Si dice che “le piazze siano incontri casuali di vie nelle quali il vento della fantasia si raccoglie e gioca”, e Piazza Affari a Milano non fa eccezione. Se nel 2018 a renderla fantasiosa, per non dire impertinente, è stato il lungo dito di Maurizio Cattelan, proteso per due metri d’altezza verso il cielo, duemila anni fa a darle smalto fu senz’altro il Teatro Romano, l’edificio pubblico più antico di Milano.

Che se venti secoli fa svettava torreggiante nel cuore della città, non lontano dal foro, nel 2018 giace a sedici metri di profondità negli scantinati di palazzo Turati (Camera di Commercio) e di palazzo Mezzanotte (Borsa di Milano). Perché purtroppo di questo gigantesco eufemismo rimangono solo le fondamenta.

L’alzato fu raso al suolo da Federico Barbarossa nel 1162

Un teatro che, considerata la mole colossale, venti metri d’altezza per novantacinque di diametro, non passò mai inosservato: richiamava di continuo l’attenzione dei forestieri che lo vedevano svettare da lontano, oltre il circuito di mura dell’antica Mediolanum. Non a caso catturò persino l’immaginazione di Pompeo Castelfranco, l’archeologo che fra il 1880 e il 1884 per primo ne riportò alla luce gli impressionanti resti. Fu proprio lui a definirlo con l’attuale soprannome:

Il Gigante

Era questo il soprannome del Teatro, racconta Andrea Preti, funzionario della Camera di Commercio e cultore della Milano imperiale. Lui, un’anima pragmatica che per dare idea della magnificenza della mega costruzione non manca mai di costruire parallelismi tra presente e passato: “Bisogna pensare che il Teatro romano era grande quattro volte il Teatro alla Scala. Se nel 2018 la Scala può ospitare 2030 spettatori, il Teatro romano ne accoglieva almeno 8 mila. Un bel numero se si riflette sul fatto che Mediolanum contava 18 mila abitanti”.

Nonostante tutto ci vollero otto lunghi secoli prima che i vetusti ciottoli del teatro tornassero ad essere patrimonio dei milanesi. Metaforicamente parlando, a fare passi da gigante in questa direzione fu Alda Levi nel 1929-30: “Incaricata a funzionario unico per la Lombardia presso la Soprintendenza alle antichità, fu lei a prodigarsi per la conservazione dei resti nei sotterranei di palazzo Mezzanotte e di palazzo Turati” chiarisce Gioia Zenoni, archeologa esperta in teatri antichi tra le fondatrici della rivista Stratagemmi-Prospettive Teatrali ed ex assegnista di ricerca e docente allo IULM di Milano.

Se oggi è possibile calarsi nelle viscere de Il Gigante è proprio grazie a questa donna, Alda Levi. Le sue parole? Pura profezia: “Ai visitatori e ai frequentatori degli affollati ambienti dei piani superiori (della Camera di Commercio e della Borsa), sarà possibile scendere nei silenziosi scantinati, dove quiete lampade illumineranno le venerande vestigia del Teatro romano”.

Sotto, Alda Levi:

Ecco allora dopo secoli d’oblio, nel 2008, vedere aprire al grande pubblico le porte d’accesso ai sotterranei dell’ente camerale, e tutto grazie ai lavori svolti tra il 2004 e il 2007 dall’Istituto di Archeologia dell’Università Cattolica in accordo con la Soprintendenza per i beni archeologici della Lombardia.

Lavori che hanno concesso al teatro di vivere una seconda giovinezza dal sapore decisamente meno retrò e più moderna. Moderna come i riverberi di luce che s’infrangono sulle pietre romane e medievali. Moderno come il plasma acustico che fa da sottofondo riproducendo il soave suono di flauti e violoncelli che ben si amalgamano ai fermenti di scavo, di voci, di carretti e di dadi da gioco. Moderno come le due statue recitanti bianche levigate che declamano versi in latino.

Sono oltre 33mila gli sguardi che dal 2008 a oggi si sono posati su quelle antiche fondamenta, sfilando sul défilé trasparente sospeso tra i resti di quella Milano imperiale: “La passerella si trova più o meno all’altezza del piano di calpestio romano. D’altronde Milano è una città che nasce sulle sue stesse macerie” racconta Preti, orgoglioso nel suo piccolo di aver contribuito a diffondere la conoscenza di questo pezzetto della Milano capitale dell’Impero romano.

