Il “Macello” della Quarta Crociata

Le crociate sono un capitolo della storia religiosa occidentale controverso, fonte di dibattito da secoli, praticamente da quando furono invocate per la prima volta da Urbano II, nel lontano 1095 a Clermont, in Francia. Fra le tante crociate, in tutto saranno nove (anche se alcuni le considerano solo otto) ce n’è una in particolare che è a sé stante, un unicum nel panorama bellico religioso medievale. Si tratta della quarta crociata.

E’ un caso a parte perché fu combattuta da cristiani contro cristiani, perché fu invocata dal Papa che poi si pentì di averla invocata, perché quello stesso Papa ne proclamò un’altra, questa volta direttamente contro altri cristiani, i càtari, e perché durante gli scontri cadde la città più ricca del mondo di allora: Costantinopoli. Insomma, la Quarta crociata è un episodio storico eccezionale, non foss’altro per quell’interessantissimo intreccio di trame che portarono i cruce signati di fronte alle mura di Bisanzio. Prima di cominciare una breve premessa lessicale prima di cominciare. Chiamerò gli abitanti di Costantinopoli con tre termini che in questo contesto si possono assumere a sinonimi. Bizantini, che è il nome storicamente più scorretto, Romani, forse quello più corretto, e Greci, come si identificavano spesso fra loro perché parlavano greco. I crociati li chiamerò così ma anche latini. La scelta nei diversi contesti è solo legata alle esigenze della narrazione. E ora cominciamo.

La genesi della crociata

Innocenzo III viene proclamato Papa l’8 Gennaio del 1198. Quello stesso giorno è morto il suo predecessore, Celestino III, e nel giro di qualche ora il conclave è riuscito a eleggere un nuovo Papa, Lotario dei conti di Segni, Innocenzo III appunto. Fa impressione pensare alla risolutezza degli uomini del Medioevo. Innocenzo III ha solo 37 anni ma le idee chiarissime su quel che è necessario per riformare la chiesa. Una settimana dopo la sua proclamazione fa un appello affinché il mondo cristiano si muova per una nuova crociata, necessaria per liberare Gerusalemme, caduta in mani musulmane nel 1187 comandate dal Saladino, e ormai saldo possedimento di quelli che venivano considerati infedeli dai cristiani.

Innocenzo però ha un altro piano ambizioso, riunire la chiesa Cattolica e Ortodossa sotto la sua unica guida illuminata, dopo che nel 1054 le due chiese si sono divise con il Grande Scisma. Innocenzo non lo sa, ma entrambi i suoi desideri verranno disattesi, ma ci arriviamo con calma.

I preparativi per un’impresa epica

I cavalieri cristiani ci mettono un po’ a decidersi nell’organizzarsi per la partenza, ma durante un torneo in Francia, organizzato dal conte Tebaldo III di Champagne, si decidono a partire. Ci mettono un po’ perché nel 1199 muore il Re leader della Cristianità, Riccardo Cuor di Leone, che stava progettando il suo ritorno in Terra Santa.

Anche senza il Re inglese, che in realtà viveva praticamente sempre nei suoi possedimenti francesi, i cristiani decidono di affrontare il viaggio, capeggiati dai nobili Tebaldo, Luigi di Blois e Goffredo di Villehardouin. Viaggio sì, o meglio un’epopea se pensata con le distanze dell’Europa medievale. Per raggiungere a piedi la terra santa era necessario passare attraverso tutti i Balcani, l’Impero Bizantino, la Siria, il Libano e poi infine a Gerusalemme. Un viaggio che se oggi è pericoloso possiamo immaginare all’epoca cosa significasse. No, non si può pensare di farla a piedi, bisogna organizzarsi con le navi.

