Il 13 dicembre 1937, le truppe giapponesi irrompono nella città di Nanchino, che all’epoca è la capitale della Cina. Iniziano sei settimane di terrore, oggi conosciute come il massacro di Nanchino, o lo “stupro di Nanchino”. Un testimone oculare, il chirurgo americano Robert Wilson, descrive quei giorni come “l’inferno di Dante moderno, scritto a carattere cubitali con sangue e stupri”. Eppure, questo massacro sembra essere uno dei tanti esempi della ferocia umana, sepolti nella cenere della storia.
In una struggente canzone del 1967, dedicata alle vittime di Auschwitz, un verso è quanto mai attuale, quasi profetico: “ancora non è contenta di sangue la bestia umana”. Una realtà che oggi, purtroppo è sotto gli tutti. Perché l’Olocausto non è stato il primo genocidio, e nemmeno l’ultimo. Troppo spesso ci dimentichiamo del genocidio dei nativi americani, degli Armeni, o di quello molto più recente dei Tutsi in Ruanda, solo per citarne alcuni.
Poi ci sono atrocità ancor meno conosciute, come quelle perpetrate negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale nel sud-est asiatico, così lontano da noi geograficamente e culturalmente, quando ancora la globalizzazione era un concetto astratto. Il Massacro di Nanchino è talmente aberrante che è impossibile trovare parole adeguate per raccontarlo. E sembra difficile anche esprimere un commento sull’atrocità di quei fatti, che nulla hanno a che vedere con azioni di guerra. O meglio, il Massacro di Nanchino dimostra come lo stupro di massa sia una vera e propria arma di guerra, usata per terrorizzare e annichilire i vinti (ne abbiamo parlato in un video dedicato).
Alla fine degli anni ’30 l’Europa va inesorabilmente incontro alla seconda guerra mondiale e agli orrori del regime nazista. Orrori con cui, a fine conflitto, i paesi dell’occidente hanno dovuto fare i conti, e non è stato certo facile. E quindi, di quello che era successo in Asia non ci siamo mai molto occupati, non è stato argomento di discussione. In quegli anni, in Asia era già in atto il secondo conflitto sino-giapponese, iniziato nel luglio del 1937, e durato fino al settembre 1945, quando il Giappone, con la fine della seconda guerra mondiale, è costretto ad arrendersi senza condizione.
I prodromi del conflitto
La seconda guerra sino-giapponese è, in sostanza, l’invasione della Cina da parte del Giappone, che vorrebbe allargare la sua influenza in tutta l’Asia. Nel 1931 occupa la Manciuria, usando a pretesto un falso attacco – l’incidente di Mukden -, e mette in piedi lo stato fantoccio del Manchukuò. Riesce a farlo perché la neonata Repubblica di Cina, all’epoca, è un paese debolissimo, con una guerra civile in corso, dove i cosiddetti “signori della guerra” hanno in mano il potere nei loro rispettivi territori. Non c’è quindi un’unità nazionale, un governo centrale forte che può far fronte alle mire dei giapponesi. Per capire la profonda crisi che attraversa la Cina di quegli anni, bisogna andare ancora più indietro nel tempo, alle guerre dell’oppio del 19° secolo – tra Cina e Regno Unito – e al primo conflitto sino-giapponese, di fine ‘800. Sarebbe però troppo lungo raccontare tutto questo concatenarsi di eventi, che ha come protagonisti anche le potenze coloniali dell’epoca.
La Cina è quindi un paese debole e diviso, mentre il Giappone è in forte crescita. Si sta velocemente modernizzando, dopo la fine della politica di “chiusura”, di autarchia, adottata nel 1641 e conclusa, non per scelta propria, nel 1853. In questo contesto, il Giappone decide di allargare la sua influenza in Cina, dove trova appoggio anche in qualche “signore della guerra”, come quello della Manciuria. Intanto in Cina, il governo nazionalista di Chiang Kai-Shek cerca di sbarazzarsi dei “signori della guerra” locali, e anche del Partito Comunista Cinese, guidato da Mao Zedong. Quando il Giappone invade la Manciuria, nel 1931, Ghiang preferisce non reagire, perché, dice, deve venire “prima la pacificazione interna, poi la resistenza esterna”. Come dire che per lui sono meno pericolosi i giapponesi dei comunisti.
