoie anticomuniste sono presentate con il massimo livello di terrorismo psicologico. Si parla di bambini assordati da bacchette conficcate nelle orecchie per impedire loro di ascoltare le preghiere degli adulti, di religiosi uccisi a forza di piantare loro chiodi nel cranio, di donne incinte sventrate, di ogni altro genere di tortura e mutilazione inflitto a chi ha la disgrazia di finire in mano ai futuri Vietcong.

Deliver Us From Evil, disponibile su Amazon:

Il libro è un bestseller dell’anno in cui esce, il 1956. Nello stesso anno, dalla stessa amministrazione civile americana del Vietnam del Sud, arriva in patria un rapporto dettagliato che dimostra come quanto riportato in “Deliver Us From Evil” sia in gran parte inventato, e quel poco che non è inventato è enormemente esagerato. La CIA terrà questo rapporto secretato fino al 1986.

Perfino William Lederer, ufficiale di Marina e scrittore, autore con Eugene Burdick di un altro bestseller sul tema, il romanzo “The Ugly American” (“Il brutto americano”) del 1958 e supervisore nella stesura del libro di Dooley, nel 1991 ammetterà che i fatti narrati da Dooley non sono mai accaduti.

Il risultato di “Deliver Us From Evil” sarà di smuovere l’opinione pubblica americana a favore di un intervento militare nell’area. È particolarmente significativo che il suo contributo arrivi da un cattolico, ossia da una frazione della popolazione statunitense normalmente più incline al pacifismo e al disarmo delle altre.

Se si è convinto lui, dicono gli americani, non ci sono alternative

Ma perché Dooley si è prestato a un’azione così ignobile, che nemmeno il più appassionato patriottismo può giustificare? È probabile, lo ripetiamo, che Dooley fosse ricattato per la sua omosessualità. Oltre a questo, occorre considerare che nel periodo in cui scrisse e pubblicò il libro perse 30 kg di peso, per via della malaria e di diverse altre malattie infettive e parassitosi da cui fu colpito, per combattere le quali doveva continuamente prendere farmaci che avevano tra i loro effetti collaterali anche le allucinazioni, aggravate dalla mancanza di riposo. Anche se la spiegazione più probabile resta quella per cui gli furono dettate da Edward Lansdale, il capo della CIA a Saigon, è possibile che le spaventose atrocità da lui attribuite ai Vietcong, Dooley se le sia semplicemente immaginate, in perfetta buona fede, suggestionato dai racconti dei profughi.

I rapporti ufficiali dicono che eseguì personalmente molti difficili interventi chirurgici con un’altissima percentuale di successi, che gestì oculatamente molte forniture di farmaci e disinfettanti, e che nell’area affidata alla sua supervisione le epidemie in corso furono eradicate. Dooley era sicuramente un ottimo medico.

Durante un tour promozionale del suo libro, Dooley apprende che la Marina militare ha aperto un’inchiesta sul suo conto, dopo una serie di soffiate sulla sua vita privata. Per sua fortuna, tuttavia, in quel momento l’America patriottica non ha proprio bisogno di uno scandalo, quindi la Marina gli propone una via d’uscita: si dimetterà spontaneamente per praticare solo la Medicina.

Nel 1957 si fa spedire in Laos dall’International Rescue Committee, un’associazione umanitaria esistente da decenni che però in questo periodo è monopolizzata da gente al soldo della CIA. Insieme a tre ex commilitoni fonda un ospedale a Luang Namtha, una località a pochi km dal confine con la Cina. Affermerà poi di averla scelta perché priva di altri medici, ma perfino i laotiani, che lo accolgono entusiasticamente, sanno che va soprattutto a contrastare la propaganda nemica.

È a questo punto che fonda la MEDICO, che si presenta con l’ambizioso programma di costruire piccoli ospedali in zone che ne sono sprovviste e di metterli in funzione entro 16 mesi con una dotazione di attrezzature adeguate e di personale formato apposta, reclutato tra gli abitanti del luogo.

Il Laos è un Paese tutt’altro che tranquillo, nominalmente una monarchia ma in realtà una terra di nessuno dominata dalla corruzione. Nel 1959, il generale Phoumi Nosavan decide di accentrare tutto il potere, con un colpo di Stato incruento. Qualche mese dopo, alcuni giovani ufficiali che lo avevano inizialmente seguito lo rovesciano e prendono il potere a loro volta. Il loro leader, Kong Le, commette però l’errore di denunciare la nefasta influenza americana (gli USA hanno destinato, tra il 1955 e il 1958, oltre 200 milioni di dollari di aiuti al Laos, ma questi soldi sono stati spartiti tra le cricche dominanti e gli affaristi americani immediatamente accorsi come mosche, senza alcun risultato per la popolazione), quindi la CIA decide di rovesciarlo a sua volta per riportare Nosvan al potere. È bastato l’annuncio di Kong Le di voler rendere il Paese neutrale rispetto alle beghe tra USA, Vietnam e Cina per farlo etichettare immediatamente come “comunista”.

