Il Martirio di Simonino: l’assassinio di un Bimbo di 2 anni e lo sterminio degli Ebrei di Trento

Una Pasqua di oltre 500 anni fa, un omicidio rituale, ovvero il sacrificio di un bambino di appena due anni, l’accusa del sangue rivolta alla comunità ebraica di Trento, un processo sommario tra torture e confessioni estorte con la violenza: è la storia del martirio di Simonino di Trento e della condanna a morte dell’intera comunità ebraica della città, composta da 15 persone.

Cos’erano le accuse del sangue?

Gli ebrei sono stati accusati per molto tempo (all’incirca dall’XI secolo fino alla sconfitta del nazismo) di usare sangue di bambini cristiani per compiere i riti della Pasqua, la Pesach, che celebra la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto e il successivo esodo verso la Terra Promessa. Pesach significa “passaggio” e ricorda uno degli eventi più cruenti narrati nel libro dell’Esodo della Bibbia.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Il Signore dice: “In quella notte io passerò per il paese d’Egitto e colpirò ogni primogenito nel paese d’Egitto, uomo o bestia; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto”.

Per salvare il loro figli, gli ebrei devono contrassegnare le porte delle loro case con del sangue d’agnello: “Quand’io vedrò il sangue, passerò oltre, e non vi sarà piaga su di voi per distruggervi, quando colpirò il paese d’Egitto”.

La festa di Pesach celebra dunque quel “passare oltre”, mentre l’obbligo di mangiare pani azzimi, matzah, forse ricorda “il pane dell’afflizione di cui i nostri padri si cibarono in terra d’Egitto”, ovvero il pane che durante la fuga dall’Egitto gli ebrei non avevano il tempo di far lievitare.

Ariel Toaff, professore italo-ebreo che insegna storia del Medioevo e del Rinascimento alla Bar-Ilan University di Israele, in un contestatissimo libro del 2007 (poi ritirato) si era spinto ad ammettere che le accuse del sangue non erano sempre infondate, ma che effettivamente gli ebrei aschenaziti (ovvero i discendenti di quegli ebrei che nel 9° secolo si erano stabiliti nella Valle del Reno,), quelli più fanatici, avevano forse compiuto, tra il 1100 e il 1500, alcuni (ma lo studioso non aveva specificato quanti) sacrifici di bambini cristiani.

Contravvenendo al ferreo divieto biblico di ingerire sangue (anche quello degli animali macellati), mescolare il sangue di un innocente crocefisso, novello Agnus Dei, all’impasto del pane azzimo, poteva avere un valore augurale, o sarebbe meglio dire di auspicio per la rovina dei cristiani, colpevoli delle persecuzioni del popolo ebreo.

Toaff analizza anche il caso del piccolo Simone, lasciando aperta la possibilità che non si sia trattata dell’ennesima persecuzione ai danni degli ebrei. Eppure, il processo che si tenne in quel lontano 1475 non ebbe certo i requisiti dell’equità.

Era il 23 marzo del 1475, un giovedì santo, quando il piccolo Simone scomparve da casa, la semplice dimora di un conciatore di pelli. La madre lo cercò disperata, insieme ad altre persone, tutto il venerdì e tutto il sabato, e alla fine il bambino fu trovato morto:

Il corpo dell’innocente giaceva abbandonato in un canale

Era la vigilia della Pasqua ebraica, vigilia di sangue appunto, quando Simonino venne ritrovato non lontano da casa sua, e troppo vicino all’abitazione di un usuraio ebreo di origini tedesche, Samuele da Norimberga. Erano solo 15 gli ebrei che vivevano a Trento, ma l’antisemitismo era un sentimento molto diffuso, che si propagava anche grazie alle violente predicazione del frate francescano Bernardino da Feltre, che si scagliava in particolar modo contro gli usurai (non solo ebrei, ma anche i ben più rispettabili banchieri fiorentini), colpevoli di affamare i poveri. Peccato che l’usura fosse, all’epoca, una delle poche attività consentite agli ebrei…

Il frate dunque declamava infuocati sermoni, da Milano a Genova, da Mantova a Firenze, da Padova, Pavia, Crema e Trento, contro gli ebrei, colpevoli, oltre che di praticare l’usura, anche di quel peccato non redimibile: la crocifissione di Gesù.