E qui entrano in gioco i veneziani, coloro i quali trarranno maggior profitto dall’impresa. I crociati chiedono il prezzo del trasporto da Venezia a Gerusalemme, e i Veneziani fissano la cifra in 85.000 marchi d’argento. Devono organizzare un trasporto di dimensioni colossali: far navigare 4.500 cavalieri e rispettivi cavalli, 9.000 scudieri e 20.000 fanti, con tutte le provviste e i marinai, da Venezia a Gerusalemme, uno dei più imponenti movimenti di eserciti via mare della storia dell’antichità. Oltre questo il vecchio doge, Enrico Dandolo, che ha più di 80 anni ma è tutto meno che decrepito, assicura all’impresa altre 50 galere in cambio della metà delle conquiste fatte dai crociati.

Tutta questa trattativa viene portata avanti anche da Goffredo di Villehardouin, che ci fornisce il resoconto per cui noi moderni possiamo conoscere nei dettagli la vicenda, e da parte opposta da Doge Enrico Dandolo, dagli organi deputati di Venezia e dal Papa, che ratifica il contratto. Siamo nell’Aprile del 1201, Venezia riceve un anticipo di 2.000 marchi d’argento e Goffredo e tutti i crociati francesi tornano nella Champagne e prendono l’impegno di rivedersi nel giugno del 1202 per partire alla volta di Gerusalemme.

Segue un anno di animatissimi preparativi, sia a Venezia sia in tutto il mondo cristiano. Nella Serenissima l’arsenale, ma la città tutta in genere, è occupato a costruire e fornire supporto ai lavori di preparazione della flotta, mentre in Francia si arruolano i cavalieri. Ma c’è un problema. Le stime che hanno fatto sul numero totale di partecipanti sono largamente superiori all’effettiva realtà. Troppo superiori.

A Venezia fra l’Aprile e il Giugno del 1202 si presentano circa un terzo delle persone che dovevano presentarsi, e all’appello mancano moltissimi soldi. I Veneziani avevano allestito una flotta, uso le parole di Villehardouin:

Era di tanta bellezza ed eccellenza, che mai cristiano ne vide una più bella ed eccellente; così le galere come le navi da trasporto, e bastevole per almeno il triplo degli uomini adunati nell’armata“.

La flotta è pronta e pronti sono i rifornimenti, ma i veneziani vogliono esser pagati prima di partire. Fra i capi crociati, fra i soldi del papa e fra le tasche anche degli scudieri si trovano in tutto circa 49.000 marchi d’argento, più i 2.000 di anticipo si arriva a 51.000 marchi d’argento, più di un terzo in meno rispetto a quanto pattuito all’inizio. Il che è un problema perché i veneziani del medioevo non è che lasciassero correre. Il capo della spedizione è Bonifacio di Monferrato, che propone all’anziano Doge di guidare la spedizione in qualità di comandante. In questo momento accade qualcosa di imprevedibile, ma prima ragioniamo sull’impasse che si era creato.

I crociati sono accampati al Lido di Venezia, parliamo di decine di migliaia di persone armate che si sono spostate di centinaia o migliaia di chilometri per fare una guerra. Venezia si trova nella situazione di avere un esercito in armi dentro casa, un credito verso di loro e una flotta di navi scintillanti che devono essere impiegate. Fra l’altro tutti i crociati vanno mantenuti con vitto e occupazione di suolo pubblico, sono armati fino ai denti e sono tantissimi, il che non è aspetto secondario nel capire le scelte venete. Sono in credito, ma i franchi ci metterebbero davvero poco a mettere a ferro e fuoco Venezia se fanno le mosse sbagliate. L’anziano Enrico Dandolo si sarà consultato con il consiglio dei Dieci, ma è difficile immaginare un’altra conclusione rispetto a quella che segue quella situazione.

Il vecchio Doge mercanteggia con i cavalieri francesi, e alla fine accetta di seguire i crociati nella loro campagna militare, ma impone da subito una condizione:

La prima città da conquistare è Zara, in Dalmazia

La quale, particolare non secondario, è una città cristiana, che però si è ribellata al dominio veneto per finire sotto l’egida del Regno d’Ungheria. Fra l’altro Regno d’Ungheria che è l’unico a sostenere direttamente la crociata. Insieme ai cavalieri si trovava il legato pontificio, tale Pietro Capuano, che sulle prime è restio a dare il beneplacito poi, chissà perché, spiega che prendere la ribelle Zara va benissimo.

