Il Premio Pulitzer è la massima onorificenza statunitense per i risultati conseguiti nella letteratura e nelle arti, ma soprattutto nel giornalismo. È infatti intitolato alla memoria di Joseph Pulitzer (1847-1911), un giornalista divenuto editore di grande successo, che lasciò tutto il suo notevole patrimonio alla Columbia University. Questa decise appunto di celebrarlo con questo premio, assegnato per la prima volta nel 1917 e subito divenuto prestigioso e ambito.

Esistono varie sezioni del Pulitzer giornalistico, che tengono conto di tutte le situazioni in cui può operare un reporter. Una di queste è quella relativa alla “cronaca locale”, che nella stampa statunitense ha un’importanza molto superiore a quella che ha in Europa, dove invece si è abituati a dare più risalto alle notizie nazionali o internazionali.

Nel 2000, il Pulitzer per il giornalismo, sezione Cronaca Locale, è stato assegnato a otto redattori del quotidiano “Denver Post” (Bill Briggs, Patricia Callahan, Mark Eddy, Bruce Finley, Susan Greene, Steve Lipsher, Mark Obmascik e David Olinger) per il loro reportage sul “massacro di Columbine”, un terrificante episodio di cronaca avvenuto il 20 aprile 1999. Tutti i loro testi scritti in quell’occasione e molte delle immagini che li accompagnavano si possono leggere in Italiano nel volume “Omicidi americani” edito da minimum fax.

Sulla vicenda di Columbine si è detto e scritto di tutto. Il regista cinematografico Michael Moore prese spunto da questa vicenda per ricavarne un film, “Bowling at Columbine”, uscito nel 2002, premiato al Festival di Cannes e poi insignito dell’Oscar per il miglior documentario nel 2003. Il tema è la facilità con cui gli americani possono procurarsi qualsiasi tipo di arma e l’effetto di questa situazione sui livelli di criminalità. Moore sostenne apertamente che, quando la politica soffia sul fuoco delle differenze sociali e razziali per ottenere un facile consenso da parte degli elettori più impressionabili, la prima conseguenza è la diffusione di una paranoia collettiva che porta le persone a commettere delitti di ogni sorta per paura di subire a propria volta degli abusi.

Un tema attualissimo oggi più che mai, anche in Italia, dove da tempo si discute della necessità o meno di rendere più facile (e meno attaccabile giuridicamente) la difesa armata, perfino in caso di furti e non di pericolo diretto per l’incolumità personale, benché ogni evidenza statistica mostri con la massima chiarezza che solo raramente i ladri si lascino andare a violenze, mentre invece moltissimi omicidi (specie femminicidi) e quasi tutte le stragi (soprattutto quelle tra familiari, conoscenti e vicini di casa) sono opera di individui che detengono legittimamente delle armi: e che, quindi, il possesso e l’uso delle armi andrebbe ulteriormente limitato, anziché incentivato.

Un’altra opera cinematografica dedicata a questo episodio è un film a soggetto, di ottimo livello e pure premiato a Cannes, ma inspiegabilmente poco noto nonostante la fama dell’autore, “Elephant” di Gus Van Sant (2003).

Ma torniamo a Columbine.

Columbine è il nome di una High School nella città (poco più di 40.000 abitanti) di Littleton, contea di Jefferson, Colorado. Un’area che nel XIX secolo faceva parte del Far West ed era anzi una zona quasi obbligata di passaggio per le piste che conducevano in direzione del Pacifico. Fu strappata alle tribù locali (soprattutto Cheyenne e Arapaho) dopo una sanguinosa guerra combattuta tra il 1863 e il 1865 (durante la quale, il 29 novembre 1864, fu perpetrato lo spaventoso massacro di civili sulle rive del fiume Sand Creek, ricordato anche da una canzone di Fabrizio De Andrè).

Ne è passata di acqua sotto i ponti da allora, ma nel 1999 qualcuno aveva ancora una voglia irresistibile di far scorrere il sangue a fiumi. Stavolta però non si trattava di affaristi e profittatori senza scrupoli attratti dal miraggio della sconfinata terra fertile, dagli immensi branchi di bisonti da cacciare e dalle ricchezze delle miniere sotterranee, bensì soltanto di un ragazzotto che aveva appena (da soli 11 giorni) compiuto i 18 anni, Eric Harris, coadiuvato da un amico che ne aveva ancora 17 (nato a settembre del 1981), Dylan Klebold.

