Il karōshi in Giappone: il Lavoro che Uccide

Ci troviamo a Tokyo. È un torrido 25 luglio del 2013. Per la precisione è un giovedì e l’aria umida e appiccicaticcia non dà tregua neanche nelle prime ore più fresche del mattino.

Impavidi e incuranti del caldo, milioni di giapponesi escono dalle proprie abitazioni per recarsi a lavoro. Il silenzio è padrone fra le strade di Tokyo, dove da ogni angolo riecheggia soltanto il suono inarrestabile delle scarpe sull’asfalto dei lavoratori diretti verso la stazione. Come cavalli al galoppo scendono le scale della metropolitana per poi fiondarsi sulla banchina e salire su quel treno che li porterà ai loro uffici, davanti alle loro scrivanie. All’interno dei vagoni il caldo è insopportabile nonostante i condizionatori accessi, ma non importa, perché l’importante è essere riusciti a salire in tempo su quel treno per non arrivare in ritardo.

Quel giovedì mattino vanno tutti a lavorare come di consueto, eccetto una ragazza. Si chiama Miwa Sado, lavora come reporter per la NHK, ovvero una stazione radiofonica e televisiva pubblica giapponese. Miwa non è sul treno per andare a lavoro perché quel giorno la troveranno morta sul letto del suo appartamento con ancora il proprio cellulare stretto in una mano. La cause della morte saranno individuate in un’insufficienza cardiaca, ma dovremo aspettare il 2015 per far sì che la verità venga a galla. La ragazza è morta sì per un’insufficienza cardiaca, ma a sua volta provocata da ciò che in Giappone chiamano “karōshi”.

Il karōshi (過労死) lett. karō=troppo lavoro shi=morte, è “la morte per troppo lavoro”

Stando ai dati, nel luglio del 2013, ovvero il mese in cui è morta, Miwa aveva fatto 146 ore di straordinari, mentre nel mese precedente ben 159. Aveva così tanto lavoro e responsabilità che non ha potuto prendersi neanche un giorno di riposo, accumulando stress, stanchezza e privandosi delle ore di sonno.

Protesta per un “Basta Karoshi” a Tokyo, 2018. Fotografia di Nesnad condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

I genitori della ragazza hanno voluto mantenere nel privato la vera storia della figlia fino al 2017 quando, resisi conto che la vera causa della morte era il karōshi, decisero di rendere pubblica la vicenda, al fine di mettere in guardia i milioni di giapponesi che ogni giorno lavorano incessantemente per la gloria del paese. Di karōshi muoiono centinaia di giapponesi all’anno e il primo caso fu registrato nel 1969, un impiegato di un giornale giapponese di 29 anni morì in seguito a un ictus.

Nel 1978 venne coniato il termine “karōshi”, e sarà nel 1982 con la pubblicazione di un libro intitolato appunto “karōshi, prevenzione e riconoscimento delle malattie cardiache e cerebrali in ambito lavorativo” (autori Tajiri Shunichiro e Uehata) che il vocabolo entrerà a tutti gli effetti nell’uso comune.

Riconosciuta come una vera e propria minaccia, il ministero del lavoro giapponese comincia nel 1987 a pubblicare le statistiche sulla morte per troppo lavoro nel paese. Quello che ne emerse fu spaventoso: 1/4 degli uomini lavoratori giapponesi lavorava 60 ore la settimana, quindi 20 ore in più rispetto a una settimana standard da 40 ore. Realizzando la serietà del problema le istituzioni decisero di mettere a disposizione un numero verde da poter chiamare come supporto per tutti coloro che riconoscessero in se stessi o nei propri cari i sintomi del karōshi. La hotline è in funzione ancora oggi —> https://karoshi.jp

Ma quale fu l’origine di tutto? L’origine del karōshi è fatto risalire alla fine della seconda guerra mondiale. Dopo la clamorosa disfatta, il Giappone dovette ricominciare tutto da zero, gli americani contribuirono alla ricostruzione del paese rivedendo da cima a fondo la costituzione giapponese e aprendo le porte dei propri commerci, inoltre in seguito all’accordo del Plaza, lo yen ottenne un apprezzamento rispetto alle altre valute straniere.

Tutto ciò creò un discreto benessere, le banche fecero sì che la domanda di beni aumentasse perché potevano permettersi di garantire prestiti a un tasso di interesse basso. L’allora primo ministro Shigeru Yoshida si impegnò nella ricostruzione dell’economia, trovando dei validi alleati nel proprio popolo, che lavorò sodo per riportare il paese all’apice della fama mondiale. Si tratta di quello che passò alla storia come “il miracolo economico giapponese”, che rimise il Giappone sul podio delle potenze economiche del globo, ma ad un prezzo carissimo. Un Giappone che sì, si era scrollato di dosso le macerie della seconda guerra mondiale, ma che si macchiò (e si macchia tutt’oggi) del sangue delle vittime di questa gloria.