Si parte

A settembre vengono fatti grandi festeggiamenti per l’inizio della crociata, tutti gli abitanti della laguna sono in strada per la nuova impresa, e il doge comunica che il figlio ne prenderà il posto a Palazzo Ducale. Tutto è pronto, ai primi di Ottobre le navi lasciano gli ormeggi e dirigono verso la città ribelle di Zara.

Il viaggio dura fino al 10 novembre, quando la flotta entra in rada, mette sotto assedio la città, la conquista in 5 giorni e i cristiani passano al saccheggio. A noi oggi può sembrare una guerra come un’altra ma ragioniamo con la mentalità dell’epoca. Dei cristiani muovono una guerra, che considerano santa, per ricacciare gli infedeli il più a oriente possibile. Partono da Venezia e la prima città che attaccano, conquistano e saccheggiano è una città cristiana. E’ chiaro che la cosa stride, prima di tutto con le loro coscienze, e infatti le defezioni sono tantissime. La meta seguente è l’Egitto, ma il Doge dice che non c’è fretta, tanto ormai è inverno e a nulla sarebbe servito affrettare le manovre. Meglio passare i mesi freddi nel nuovo territorio sotto il comando di Venezia.

Ma Doge e Crociati non sono i capi morali della spedizione, che è invece il papa, a Roma. Quando i messaggeri informano Innocenzo III dell’accaduto questi salta sulla sua sedia rossa. “Ma come? Indico la crociata, chiedo di muovere verso gli infedeli e i veneziani portano i miei campioni a conquistare un’altra città cristiana?”. Con l’aggravante che il Re d’Ungheria era stato l’unico sovrano cristiano ad aver appoggiato la crociata! Innocenzo non è più in sé, lancia ai crociati qualsiasi maledizione in chissà quante lingue. Ma queste ovviamente non servono a nulla, i crociati svernano tranquilli in Dalmazia.

A questo punto raccontare i fatti è un po’ complesso perché si rischia di rasentare il comico e il grottesco, ma ci proverò lo stesso. Innocenzo III scomunica tutti i cristiani della Crociata, ma questi implorano il perdono spiegando l’accaduto e l’impossibilità di fare diversamente da com’era stato fatto, e si impegnano a non attaccare, mai e poi mai, un’altra città cristiana. Innocenzo III li perdona, ma solo quelli che non sono veneziani, perché il Doge e i suoi sono colpevoli di aver guidato l’esercito verso quella città cristiana.

I messaggi una volta non venivano comunicati come oggi, e se il legato pontificio evitava di far sapere ai crociati quel che aveva deciso il papa i crociati rimanevano all’oscuro di tutto. E così infatti accade. I veneziani non sanno di essere ancora scomunicati, i crociati invece sanno che la scomunica è stata ritirata e le cose tornano calme come prima, tutti consci del fatto che l’anno dopo si sarebbe fatto vela verso l’Egitto.

Ma il destino di un singolo, a volte, cambia per sempre il corso della storia…

Accade che a Zara si presenti un’ambasceria di Alessio IV Angelo, figlio di Isacco II, ex imperatore di Costantinopoli accecato e imprigionato dopo il colpo di stato del fratello, Alessio III Angelo. Alessio IV ha per quell’immenso esercito di crociati un mondo di proposte, tutte volte a fargli conquistare il trono di Bisanzio e a far liberare il padre dalla prigionia nella torre.