Durante la permanenza in Laos, Dooley scrive altri due libri in cui riprende i toni del primo e, soprattutto nell’ultimo, elogia il nuovo golpe di Nosavan (che tra l’altro è un suo amico) affermando che è inutile praticare la democrazia nel Laos, perché tanto i laotiani non la capiscono.

Il suo atteggiamento verso il Laos sembra ambivalente, ma a ben vedere si dimostra più lucido di molti altri. È uno di quelli che denunciano con maggiore veemenza la corruzione degli americani e la pessima fama che questi si stanno facendo nell’Estremo Oriente. È per questa ragione che, nonostante sia sempre alla ricerca di fondi per la sua organizzazione presso privati, quando il Congresso lo ascolta in un’audizione per determinare se inviare o meno altri aiuti al Laos, dichiara che sarebbero soldi buttati.

La CIA è comunque soddisfattissima del suo operato. Nei suoi ospedali laotiani arrivano un sacco di profughi scappati dal Nord Vietnam o dalla Cina, e spesso portano notizie importanti di manovre militari, che Dooley trasmette immediatamente ai suoi referenti. Lui stesso si procura altre notizie spostandosi tra i villaggi per rifornirli di farmaci e attrezzature o per eseguire interventi chirurgici.

Ma il suo tempo volge alla fine. Da originario irlandese, tipico fototipo chiaro, in quei climi avrebbe dovuto stare molto attento a proteggersi dal sole, però all’epoca la correlazione tra esposizione agli ultravioletti e tumori della pelle era appena un sospetto. Un neo che gli dà problemi non guarisce e una visita specialistica porta a una diagnosi grave: melanoma.

Alla fine del 1959, Dooley torna in patria per curarsi. Un giornalista suo amico, Fred Friendly, lo invita come protagonista di una trasmissione televisiva per sensibilizzare i cittadini sui rischi del cancro, una sorta di reality in cui parla della malattia, dell’intervento e dei successivi sviluppi. Dooley non banalizza la situazione e, dopo la rimozione del melanoma e l’esito dell’esame istologico, dichiara senza battere ciglio che la sua prognosi è infausta.

Dedica gli ultimi mesi di vita a raccogliere fondi per la MEDICO. All’inizio del 1961 si aggrava e muore il 18 gennaio, il giorno dopo il suo 34° compleanno. Muore da fervente cattolico, come è sempre stato.

Gli americani, incluso il presidente JFK, lo piangono come un eroe. Il Congresso lo insignisce della medaglia d’oro alla memoria. A succedergli alla guida della MEDICO è nientemeno che l’ex presidente Einsenhower, che però si stanca presto, così l’associazione finisce per essere assorbita da una più grande, la CARE (Cooperative for Assistance and Relief Everywhere).

Quando la guerra del Vietnam dividerà gli americani e li porterà infine a opporsi in massa a un inutile macello, la figura di Dooley sarà drasticamente ridimensionata. Si parlerà di lui come del responsabile di un vero lavaggio del cervello collettivo. Né queste accuse saranno mitigate dalla scoperta, svolta dopo accurate ricerche del suo biografo James Fisher, che Dooley non ha mai guadagnato nulla servendo la CIA e che non ha mai tenuto nulla per sé di quanto raccoglieva per la sua associazione.

Molti dei suoi ex collaboratori hanno continuato a portare avanti iniziative mediche e umanitarie nei Paesi poveri, soprattutto nelle aree interessate da guerre e rivoluzioni. Esiste ancora oggi una “Tom Dooley Foundation” molto attiva nella cura e nella profilassi delle malattie infettive nei Paesi poveri, anche se la homepage del suo sito continua a proporre i contenuti di “Deliver Us From Evil” come se non fossero stati ampiamente smentiti nel frattempo.

Nell’università di Notre-Dame, in Indiana, dove Dooley cominciò gli studi di Medicina poi terminati a St. Louis, sono attive diverse associazioni studentesche alla sua memoria. L’iniziativa più importante per ricordarlo è il “Thomas A. Dooley Award”, un premio che gli studenti LGBT conferiscono ogni anno a figure appartenenti alle diverse comunità religiose che si siano segnalate per l’impegno a favore dei diritti degli LGBT.


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