La seconda guerra sino- giapponese
Dopo l’incidente di Mukden e la creazione del Manchukuò, ci sono vari scontri militari tra i due paesi, che indeboliscono sempre più la Cina. La città di Shanghai viene smilitarizzata nel 1932, e un anno dopo Pechino e Tientsin. Nel 1935, il governo nazionalista non ha più nessun controllo sulle regioni del nord della Cina, dove molti signori della guerra si alleano con i giapponesi. Fino al 7 luglio 1937, le ostilità fra Giappone e Cina sono a bassa intensità. Poi, quel giorno, c’è “l’incidente del ponte di Marco Polo”, usato dai giapponesi come pretesto per scatenare una guerra. I nipponici non usano mai la parola guerra, parlano sempre di “incidente”. C’è l’incidente della Cina del Nord, e poi il più generico Incidente cinese. Perché il Giappone non dichiara mai guerra alla Cina, e lo stesso fa la Cina, almeno fino a dicembre 1941. Il Giappone non dichiara guerra per evitare l’intromissione degli Stati Uniti o della Gran Bretagna, sempre pronti a mettere il loro zampino nei paesi asiatici. La Cina invece non dichiara guerra ufficialmente, perché teme che gli Stati Uniti non gli forniscano più le armi di cui ha bisogno. Solo a dicembre del 1941, quando c’è l’attacco del Giappone agli Stati Uniti, a Pearl Harbor, i cinesi dichiarano guerra, perché a quel punto il conflitto sino-giapponese non è più una faccenda locale, ma diventa uno scenario della seconda guerra mondiale.
L’incidente del Ponte Marco Polo
Pechino è collegata alla città portuale di Tientsin da una linea ferroviaria, spesso teatro di scontri tra cinesi e giapponesi. La notte tra il 6 e il 7 luglio 1937, un soldato nipponico sparisce dal campo militare, che si trova appena fuori dalla città murata di Wanping, poco distante da Pechino. Il comandante della guarnigione cinese chiede di perquisire la città, per cercarlo. I cinesi non danno il permesso e le guarnigioni contrapposte iniziano a prepararsi allo scontro. Intanto, il soldato disperso è rientrato all’accampamento. Si era allontanato – dice – per un impellente problema intestinale, e poi si era perso. La cosa potrebbe finire lì, e invece i giapponesi circondano Wanping, tentano di entrare in città, ma non ci riescono. Dopo due ore mandano un ultimatum, e il sindaco di Wanping si spinge, da solo, fino all’accampamento nemico, per tentare una trattativa, che fallisce. Non c’è niente da fare, i giapponesi vogliono entrare in città. Alle 4:45, dopo un colpo sparato da parte cinese, inizia la battaglia di Pechino – Tientsin, che i giapponesi chiamano “incidente della Cina settentrionale”. L’esercito nipponico dispiega altre truppe, mentre uno dei signori della guerra della Cina nord-occidentale mette a disposizione il suo esercito, contro i giapponesi. Nei giorni che seguono ci sono trattative e tentativi diplomatici per un accordo. Tentativi che si infrangono contro l’ostinata decisione dell’esercito giapponese di andare avanti con il conflitto, andando contro le direttive dell’imperatore Hirohito. Il 29 luglio cade Tientsin, e l’8 agosto Pechino. La grande pianura della Cina settentrionale è in mano ai giapponesi, e gli scontri a bassa intensità lasciano il posto, di fatto, a una guerra. L’esercito invasore avanza e Chiang Kai-shek punta alla difesa di Shanghai. I giapponesi impiegano tre mesi per conquistarla, con una battaglia difficilissima, combattuta “casa per casa”. Alle fine, le truppe cinesi si ritirano verso la capitale, Nanchino, inseguite da quelle giapponesi.