Sotto, Dylan Klebold:

Con il senno di poi, si può dire che i segni di una tragedia imminente erano ben identificabili da tempo, addirittura da anni, ma la mentalità un po’ ottusa della polizia locale (e forse anche i risultati dei tanti tagli al bilancio della sicurezza pubblica per finanziare le tante riduzioni di tasse con cui i politici neoliberisti si sono sempre accaparrati il consenso elettorale) li aveva lasciati correre senza intervenire minimamente, benché fossero ben noti.

Infatti, Eric Harris, già dal 1996, in un sito che aveva creato, dedicato al videogame “Doom”, aveva aperto anche un blog su cui riportava ogni sorta di pensieri personali. Dal 1997, questo blog era praticamente diventato una fucina di minacce e incitamenti all’odio. Alla fine di quell’anno, il detective Michael Guerra, della polizia della contea di Jefferson, aveva raccolto la denuncia presentata dai genitori di un ragazzo, Brooks Brown, preoccupati dalle minacce verso il figlio che Harris continuava a scrivere sul blog.

Sotto, Eric Harris:

Non erano le uniche minacce lì presenti, ce n’erano anche parecchie contro altri ragazzi e diversi insegnanti. Un’indagine informale accertò che Harris e Klebold si vantavano di appartenere a una specie di baby gang attiva nella scuola, che però non spaventava nessuno e anzi era apertamente disprezzata dagli altri ragazzi. In realtà sembra che, nonostante le loro dichiarazioni bellicose e l’ostentato culto per la violenza, sia Harris sia Klebold (che non erano neanche dei pessimi studenti, erano considerati pure bravi dai loro insegnanti) fossero stati sistematicamente vittime della persecuzione di bulli durante tutte le loro carriere scolastiche. Il detective Guerra monitorò per mesi il blog di Harris ma, inspiegabilmente, non intervenne quando questo scrisse di essere in possesso di esplosivi. Guerra scrisse una richiesta al giudice per essere autorizzato a perquisire la casa del ragazzo, ma poi non la presentò.

Il 30 gennaio 1999, Harris e Klebold furono comunque arrestati, ma solo perché incapparono in un controllo di routine e da questo risultò che erano in possesso di pezzi di hardware di cui era stato recentemente denunciato il furto. In considerazione dell’età di entrambi e del loro stato di incensurati, il giudice davanti al quale comparvero decise di non comminare loro alcuna condanna e di proporre loro l’alternativa dei lavori socialmente utili, prontamente accettata. Consapevole del loro disagio, però, ordinò anche che fossero sottoposti a una terapia psichiatrica. Questa durò circa 2 mesi e terminò proprio in aprile.

Si è molto discusso sul rapporto tra gli effetti collaterali dei farmaci antidepressivi che lo psichiatra prescrisse a Harris. Non è affatto escluso che alcuni di questi (aumento dell’aggressività, perdita del senso di colpa, depersonalizzazione, ecc) abbiano giocato un ruolo significativo sul suo comportamento successivo.

La vicenda dell’arresto fece comunque capire a Harris che la polizia lo teneva sotto controllo. Smise allora di scrivere minacce sul blog, e passò alla redazione di un diario privato su un quaderno.

La figura di Klebold appare molto più difficile da classificare rispetto a quella di Harris, le cui inclinazioni psicopatiche appaiono palesi. Klebold non sembra tanto un ragazzo dal grande potenziale criminale quanto un soggetto particolarmente sprovveduto e impressionabile completamente plagiato dall’amico più grande e, ai suoi occhi, carismatico. Era sicuramente un ragazzo difficile, che ha lasciato diari pieni di pensieri suicidi e che era noto per la sua insofferenza verso qualsiasi rappresentante dell’autorità, a partire da insegnanti e poliziotti (al contrario di Harris, che sapeva rivelarsi un camaleontico manipolatore al momento del bisogno).

La madre di Klebold, Sue, negli anni successivi al fatto, ha scritto un libro (mai tradotto in Italiano) raccontando dell’incubo senza fine in cui è precipitata da quel giorno, in cui scoprì che il figlio era un perfetto estraneo, sul quale le azioni educative sue e del marito non avevano mai avuto alcun effetto.

