10 giugno 1944: 642 abitanti del tranquillo villaggio rurale di Oradour sur Glane (nella regione francese della Nuova Aquitania) videro l’alba di un nuovo giorno per l’ultima volta. Li aveva avvertiti così un ufficiale tedesco:

“Oggi vedrete scorrere molto sangue”. E così fu

Fonte immagine: TwoWings via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Videro non solo scorrere molto sangue, ma respirarono l’acre fumo degli incendi appiccati per finire le vittime, e sentirono l’odore della carne bruciata, prima che la notte ammantasse di nero i resti del loro villaggio completamente distrutto.

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Si era compiuto il peggiore degli eccidi di civili inermi perpetrato dai nazisti in Francia, come rappresaglia per l’uccisione di un loro ufficiale.

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Quattro giorni prima le forze alleate erano sbarcate in Normandia, e la 2ª divisione corazzata SS Das Reich doveva in ogni modo contrastarne l’avanzata. Intanto, la resistenza francese si preoccupava di sabotare con qualsiasi mezzo i movimenti delle forze di occupazione. Durante un’operazione condotta dai partigiani, fu catturato (e poi ucciso durante un tentativo di fuga) un comandante tedesco, Helmut Kämpfe.

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Lo sturmbannführer Adolf Diekmann fu incaricato di compiere una rappresaglia: prendere in ostaggio 30 uomini per ottenere la liberazione di Kämpfe, prigioniero nel villaggio di Oradour-sur-Vayres.

Adolf Diekmann

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Diekmann invece si fermò a Oradour-sur-Glane: erano le due pomeriggio, quando fece radunare tutti gli abitanti nella piazza del paese, con la scusa di un controllo dei documenti.

Come avvenne la strage di Oradour-sur-Glane

Fonte immagine: Rozol 77 via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Gli uomini furono separati dalle donne, che con i loro bambini furono rinchiuse nella chiesa del villaggio.

L’ordigno che i tedeschi fecero esplodere nell’edificio sacro e uccise 247 donne e 205 bambini

Le poche che non morirono per l’esplosione o le fiamme, tentarono di salvarsi gettandosi dalle finestre, anche con i loro figli in braccio, ma furono finite dal fuoco delle mitragliatrici.

La chiesa di Oradour-sur-Glane

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Solo una donna riuscì a scampare all’eccidio, Marguerite Rouffanche, che sopravvisse a un salto di tre metri, e poi al fuoco dei tedeschi.

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Intanto gli uomini venivano portati all’interno di alcune rimesse, dove li aspettavano, già posizionate, delle mitragliatrici. I nazisti spararono loro alle gambe, per impedire ogni tentativo di fuga, poi li cosparsero di carburante e appiccarono il fuoco. Nonostante quell’inferno, in sei riuscirono a scappare, ma uno fu poi ucciso durante la fuga. Morirono 190 uomini. Di tutti gli abitanti del villaggio, sopravvissero solo quella donna e quei cinque uomini, oltre a una ventina di persone che erano scappate all’arrivo dei nazisti. Furono loro a seppellire tutte le 642 vittime innocenti di una rappresaglia compiuta, secondo quanto disse Diekmann, per l’attività dei partigiani nella vicina località di Tulle e per il rapimento di Kämpfe.

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Gli stessi tedeschi, nella persona del feldmaresciallo Rommel e del generale Gleiniger, così come il governo collaborazionista di Vichy, chiesero l’apertura di un’indagine sull’operato di Diekmann, che aveva compiuto la strage, pare, di sua iniziativa. Poco dopo i tragici eventi di Oradour-sur-Glane, Diekmann fu ucciso in battaglia, insieme a molti dei soldati che avevano partecipato al massacro. L’inchiesta fu quindi archiviata. Il processo, istruito dai francesi nel 1953 a carico di sei soldati tedeschi e di 14 francesi (alsaziani arruolati nelle SS) si concluse con delle condanne varie, che furono subito vanificate da un’amnistia.

L’ingresso al villaggio distrutto di Oradour-sur-Glane

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Intanto Charles De Gaulle aveva ordinato che Oradour-sur-Glane rimanesse esattamente come lo avevano lasciato i tedeschi, a perenne ricordo delle vittime innocenti della guerra

Sotto, Oradour come appare oggi visto dal drone:

Tra le persone bruciate vive nella chiesa c’era anche una donna italiana, Lucia Zoccarato, e sette dei suoi nove figli. Lucia era emigrata in Francia con il marito, Giuseppe Miozzo, nel 1927, partendo da un Veneto povero e senza speranza, per cercare fortuna negli Stati Uniti, passando per Bordeaux. Lucia, Giuseppe e i loro tre figli si fermarono invece in una fattoria nel territorio di Oradour, poi arrivarono altri sei bambini, ma nel 1940 Giuseppe dovette tornare in Italia per fare il suo dovere in guerra. Nel ’43, quando si rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò, fu mandato in un campo di concentramento. Solo dopo la fine la liberazione seppe che della sua numerosa famiglia erano sopravvissute solo due ragazze, Ofelia e Angelina, che non si trovavano nella chiesa dell’orrore.

Il regista Mario Vittorio Quattrina ha realizzato nel 2014 un documentario dal titolo Il fuoco sopra gli angeli, per ricordare la storia di Lucia Zoccarato e dei suoi figli.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.