Verso Nanchino
Il generale Iwane Matsui, che comanda tutte le forze armate giapponesi in Cina, vuole a tutti i costi conquistare Nanchino, perché è convinto che quella vittoria avrebbe fatto finire la guerra. E’ una sua idea, che non trova l’appoggio del governo, né dello stato maggiore dell’esercito giapponese. Di fatto, Matsui e il generale Heisuke Yanagawa ignorano gli ordini che arrivano da Tokyo. Nanchino è lì, ad appena 300 chilometri da Shanghai, e le forze cinesi sono molto indebolite, perché non approfittarne? Alla fine, il capo di stato maggiore approva l’operazione, anche se controvoglia. Dall’altra parte, Chiang Kai-shek ordina di difendere Nanchino “fino all’ultimo uomo”. Nanchino ha antiche mura, alte 20 metri, che pullulano di mitragliatrici, mentre nella strada che porta verso la città, per circa 16 chilometri, i cinesi fanno terra bruciata. Intanto però i giapponesi bombardano Nanchino con gli aerei, e chi può lascia la città, ma in compenso arrivano i contadini dei villaggi bruciati dei dintorni. E’ una situazione di guerra, tragica, come tutte le guerre. Le autorità cinesi locali dicono agli stranieri di lasciare la città, ma qualcuno ha il coraggio di rimanere. Tra loro c’è John Rabe, un funzionario tedesco della Siemens, iscritto al partito nazista, che di fatto salva migliaia di cinesi, perché istituisce la Zona di sicurezza di Nanchino, un’area demilitarizzata dove possono rifugiarsi i civili. Invece, Chiang Kai-shek e la moglie, e quasi tutte le autorità locali, abbandonano la città.
Intanto le truppe giapponesi continuano a marciare verso Nanchino, lasciando dietro di sé “una zona da incubo di morte e distruzione”. Uccidono i civili disarmati “per divertimento”, stuprano e torturano le donne, incendiano i villaggi con tutte le persone chiuse nelle loro case. Tanta violenza non risparmia i bambini, uccisi nei modi più barbari. Lungo la strada c’è la splendida Suzhou, il “Paradiso in terra”. E’ una città di giardini, canali e ponti antichi, la Venezia cinese. Già lì, in quel paradiso trasformato in inferno, i giapponesi bruciano i monumenti, massacrano i civili, e riducono in schiavitù sessuale le donne. E’ evidente che, in un contesto come questo, non si parla neanche di prigionieri di guerra, le convenzioni internazionali sono carta straccia: i soldati catturati vengono fucilati, decapitati, bruciati vivi o uccisi a colpi di baionetta. Quello che succede lungo la marcia verso Nanchino è l’assaggio di ciò che avverrà nella città conquistata.
La battaglia di Nanchino
Il 9 dicembre 1937 i giapponesi sono sotto le mura di Nanchino. Il generale Matsui chiede la resa della città, e promette un’occupazione pacifica. I cinesi non si arrendono, così, il giorno dopo Matsui ordina un attacco su vasta scala. I cinesi rispondono “combattendo contro il metallo solo con carne e sangue”, almeno così dice il generale Tang Shengzhi. L’11 dicembre Chiang Kai-shek ordina di abbandonare la difesa della città. Il 12, Tang dirama l’ordine a tutte le unità. L’evacuazione della città è disastrosa, tra errori di comunicazione e intere unità che non ricevono l’ordine, mentre i civili tentano una fuga disperata, che spesso si conclude nelle gelide acque del fiume Yangtze. I soldati che non riescono ad abbandonare la città, si spogliano delle uniformi e addirittura rubano gli abiti dei disgraziati civili che sono in strada. Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, i giapponesi entrano in città. Inizia l’inferno.