Ci parla di lui lo storico bizantino Niceta Comiata, uno dei tre cronisti attraverso cui conosciamo ciò che accadde. Niceta ci dice che Alessio incontra Bonifacio I del Monferrato ed Enrico Dandolo, i capi della spedizione, e promette mari e monti. “Salderò i debiti con Venezia, vi darò 10.000 uomini in più per la vostra santa impresa, fornirò 500 cavalieri sempre in armi in terrasanta, e in più porrò fine allo scisma della chiesa cattolica con quella ortodossa, riunificando ciò che dio aveva unito e gli uomini hanno diviso“.

L’audace Alessio promette beni e uomini con un impero che non è il suo, e Niceta scrive che queste erano le folli promesse di un giovane scervellato. I crociati e i veneziani si lasciano affascinare dalle proposte di questo aspirante Imperatore, ma non si preoccupano di verificare se a Costantinopoli ci sia qualcuno che è d’accordo con lui.

Ma c’è di più a rendere complessa la cosa. Il Doge Enrico Dandolo ha anche un conto aperto con i bizantini, che più di trent’anni prima gli sono costati la vista. Era successo nel 1171, quando si trovava a Costantinopoli durante difficili trattative per far finire la Seconda Guerra Veneto Bizantina. Le trattative van per le lunghe, fra i veneziani scoppia un’epidemia e lui, non si sa perché non si sa come, rimane cieco da un occhio o da tutti e due. Oggi non sappiamo di preciso cosa succeda durante quelle trattative, ma Dandolo il dente avvelenato lo aveva sicuro.

Anche Innocenzo III si convince che quella manovra è condotta secondo giustizia divina, toglie la scomunica anche ai Veneziani e ordina di partire verso Costantinopoli, la seconda città cristiana che ci si accinge ad attaccare.

Si riparte

Alessio IV arriva a Zara il 25 aprile 1203, e la crociata con i cavalieri parte alla volta di Costantinopoli. La spedizione si ferma prima a Durazzo, poi a Corfù, tenta di prendere le città vicine a Costantinopoli di Calcedonia e Crisopoli ma fallisce, e alla fine arriva nel porto di Costantinopoli, dove le navi veneziane entrano dopo aver fatto saltare l’immensa catena che dovrebbe difendere quelle acque della Roma d’Oriente. Era il 6 Luglio, la nave che aveva distrutto la catena bizantina è la più grossa, la Aquila. Le navi crociate entrano nell’area portuale e si aspettano un’accoglienza maestosa. Almeno così ha promesso Alessio IV. E invece.

Invece Costantinopoli schiera almeno 15.000 guerrieri in armi alle sue mura, fra cui 5.000 potenti variaghi, guerrieri vichinghi del nord che sono mercenari con fama di essere fortissimi in combattimento.

I crociati assaltano il Corno d’Oro, mostrano ai cittadini Alessio IV sperando che si ribellino ad Alessio III Angelo l’usurpatore, ma non conta nulla. I romani d’oriente per una settimana respingono l’assalto delle truppe, muoiono un’infinità di persone, nell’ordine delle migliaia e migliaia, ma poi Alessio III capisce che per lui il tempo di regnare su Costantinopoli è finito. In città scoppia un devastante incendio che brucia migliaia di case e lascia per strada circa 20.000 persone. Il 17 Luglio con il favore delle tenebre Alessio III raccoglie quel che può del tesoro imperiale, prende una figlia e scappa via dalla città raggiungendo Adrianopoli.

I bizantini acclamano imperatore Isacco II, padre di Alessio IV, ma ai crociati questa soluzione non va bene: chi gli dà il bottino che era stato loro promesso? Chiedono che Alessio sia proclamato co-imperatore di Costantinopoli e i romani accettano. Il 1° Agosto 1203 Costantinopoli incorona imperatore anche Alessio IV.

Dov’è il tesoro?

Alessio IV è imperatore e sa bene che deve pagare la sua armata crociata, ma quando controlla a quanto ammonta il tesoro fa una scoperta che lo ghiaccia. Nella sua fuga notturna Alessio III era riuscito a portarsi dietro un’immensa quantità d’oro, nell’ordine dei 200/300 kg, e gioielli di un valore inestimabile, fra quelli che Alessio IV pensava di poter dare ai crociati come pagamento.