Si è lungamente discusso anche della scelta della data in cui fu compiuta la strage. Poiché Harris si dichiarava apertamente razzista e ammiratore di Hitler, una delle ipotesi è che il 20 aprile sia stato scelto proprio per celebrare il compleanno di questo. Alcuni hanno obiettato, però, che Klebold avesse origini ebree da parte materna. È possibile che la data originaria fosse stata il giorno prima, 19 aprile, anniversario di altri terribili fatti di sangue i cui responsabili erano idolatrati da Harris (l’assedio alla sede della setta pseudoreligiosa guidata dal santone David Koresh a Waco, in Texas, nel 1993, concluso con la morte di 76 persone; e l’attentato a un edificio ospitante uffici federali a Oklahoma City, nel 1995, opera del suprematista bianco Timothy McVeight, che fece 168 morti e 672 feriti) ma fosse stata spostata all’ultimo momento perché la realizzazione delle bombe al propano che i due si portarono dietro richiese più tempo del previsto.

Le bombe, tuttavia, erano solo una parte dell’arsenale che i due si portarono dietro quella mattina, in cui uscirono prestissimo di casa. L’aspetto più allucinante della vicenda è la facilità con cui i due si procurarono pistole mitragliatrici e fucili a pompa, acquistandoli da negozi online con l’aiuto di un’amica, Robyn Anderson, li custodirono per settimane nelle loro case senza che i genitori si accorgessero di nulla e si esercitarono a sparare nei boschi intorno alla città senza che nessuno li vedesse.

Il piano che avevano inizialmente elaborato prevedeva l’esplosione di una bomba nel cortile per distrarre gli addetti alla sorveglianza, l’esplosione successiva di altre bombe nella sala mensa per indurre alla fuga i ragazzi che vi stazionavano per la pausa pranzo e un’imboscata a questi ultimi davanti alla porta da cui sarebbero usciti. Harris aveva preparato un elenco di almeno 100 persone da uccidere sicuramente, tra ragazzi e insegnanti: tutti i nomi dei morti e dei feriti nella strage erano appunto segnati su questo elenco.

Harris e Klebold:

Poi, i due pensavano di allontanarsi sparando all’impazzata, raggiungere in auto l’aeroporto di Denver, salire su un aereo minacciando il pilota con le armi e farsi portare in Messico. O, in alternativa, volare verso New York e far schiantare l’aereo contro la cima di un grattacielo, provocando un’altra strage. Questo dettaglio suona particolarmente inquietante, perché precede di due anni e mezzo l’attentato alle Twin Towers, del quale può addirittura essere stato di ispirazione.

In pratica, di tutto il piano, funzionò solo il primo elemento. La bomba nel cortile esplose alle 11:14, come stabilito, inducendo gli addetti alla sicurezza a recarsi sul posto lasciando sguarnito l’edificio della scuola. Ma le bombe in sala mensa (sistemate lì mentre gli altri ragazzi entravano in classe per la prima ora, per coincidenza proprio mentre l’addetto alla sorveglianza cambiava la cassetta alle telecamere, di modo che non è rimasta alcuna traccia video di questo movimento) non esplosero, e i due furono costretti a entrare nella scuola, mettendosi in trappola da soli.

Alle 11:19, visto che i compagni non uscivano, Harris e Klebold cominciarono a sparare contro un gruppo di ragazzi che stava seduto su una collinetta accanto all’ingresso: Rachel Scott fu prima colpita e poi finita, Richard Castaldo fu ferito e perse conoscenza: creduto morto, fu lasciato lì (per i danni subiti, pur sopravvivendo, da allora vive sulla sedia a rotelle). Harris e Klebold puntarono allora verso la scalinata, sulla quale c’erano quattro ragazzi che tentavano di allontanarsi, e aprirono il fuoco su di loro, ferendoli tutti. La visione di altri ragazzi che stavano tentando la fuga all’esterno dissuase momentaneamente gli assassini dal finirli: spararono contro i cinque in fuga, ferendone uno che continuò a correre e un altro che cadde a terra ma ebbe la presenza di spirito di fingersi morto. Harris e Klebold tornarono allora alla scalinata e spararono a due dei ragazzi precedentemente feriti per finirli: Daniel Rohrbough fu colpito a morte mentre Lance Kirklin, pur colpito al volto, sarebbe sopravvissuto.