Fotografia di Depositphoto:

Japan Flag Patriotism Japanese Pride Unity Concept

Un altro caso celebre è quello del 2015 di Takahashi Matsuri, 9 mesi prima della sua morte aveva cominciato a lavorare per la Dentsu, un’azienda pubblicitaria giapponese. Il suo entusiasmo iniziale si trasformò giorno dopo giorno in depressione sempre più profonda dovuta alle interminabili ore di lavoro. La sua pagina Tweeter, ancora intatta, mostra la lenta caduta nel baratro del malessere. Il 14 ottobre scrive: “A parte il voler dormire, ho perso qualsiasi altra emozione”, il 1° novembre 2015 scrive “Non voglio andare a lavoro. Sarebbe bello avere 2 giorni off a settimana” e ancora il 16 dicembre “ Dopo essere riuscita ad arrivare alla fine di queste giornate stressanti pensando intanto di voler morire, mi chiedo cosa ne rimarrà di me”. Matsuri si è suicidata a 24 anni la mattina di natale del 2015 lanciandosi dal tetto del dormitorio dell’azienda dove lavorava (in questo caso il termine giusto sarebbe 過労自殺; karōjisatsu = suicidio per il troppo lavoro). Il mese prima di morire aveva fatto più di 100 ore di straordinari.

La morte della ragazza sollevò diverse polemiche tra cui le dure accuse della madre della vittima nei confronti dell’azienda Dentsu. Prima di Matsuri infatti sono morti diversi giovani impiegati in questa società: nel 1991 un ragazzo di 24 anni di nome Ichiro Oshima si impiccò in casa propria. Stando alle indagini Ichiro faceva circa 147 ore di straordinari, e la famiglia testimoniò che a volte tornava a casa solo per 2 ore per poi ritornare a lavoro. Alla Dentsu fu fatta causa, che fu anche vinta, e fu imposto di migliorare le condizioni di lavoro dei propri dipendenti. Ma da quel 1991 in realtà non cambiò nulla, testimone la morte di Matsuri del 2015.

Fotografia via Depositphoto:

Nel 2016 il governo giapponese promosse un’iniziativa che aveva come obiettivo diminuire i casi di morte da karōshi. L’iniziativa in questione si chiamava “Premium Friday”: le aziende avrebbero permesso ai propri dipendenti di uscire dagli uffici alle 15:00 nell’ultimo venerdì del mese. Inutile dire che la maggior parte delle società non vi aderirono, mentre quelle che vi presero parte dovettero addirittura pagare di più i propri dipendenti per convincerli a farli uscire alle 15:00. Ben presto però anche le aziende a favore del Premium Friday si resero conto che un pomeriggio in meno di lavoro non faceva altro che aumentare ancora di più la mole di lavoro degli altri giorni, costringendo i dipendenti a lavorare più sodo dal lunedì successivo. Insomma quest’iniziativa fu un flop totale, e ancora non sembra sia stata trovata una soluzione al problema del karōshi, che si insinua come un serpente velenoso in ogni ambiente di lavoro.

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I giapponesi lavorano tanto anche per via di dinamiche sociali a noi occidentali sconosciute, che non permettono alle persone di lavorare normalmente anche se lo vorrebbero. Quando si entra in un’azienda e si è nuovi, si deve far vedere che ci si sta impegnando, che con la propria presenza si può fare la differenza, e per dimostrare ciò i giapponesi lo fanno con gli straordinari. C’è anche poi il fattore “anzianità”, ovvero più tempo lavori in una stessa azienda, più riesci a scalare la piramide sociale e guadagnare punti anzianità. Se non ci si trova bene in un’azienda per via degli straordinari obbligatori o per mobbing o altro, cambiare lavoro significherebbe ricominciare tutto da zero, ed essere di nuovo l’ultimo gradino della piramide.

Fotografia di Depositphotos:

L’arrivo del coronavirus tra i tantissimi lati negativi ha portato anche benefici: molti giapponesi hanno riscoperto lo stare di più a casa, avere più tempo da dedicare a loro stessi e a pensare che sì, è necessario lavorare per vivere, ma non vivere per lavorare. Chissà che questo periodo non porti cambiamenti significativi e non riesca a sradicare una volta per tutte il karōshi dalla società giapponese.

Link del libro del 1982.

 

Manuela Amato

Laureata in giapponese vivo ora a Tokyo. Sono appassionata di Giappone e storia. Nel tempo libero faccio video su YouTube e mi dedico alla scrittura. Sono sempre impegnata nella costruzione del mio destino.