Il massacro di Nanchino
In sei settimane, i soldati giapponesi uccidono qualcosa come 300mila persone, in città e nelle aree lì intorno. Un massacro che trae origine, almeno in parte, nelle convinzioni razziste dell’epoca. In fondo, i cinesi – come i coreani – sono una razza inferiore, destinata ad essere dominata dai giapponesi. La vita di ciascuno di loro non ha nessun valore. Ogni comportamento etico, che pure era la norma in conflitti di pochi decenni prima, viene messo da parte. Viene messo da parte quando il radicale nazionalismo degli ultimi anni porta, inevitabilmente, al razzismo. Razzismo e nazionalismo, uniti all’etica del sacrificio della propria vita per la difesa e la gloria dell’imperatore, conducono a una strada costellata di orrori: massacri di massa, riduzione in schiavitù delle “donne di conforto”, l’istituzione della famigerata Unità 731, che porta avanti esperimenti medici atroci su prigionieri di guerra e civili cinesi.
Nanchino è la dimostrazione di questa aberrante mentalità. Le truppe giapponesi si trasformano in “una macchina bestiale”, che uccide senza pietà soldati e civili, stupra donne e bambini, brucia, saccheggia e devasta. John Rabe scrive nel suo diario: “Sono totalmente sconcertato dalla condotta dei giapponesi in questa faccenda. Da un lato, vogliono essere riconosciuti e trattati come una grande potenza alla pari delle potenze europee, dall’altro, stanno attualmente mostrando una rozzezza, una brutalità e una bestialità che non hanno paragoni se non con le orde di Gengis Khan”. I soldati giapponesi girano di casa in casa, per scovare le donne, e stuprarle sotto gli occhi dei mariti, dei figli, dei genitori. Poi uccidono tutti. La missionaria statunitense Minnie Vautrin, il 16 dicembre annota nel suo diario: “probabilmente non c’è crimine che non sia stato commesso in questa città oggi”. A volte, le ragazze prelevate da casa vengono spogliate e legate lungo le strade, per consentire a qualsiasi militare di passaggio di violentarle. Poi finiscono impalate con canne di bambù o con le baionette, non prima di essere orrendamente mutilate. Le donne incinte sono sventrate, e il feto estratto estratto dalla pancia. Il numero delle donne vittime di stupro varia tra 20mila e 80mila. E poi ci sono tutti quei bambini uccisi, che rimangono insepolti a terra per giorni interi. Le vittime del massacro sono sepolte in fosse comuni, a volte anche vive, oppure gettate nelle acque del Fiume Azzurro, o ancora bruciate, nel tentativo di mascherare in qualche modo la portata dell’eccidio. In una fossa comune, chiamata “il fosso dei diecimila cadaveri”, vengono sepolti all’incirca 12mila prigionieri. L’unica speranza di salvezza è l’area di protezione di Nanchino, gestita da un comitato internazionale composto da una ventina di persone di diverse nazionalità. I giornalisti della stampa estera se ne vanno il 16 dicembre e in città rimane solo quello sparuto gruppetto di stranieri. Sono uomini d’affari, missionari e missionarie, e medici. La zona di sicurezza racchiude, in meno di 4 chilometri quadrati, 25 campi profughi. I giapponesi, che non riconoscono l’area di sicurezza, non la attaccano militarmente, ma anche lì compiono delle atrocità. La missionaria americana Minnie Vautrin accoglie nel suo collegio – pensato per 2/300 persone – fino a 10mila donne. Rimane a Nanchino fino alla primavera del 1940, quando si rende conto di non aver più energie. Forse soffre di stress post-traumatico, forse è angosciata per gli studenti del suo collegio, fatto sta che si suicida, il 14 maggio 1941. Lascia scritto: “Se avessi dieci vite perfette, le darei tutte alla Cina”. John Rabe è il leader del comitato internazionale, perché è tedesco e membro del partito nazista, e quindi ha ha più chances di essere ascoltato dai giapponesi. I cinesi stimano che Rabe abbia salvato all’incirca 250mila persone. Nel 1938 Rabe torna a Berlino, dove la Gestapo lo perseguita, proprio per le sue relazioni sul massacro di Nanchino, ma la Siemens riesce a farlo rilasciare. Dopo la guerra non riesce più a lavorare, nella zona di occupazione britannica, perché è un ex nazista. Finisce in miseria, e con lui la sua famiglia, che soffre letteralmente la fame. Intervengono in suo aiuto i cittadini di Nanchino, che fanno una colletta, e poi gli spediscono pacchi alimentari ogni mese. Rabe muore nel 1950, ma in Cina, ancora oggi, lo ricordano come “il Buddha vivente di Nanchino”.