In questo frangente diventa cruciale la lettura del cronista dalla parte dell’Impero Bizantino, Niceta Coniata, che descrive la scelta scellerata di Alessio IV. Il giovane imperatore ordina la distruzione e la fusione delle preziose icone romane per estrarne l’oro e l’argento, ma anche allora riesce a raccogliere solo 100.000 marchi d’argento. I greci ma soprattutto il clero si disperano per questa follia dell’Imperatore, che dà segno di disperazione e di una leadership debole, ai loro occhi che merita di essere punita da Dio. Niceta ci dice che questo è «il punto di svolta verso il declino dello stato romano»”.

Alessio IV cerca oro ovunque può, sa bene che i veneziani e i franchi non si accontentano degli spicci che racimola con la fusione delle icone. Ma non trova nulla. Allora chiede ai crociati 6 mesi di proroga per i pagamenti e va ad assediare Alessio III ad Adrianopoli, e in altre città della Tracia, nella speranza di recuperare quanto più oro possibile. Qualcosa riesce a trovare ma i 100.000 marchi d’argento promessi ai crociati sono lontani da raggiungere, e le tensioni che ha sviluppato a Costantinopoli sono ormai insanabili.

Siamo nell’inverno fra il 1203 e il 1204. I crociati sono accampati fuori da Costantinopoli, sono nelle loro navi e attendono di essere pagati dai Bizantini. A Novembre danno un aut aut, ma Alessio e Isacco prendono altro tempo. In questo momento a palazzo si susseguono una serie di intrighi complicatissimi. Gli imperatori hanno dato segnali contraddittori, si sono messi contro il clero ma anche il senato romano, che li vede come proni alle decisioni dei barbari crociati. A gennaio il senato elegge un nuovo imperatore, tale Nicola Canabo che Niceta appella con l’aggettivo “Macellaio”, anche se non sappiamo perché, ma questi rifiuta di prendere il potere. Emerge invece quello che doveva essere un fedelissimo di Alessio IV, Alessio V Ducas, che tradisce Alessio IV e il padre Isacco II, li fa imprigionare e fa ammazzare Nicola Canabo. Isacco probabilmente muore di stenti o per le difficoltà di quel trambusto. Rimane solo Alessio IV, destituito.

Adesso l’imperatore è Alessio V, ma i crociati hanno poca voglia di discutere. Sono accampati da mesi fuori da Costantinopoli, sono migliaia e sono affamati, avidi di oro e ricchezze che erano state loro promesse nel trattato di Zara. Scoppia la prima isolata battaglia. I crociati di Enrico di Fiandra attaccano Filea, vogliono che sia dato loro cibo e sostentamento. Alessio V esce con un piccolo manipolo di soldati, si accende la battaglia ma Alessio ha la peggio, viene ferito e i bizantini perdono un’importante icona della vergine e le insegne imperiali. Alessio riesce a salvarsi per il rotto della cuffia e torna dietro le mura, ma è chiaro che i crociati sono enormemente più forti.

Allora i bizantini tentano una mossa a sorpresa: iniziano a bombardare le navi crociate con proiettili incendiari, ma non sortiscono praticamente nessun effetto. L’8 febbraio Alessio V ed Enrico Dandolo parlamentano per trovare una soluzione. Il vecchio doge chiede la restaurazione di Alessio IV Angelo e il pagamento di quanto dovuto. Alessio V non ha voglia di abdicare a favore di Alessio IV e non ha nessuna idea per recuperare il denaro richiesto dai crociati. Allora fa una mossa azzardata: fa uccidere Alessio IV e attacca direttamente i crociati con un manipolo di cavalieri, ma anche questo assalto si conclude con un disastro.

I crociati non ne possono più. L’imperatore con cui avevano stretto un accordo è stato ucciso, hanno subito ripetuti attacchi da parte di Alessio V Murzuflo, che significa letteralmente il sopracciglione, e sono tenuti quasi alla fame da parte dei romani arroccati dentro Costantinopoli.