I due entrarono poi nell’edificio. Klebold entrò nella mensa, che però era stata evacuata al rumore dei primi spari, e non vide i pochi ragazzi che vi erano rimasti, nascosti sotto i tavoli. Harris intanto sparò contro dei ragazzi all’interno, ferendone gravemente una. I due si misero poi a sparare dovunque capitassea, ad esempio verso il campo da football, senza colpire nessuno. Una professoressa, Patti Nelson, convinta che i ragazzi stessero sparando a salve per girare un video, intervenne gridando loro di non fare tanto rumore, ma fu a sua volta ferita e si nascose nella biblioteca scolastica, dopodiché avvisò la polizia componendo il 911. Un agente di pattuglia che era in zona arrivò dopo pochi minuti: Harris e Klebold gli spararono ripetutamente contro, perciò l’uomo rinunciò a entrare e chiamò in sede chiedendo molti rinforzi.

Sotto, Harris e Klebold nella mensa:

I due assassini presero a battere i corridoi della scuola, pronti a far fuoco contro chiunque si trovassero davanti, e questo “chiunque” fu un professore, William Sanders, quello che aveva avuto la lucidità di ordinare l’evacuazione della sala mensa appena si erano sentiti i primi colpi sparati, facendo dirigere i ragazzi in direzione opposta alla porta più vicina, ossia il più lontano possibile dalla sparatoria. Ora, Sanders, anziché mettersi in salvo, stava andando verso la biblioteca insieme a uno studente che lo aveva avvertito della presenza di diversi studenti lì, per portare fuori anche questi. Sanders era nella lista nera di Harris e, appena lo videro, i due gli spararono contro diversi colpi. Centrato al petto, il docente si abbatté per terra, apparentemente morto, mentre lo studente che era con lui riuscì a scappare. Sebbene soccorso quasi subito da un collega, che lo trasportò nell’aula di Scienze, e immediatamente ricoverato in ospedale alla fine dei fatti, il professor Sanders morì ugualmente, quello stesso pomeriggio.

I due andarono poi alla biblioteca. La professoressa Nelson era ancora al telefono con l’operatore del 911 e anche questo sentì distintamente la voce di Harris che, appena entrato, ordinò che gli appartenenti alle squadre sportive (che detestava più di tutti gli altri) si alzassero in piedi, dato che tutti si erano nascosti sotto i tavoli. Dato che non si alzò nessuno, Harris e Klebold presero a girare nella sala, sparando addosso a quasi tutti quelli che vedevano. Uccisero prima Kyle Velasquez che non si era nascosto sotto un tavolo, poi Steven Currow dopo averlo appena intravisto, poi Cassie Bernal, una ragazza molto religiosa che si era inginocchiata e stava pregando silenziosamente. Per colpirla, dato il poco spazio disponibile, Harris dovette tenere il fucile talmente vicino che il rinculo dell’arma gli sbatté il calcio contro il volto, rompendogli il setto nasale. Disorientato dal dolore, Harris rinunciò a sparare contro una ragazza che gli si fece incontro piangendo e supplicando e andò da Klebold, che aveva appena scovato tre degli odiatissimi atleti nascosti sotto un tavolo. Harris e Klebold persero qualche istante a insultare uno di essi, Isaiah Shoels, a loro particolarmente inviso in quanto di colore, poi gli spararono, uccidendolo insieme a Matthew Kechter che gli stava accanto. Il terzo ragazzo, Craig Scott (fratello di Rachel uccisa in cortile), si finse morto nascondendosi sotto i corpi degli amici.

Sotto, la mappa delle uccisioni in Biblioteca:

I due completarono il giro della biblioteca uccidendo ancora due ragazze, Lauren Townsend e Kelly Fleming, e colpendone diversi altri (il bilancio finale parla di 10 morti e 11 feriti in biblioteca), tra i quali una ragazza, Valeen Schnurr, fu schernita ma non finita da Klebold perché nel dolore invocava Dio. Nella confusione dei primi momenti, alcuni testimoni avrebbero poi riferito erroneamente che la ragazza schernita sarebbe stata Cassie Bernal, quella uccisa mentre stava pregando.

Uscendo, Klebold si imbatté in uno dei pochi ragazzi della scuola con cui era in buoni rapporti, John Savage, e lo lasciò scappare senza sparargli. Già prima dell’inizio delle sparatorie, in cortile, Harris aveva incontrato il suo ex amico Brooks Brown (lo stesso della denuncia di due anni prima, ma Harris non lo sapeva) e, a forza di minacce, lo aveva fatto scappare senza sparargli.