Chi paga per quel massacro?
Tra il 1946 e il 1948, il Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente si occupa dei crimini di guerra commessi dai giapponesi. Il Processo di Tokyo, che è un po’ l’equivalente del Processo di Norimberga, nasce monco. Perché il generale americano MacArthur garantisce l’impunità all’imperatore Hirohito e a tutta la famiglia reale. Alla fine, il maggior responsabile della strage risulta essere il generale Iwane Matsui, che viene condannato a morte, e con lui altri due generali. Il principe Yasuhiko Asaka, zio dell’imperatore, è a Nanchino all’epoca dei fatti. E non certo come osservatore. Lui sostituisce Matsui, che è ammalato, ed è proprio lui che ordina di “uccidere tutti i prigionieri”. Si può dire che il massacro si compie sotto suoi occhi, e non solo non fa nulla per fermarlo, ma addirittura impedisce a Matsui di prendere dei provvedimenti. Alla fine però, il principe la passa liscia e Matsui fa da capro espiatorio. Nonostante le prove evidenti del massacro, in Giappone molte associazioni di veterani hanno continuato a negare l’eccidio fino a non troppi anni fa. Solo nel 1995 il Giappone si scusa formalmente con la Cina per le azioni dell’esercito giapponese, ma non in forma scritta. Sono quindi, in qualche modo, delle scuse a metà, non inequivocabili. E comunque, ancora oggi, sono molte le personalità di spicco nipponiche (politici, industriali, legislatori) che continuano a negare le atrocità commesse dalle loro Forze Armate, come fosse disonorevole l’ammissione della colpa, e non invece il crimine commesso.
D’altronde, i giapponesi sono in buona compagnia. Ancora oggi c’è chi nega l’Olocausto, la Turchia nega il genocidio degli Armeni, e gli Stati Uniti hanno impiegato anni per riconoscere il genocidio del Ruanda. Per non parlare di quello che sta succedendo sotto i nostri occhi in Palestina. Perché crimini così orribili vengono sempre negati da qualcuno in malafede, per “riaggiustare” la storia. La realtà, invece, racconta altro. Ci dice, ad esempio, che oltre al massacro di Nanchino, alla fine del 1945 la Cina conta 20 milioni di vittime. Un tributo di vite umane secondo solo a quello dell’Unione Sovietica. Si stima che 16/17 milioni di quelle vittime fossero civili disarmati e indifesi, travolti da una ferocia bestiale. E Gengis Khan era già morto da un pezzo.
Per dovere di cronaca:
Gli scienziati criminali dell’Unità 731 ottengono l’immunità, dagli Stati Uniti, in cambio dei risultati delle loro ricerche. E questo, pur sapendo che anche soldati americani avevano fatto da cavie per i loro esperimenti. Lo scienziato a capo dell’intero progetto, Shirō Ishii, finisce sotto la protezione degli Stati Uniti, anche per impedire che sia interrogato dai sovietici, nonostante le loro pressanti richieste. Muore di cancro nel 1959, senza aver mai pagato per i suoi crimini.