La caduta di Costantinopoli

L’attacco dei mesi seguenti a Costantinopoli potremmo immaginarlo in modo semplicistico come un assalto senza quartiere, ma è tutt’altro che unitario. I crociati vengono respinti a più riprese dai mercenari variaghi e dai soldati bizantini, fra loro si spargono voci che quell’assedio sia maledetto da dio perché contro altri cristiani, e anche Innocenzo III invia missive affinché i latini si fermino. Insomma faremmo un grosso errore a immaginare il fronte crociato convinto dell’assedio all’unisono. Ma il clero che accompagna i guerrieri sostiene la voglia di bottino, limita le comunicazioni che provengono dal papato di Roma allo stretto indispensabile, e spiegano ai crociati che dio li sta mettendo alla prova per il premio finale, la conquista della nuova Roma.

Si conclude tutto fra il 9 e il 12 aprile 1204. Il 9 c’è un primo decisivo attacco contro le mura della città, poi il 12 i latini entrano a Costantinopoli.

E’ curiosa la scena del vecchissimo Enrico Dandolo che guida all’assalto i suoi veneziani. Immaginiamocelo ottuagenario e quasi cieco. Ce lo descrive Goffredo di Villehardouin:

“Stava ritto tutto armato a prua della sua galera, con davanti lo stendardo di san Marco, ordinando a gran voce ai marinai di portarlo prestamente a terra, o li avrebbe puniti a dovere; sicché quelli approdarono subito, e sbarcarono con lo stendardo. Tutti i veneziani seguirono il suo esempio: quelli che stavano nei trasporti dei cavalli uscirono all’aperto, e quelli delle navi grandi salirono sulle barche e presero terra come meglio poterono”.

Alessio V quella notte scappa, Costantino Lascaris viene acclamato imperatore ma non riesce a convincere i Variaghi a continuare i combattimenti, non ha più come pagarli. Il 13 aprile la città di Costantinopoli è in mano ai latini, che cominciano il saccheggio.

Il Sacco di Costantinopoli

Del sacco di Costantinopoli esistono diverse versioni. Quelle di Goffredo di Villehardouin dal lato dei crociati e quella di Niceta Coniata da quello dei romani. E’ difficile capire quale di loro abbia un ricordo corretto di quei 3 giorni di assalto, probabilmente si assistette a violenze e soprusi da parte dei latini ai danni della popolazione, con Goffredo che offre una versione più edulcorata mentre Niceta più violenta. In realtà potrebbe non esser stato terribile quanto quelli antichi, i latini volevano a tutti i costi i pagamenti dovuti, è probabile che non si lasciarono andare a violenze eccessive contro la popolazione. C’è però chi la pensa diversamente e quindi vi leggo quel che ha scritto Speros Vryonis, uno storico greco moderno, nel descrivere il saccheggio:

La milizia latina sottopose la più grande città d’Europa ad un saccheggio indescrivibile. Per tre giorni uccisero, violentarono, saccheggiarono e distrussero in una misura che perfino gli antichi Vandali e Goti avrebbero trovato incredibile. Costantinopoli era diventata un vero e proprio museo d’arte antica e bizantina, un emporio di ricchezze tanto incredibili che i latini rimasero sbalorditi dalle ricchezze che trovarono. Sebbene i veneziani apprezzassero l’arte che scoprirono (perché erano essi stessi semi-bizantini) e ne salvarono gran parte, i francesi e altri la distrussero indiscriminatamente, fermandosi per rinfrescarsi con il vino, violando le suore e uccidendo i chierici ortodossi. I crociati sfogarono il loro odio per i greci nel modo più spettacolare profanando la più grande chiesa della cristianità. Distrussero l’iconostasi d’argento, le icone e i libri sacri di Santa Sofia e fecero sedere sul trono patriarcale una prostituta che cantava canzoni volgari mentre bevevano vino dai vasi sacri della Chiesa. L’allontanamento tra Oriente e Occidente, andato avanti nel corso dei secoli, culminò nell’orribile massacro che accompagnò la conquista di Costantinopoli. I greci erano convinti che anche i turchi, se avessero preso la città, non sarebbero stati tanto crudeli come i cristiani latini. La sconfitta di Bisanzio, che era già in declino, accelerò la degenerazione politica tanto che i bizantini finirono per diventare facile preda dei turchi. La Quarta Crociata e il movimento crociato portarono quindi, in ultima analisi, alla vittoria dell’Islam, un risultato che ovviamente era esattamente l’opposto del suo intento originario“.