Intanto, all’esterno, aveva già preso forma il “Big Carnival” (è il titolo di un famoso film di Billy Wilder, in Italiano intitolato “L’asso nella manica”) che solitamente in Usa (e ormai in tutto il mondo) accompagna inevitabilmente ogni fatto di cronaca, con un esercito di reporter e troupe televisive ad assediare il cordone di sicurezza faticosamente messo in piedi dalla polizia per isolare l’area.

Ma erano moltissimi anche i semplici curiosi, attirati dalle immagini trasmesse in tempo reale dalla televisione. Non sempre però si trattava di curiosità fine a se stessa, dato che tra i presenti c’erano diversi genitori in cerca dei propri figli, di cui non avevano notizie. Una donna, Mary Beth Beck, che abitava non distante dalla scuola, apprendendo della sparatoria in tv, era uscita di casa senza nemmeno mettersi le scarpe, per andare a cercare il figlio quattordicenne, Michael. Bloccata dai poliziotti, aveva lasciato l’auto in mezzo alla strada ed era sfuggita a quelli che volevano trattenerla, precipitandosi verso la scuola, incurante di qualunque pericolo. Per una fortuita e fortunata combinazione, il figlio, che si era già messo in salvo rifugiandosi nella vicina scuola elementare, l’aveva vista e le era corso incontro fermandola prima che si avvicinasse troppo. Un’altra madre, Debbie Jones, era stata avvertita telefonicamente dei fatti da una parente, mentre era al lavoro ma, pur dilaniata da un’angoscia senza fine, non si era allontanata dall’ufficio, pensando che la figlia sedicenne Jessica avrebbe cercato di contattarla proprio lì. Cosa che era successa dopo poco, quando Jessica, fuggita dalla scuola, aveva raggiunto la biblioteca municipale.

Entrambe queste donne sarebbero state intervistate il giorno dopo i fatti, da due dei reporter premiati con il Pulitzer.

Prima di uscire dalla biblioteca, Harris volle fare un altro giro della stessa, durante il quale uccise altri due ragazzi, Daniel Mauser e Corey DePooter.

Delle 13 vittime complessive, 8 sono state attribuite a Harris e 5 a Klebold. I feriti furono in tutto 24

Dopo la mattanza in biblioteca, i due si sentivano stanchi ed esauriti. Sparare non li eccitava più. Klebold fu sentito dire che forse avrebbero dovuto usare i coltelli, ma fortunatamente la proposta non fu raccolta da Harris. Cercarono allora di far esplodere altre bombe artigianali in diverse aule, ma con scarso successo. Salirono al piano di sopra e minacciarono gli studenti che si erano chiusi a chiave nelle diverse aule, ma non spararono più. Poi scesero di nuovo nella biblioteca, dove erano rimasti due ragazzi feriti che si fingevano morti, passarono più volte per la mensa, dove probabilmente bevvero qualcosa dalle tante bottiglie di bibite rimaste abbandonate, tentarono senza successo di sparare verso il cordone di polizia intorno alla scuola. Poi tornarono in biblioteca, si appoggiarono al tavolo sotto il quale avevano colpito i tre atleti, e lì si uccisero, intorno alle 12,10: Harris si sparò alla tempia con una pistola mitragliatrice, Klebold si sparò in bocca con la carabina da caccia che aveva usato fino a quel momento.

Seguirono oltre due ore di un silenzio raggelante

Alle 14,38, un ragazzo ferito rimasto in biblioteca e creduto morto, Patrick Ireland, rinvenne e provò a uscire fuori scivolando attraverso una finestra. Le telecamere delle tv erano puntate proprio in quella direzione e tutto il mondo vide gli agenti dei corpi speciali (la squadra SWAT) andare a prenderlo. Fu lui a raccontare che i due erano morti. A quel punto, fu deciso di irrompere nell’edificio, e in breve tempo i feriti e tutti quelli che si erano nascosti furono portati fuori. Alle 16,30, accertato che Harris e Klebold non avevano nessun complice, la scuola Columbine fu dichiarata “bonificata”.

Fu però molto impegnativo rimuovere tutte le bombe artigianali che i due avevano seminato in giro. L’ultima, quella che avevano lasciato nell’auto in cui erano arrivati, esplose accidentalmente alle 22,45, dopo che un poliziotto aveva tentato inutilmente di disinnescarla. Non fece però né morti, né feriti.

Sotto, un video mostra diversi momenti della sparatoria dentro la scuola:

Sotto, una compilation con alcuni filmati di Klebold:

Sotto, una compilation con alcuni filmati di Harris:

Categorie: Misteri

Roberto Cocchis

Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 53 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.