Per immedesimarsi negli spettatori romani, nell’area archeologica è stato allestito un Museo Sensibile. Ecco allora come nel 2018 addentrarsi nei sotterranei dalla Camera di Commercio significhi prima di tutto esperienza.

“Si voleva rievocare il clima di un teatro antico. In che modo? Sfruttando la sensorialità dei visitatori e facendo leva sui loro sensi: vista, udito e olfatto” spiega la Zenoni alludendo al pannello olfattivo posto all’entrata del museo sotterraneo, il cui scopo è appunto inebriare i sensi grazie a stimoli olfattivi capaci di creare non solo atmosfere bensì esperienze.

Protagonisti profumi e odori: “Rosa rossa, malvasia (un vino particolarmente apprezzato dalle signore a fine pasto), zafferano e sudore sono gli effluvi che si mescolano non appena si entra a Museo Sensibile” sorride Preti facendo notare come il profumo di rosa (per fortuna) superi di gran lunga quello di sudore.

Sudore perché?

Perché riproduce le esalazioni acri che spesso si mescolavano a quelle degli aliti pesanti del pubblico. Effusioni che si univano alla fragranza dei cibi piccanti e affumicati di cui i romani andavano ghiotti, che erano consumati anche durante i lunghi spettacoli. Così capitava abitualmente che il buon odore di olive, datteri, fichi, formaggio, focacce e vino si fondesse all’unisono con gli aromatici (o nauseabondi) profumi portati dagli aristocratici.

Naturalmente non esistevano ancora i servizi igienici quindi i luoghi decretati ai bisogni erano gli angoli bui e appartati di teatro. Per far fronte a questa sgradevole impasse si nebulizzava su pubblico e attori acqua di rosa o zafferano: “Lo zafferano serviva a mitigare gli odori. Era fatto cadere come una polvere dorata durante gli spettacoli. Un effetto che colpiva molto la fantasia della gente. Qualcuno arrivava a credere che si trattasse di polvere d’oro” racconta Preti.

Un estro, il loro, venduto al dettaglio nel panegirico di Claudiano, il quale descrive con dovizia di particolari le sontuose performances che si alternavano a ritmo incalzante nel teatro milanese. Le figure di spicco? Gli acrobati che, volteggiando nel vuoto come uccelli sulle mille note prodotte dalle canne di bronzo dell’organo idraulico, davano vita a spettacoli esilaranti. Degli spaccati straordinari che il Gigante d’Augusto ogni qual volta un visitatore decida di calarsi nel suo profondo, a sedici metri sotto terra, invita a immaginare.

E che dire dei resti di quella piccola fornace di inizio Ottocento sottostante svariati metri l’ufficio di Carlo Sangalli, presidente della Camera di Commercio Milano MonzaBrianzaLodi e di Confcommercio Imprese per l’Italia? Essendo Sangalli un imprenditore, non appena visitato il teatro e compreso che il suo ufficio si trovava in corrispondenza del forno esclamò: “Era destino che prima o poi alla guida della Camera di Commercio fosse posto un commerciante!” conclude ridendo il funzionario camerale.

Sotto, il video del teatro presentato da Luciano De Crescenzo:

Per Approfondire: Il Teatro Romano di Milano sul sito di Camera di Commercio Milano, Il Teatro su Camera Commercio Italia, Milano Romana.

Sara Cariglia
Sara Cariglia

Scrivo perché mi da gioia. In fondo il mondo è ricco di storie, di momenti, di episodi, di contingenze che aspettano solo di essere scoperte e raccontate. Mi piace raccontare tra le righe, mi piace flirtare con la scrittura, mi piace leggere la gente. Quando la sfoglio con gli occhi prima di abbozzarla a parole è come se avessi l’impressione di dipingere su tela le loro emozioni. Talvolta le parole rimpiccioliscono i fatti e una delle mie principali responsabilità e far si che questo non accada. Ad oggi le mie ali sono la scrittura. Dico ad oggi, perché non è da molto tempo che ho scoperto e sviluppato questa mia attitudine. Una volta svelata, vi posso assicurare, è stato il volo più bello della mia vita, me ne sono “letteralmente” innamorata. Ormai è ufficiale ed ufficioso, l’arte scrittoria unitamente alla mia grande vocazione per studio e cultura sono i miei tre unici amanti.