Vryonis descrive quelle giornate come un massacro, altri sono più inclini a pensare che la narrazione di Goffredo di Villehardouin sia più aderente alla realtà, con violenze contenutissime. Oggi è impossibile sapere con precisione quel che accadde.

Del sacco di Costantinopoli diamo qualche numero, anche se è ovvio che si tratti di stime poco accurate. Il bottino complessivo è di 900.000 marchi d’argento, una cifra che è difficile anche solo quantificare da tanto è immensa. I veneziani ricevono 150.000 marchi d’argento, mentre i crociati 50.000. Altri 100.000 marchi d’argento vengono spartiti fra crociati e veneziani, mentre i restanti 500.000 marchi d’argento vengono sgraffignati dai singoli cavalieri, che prendono su armi e bagagli e tornano in Europa passando dalla Puglia.

Le conseguenze

La quarta crociata si conclude così, con il sacco della più ricca città del mondo allora conosciuto, con la spoliazione di un’infinità di monumenti e palazzi, con la morte di decine di migliaia di persone, con la rabbia di Innocenzo III che ha causato un disastro, ma che avrà la forza di proclamare un’altra crociata contro dei cristiani, quella albigese contro l’eresia catara. Si conclude senza aver rispettato nessuna delle premesse iniziali. Le due chiese cristiane d’oriente e occidente non sono riunificate e nessun lembo di terra è stata riconquistata agli infedeli, ma i latini hanno riempito le navi di un bottino che nessuno di loro avrebbe mai immaginato.

Si conclude anche con il trasferimento a Venezia di magnifiche opere che possiamo ammirare in città. I quattro cavalli in Bronzo a San Marco che si trovano all’interno della basilica (quelli all’esterno sono delle copie) due colonne della piazzetta di San Marco, il gruppo dei tetrarchi in porfido egiziano vicino alla porta della Carta risalenti circa al 300 dopo cristo (che lasciatemi dire vengono criminalmente tenuti dalla nostra soprintendenza ai beni culturali esposti al flusso di turisti e non sostituiti da una copia o protetti da una teca) e poi capitelli, manoscritti greci miniati, gioielli, ori e opere di ogni tipo. I veneziani apprezzavano l’arte e i franchi no, e anche a causa di quel loro saccheggio alcune opere bizantine sono state conservate. La storia è fatta anche di questo.

Il 1204 è una data che nell’immaginario collettivo non ha l’importanza di altre come il 476, il 1492, il 1789, o più indietro del 480 o del 44 a.C., ma fu in quell’anno che il mondo subì una svolta decisa, l’Impero Romano d’Oriente venne saccheggiato e frammentato nei regni latini, che rimasero per oltre 50 anni e generarono le condizioni per il futuro successo dell’espansione islamica in oriente, con la conquista di Costantinopoli nel 1453 e la fine definitiva delle ultime vestigia dell’Impero Romano.

Sarebbe interessantissimo ripercorrere le vite di tutti quei protagonisti della quarta crociata. Di Enrico Dandolo che non rivide mai Venezia, di Alessio III che morì anni dopo, nel 1211. Ma anche di Niceta e Goffredo, che ci raccontano i fatti di quell’epopea. Ma queste, in effetti, sono tutte altre storie.


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