Non era certo immune dal comune sentimento di disprezzo degli ebrei il principe vescovo di Trento, Giovanni Hinderbach, che appoggiò in pieno la tesi del sacrificio rituale: il piccolo Simone era stato torturato, crocifisso ed evirato da tutte e quindici le persone della comunità ebraica che, per inciso, era aschenazita .

Loro in verità confessarono, sotto tortura, l’orrendo delitto…

Eppure, il legato del Papa, il frate domenicano Battista dei Giudici, aveva trovato infondate tutte le accuse contro gli ebrei, classificandole come “invenzioni e favole” buone per “donnicciuole superstiziose, vecchie pettegole e frati questuanti”.

Ma il vescovo Hinderbach, molto preparato dal punto di vista dottrinale e anche giuridico, era più potente del legato pontificio, o meglio, riusciva ad avere una maggiore influenza sui suoi sudditi, dei quali comunque condivideva i sentimenti di antisemitismo tanto diffusi all’epoca (in particolare dopo la Prima Crociata), quando gli ebrei erano il capro espiatorio buono per ogni evento nefasto, dalla Peste Nera agli omicidi irrisolti di bambini cristiani.

Un caso analogo era avvenuto in Inghilterra nel 1285, quando il piccolo Hugh fu trovato in fondo a un pozzo, nella città di Lincoln. Quel povero bambino di nove anni divenne un “martire”, ucciso dagli ebrei locali a scopo rituale. Il colpevole venne individuato in un certo Koppin, neanche a dirlo ebreo, accusato di aver torturato e crocifisso il disgraziato Hugh, insieme a molti altri suoi correligionari. Più di novanta ebrei furono imprigionati, e diciannove di loro finirono sulla forca, mentre gli altri furono liberati anche per intercessione di diversi religiosi, il che la dice lunga sull’equità del processo.

Non era comunque la prima volta: già in altre occasioni gli ebrei erano stati accusati in Inghilterra dell’omicidio di qualche bambino cristiano, ma nel caso di Hugh la novità consisteva nella condanna a morte emessa da un tribunale civile e invocata addirittura dal sovrano, Enrico III, che già da tempo aveva adottato pesanti politiche fiscali antisemite per trarre un vantaggio economico. Non è di secondaria importanza la norma che prevedeva il trasferimento di tutti i beni degli ebrei giustiziati alla Corona.

Anche nel caso di Lincoln, il vescovo non è estraneo alla condanna: il fatto che il piccolo Hugh diventi un martire (anche se, a differenza di Simonino, non sarà mai canonizzato) capace di fare miracoli, favoriva l’accorrere di pellegrini che avrebbero fatto offerte e portato doni per le grazie ricevute.

Nonostante l’intervento del legato pontificio, il processo di Trento si concluse con la condanna a morte di tutti gli imputati, rei confessi. Solo una donna resistette alle torture e non ammise di avere compiuto quel crimine orrendo. Chi la interrogava proseguì con le sevizie fino a che la disgraziata morì, confessando infine l’omicidio proprio appena prima di spirare (la circostanza non può essere vista come una tardiva ammissione di colpevolezza, ma piuttosto come un disperato quanto inutile tentativo di salvarsi).

Il piccolo Simone divenne immediatamente il Beato Simonino, anche se la Chiesa ufficializzò il suo culto solo nel 1588, forse soltanto per accontentare i fedeli di Trento.

Finché, nel 1965 non ci fu la “svolta del Simonino”: il suo culto fu abolito perché molti storici appartenenti alla Chiesa avevano “rivisto” il processo, e la piccola salma fu rimossa dalla chiesa dove era ospitata. Finalmente, dopo quasi 500 anni, le comunità ebraiche che erano state bandite dal principe vescovo si riconciliarono con la città di Trento, sulla quale avevano gettato una sorta di anatema (simile oggigiorno alla scomunica papale), il cherem, che all’epoca era invece “un voto di sterminio”…


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