Il Genocidio degli Armeni: Storia dell’Olocausto Dimenticato

Sono ormai trascorsi settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, e ancora lo sterminio dei campi di concentramento tedeschi suscita, a ragione, orrore e incredulità. Non ha provocato, e tuttora non provoca lo stesso sdegno l’olocausto del popolo armeno, avvenuto solo un quarto di secolo prima.

Anche se il genocidio degli armeni fu sistematicamente compiuto a partire dal 1915, già nei decenni precedenti erano state registrate delle stragi.

Nel 1909 almeno 30.000 persone furono uccise in Cilicia ma ancora prima, tra il 1894 e il 1897, quando l’impero ottomano era guidato dal sultano Abdul Hamid II, la popolazione armena – in particolare quella dell’Anatolia – era stata presa di mira perché considerata pericolosa per la sopravvivenza stessa dell’impero. Impero che era ormai in una condizione di inarrestabile declino, e che aveva dovuto cedere parte dei suoi territori alla Russia dello Zar. Gli Armeni vedevano con favore l’avanzata dei russi – cristiani come loro – che dal canto loro li incitavano alla rivolta.

Il Sultano Abdul Hamid II

La minoranza armena era effettivamente discriminata nella vita politica e civile, subiva una maggiore tassazione ed era alla mercé di funzionari disonesti, soprattutto nelle aree rurali, vessati perfino da altre minoranze come curdi e circassi. Le pretese di un trattamento paritario all’interno della società islamica, sfociate poi in sentimenti di autonomia, convincono il sultano che gli Armeni costituiscono una minaccia per la sopravvivenza dell’impero.

La loro “grande sfacciataggine” si è spinta fino a ottenere – sulla carta – alcune riforme sancite a Berlino nel 1878 (Trattato di Berlino, firmato dalle principali potenze europee, Russia compresa, e l’impero ottomano, uscito sconfitto dalla guerra russo-turca appena conclusa). Riforme che il sultano non si sogna neanche di applicare, anzi: costituisce gli Hamidiye Alaylari, i Reggimenti Hamidiani, composti da banditi di diverse minoranze etniche, che possono impunemente prendersela con gli armeni, sottraendo loro le scorte alimentari e il bestiame.

“Saccheggio di un villaggio armeno da parte dei curdi”, 1898 o 1899

Tutta questa violenza non contrastata dal potere statale porta alla formazione di vari nuclei rivoluzionari armeni che puntano all’indipendenza. Pare che il commento di Hamid sia stato:

Questa faccenda finirà nel sangue

Cosa che puntualmente avviene: migliaia di armeni vengono massacrati sia a Costantinopoli sia nei villaggi rurali, senza distinzione tra uomini, donne e bambini.

Vittime dei massacri a Erzerum – 30 ottobre 1895

Quando Hamid, nel 1897, dichiara conclusa la questione armena, le vittime ammontano a un numero compreso tra le 80.000 e le 300.000 persone. Tutto questo sotto gli occhi attoniti di europei e statunitensi, che però non vanno molto oltre l’indignazione e qualche aiuto umanitario fatto pervenire attraverso la neonata Croce Rossa americana.

Immagine caricaturale in una rivista politica dell’epoca: il Sultano Abdul Hamid II in veste di macellaio

Questi massacri possono considerarsi il preludio del genocidio degli armeni? La risposta degli storici non è univoca, ma comunque, qualsiasi parola si scelga per definirli, la tragica realtà dei fatti non cambia.

Una donna armena e i suoi figli hanno cercato aiuto dai missionari camminando per grandi distanze

Schizzo di un testimone oculare durante i massacri hamidiani

Nonostante la feroce repressione delle aspirazioni indipendentiste armene, il declino dell’impero ottomano non si arresta, anzi. Con le guerre balcaniche (1912-1913) i territori dell’impero si riducono ulteriormente. Nel 1909 i membri di un nuovo partito – il Comitato dell’Unione e Progresso (CUP), meglio noto come “Giovani Turchi” – riescono a deporre il sultano Abdul Hamid II, e di fatto arrivano a governare il paese, che rimane comunque una monarchia.

Sono gli anni che precedono la prima guerra mondiale e i leader dei Giovani Turchi temono ancora una volta che le isolate spinte nazionaliste armene conducano a una ribellione generalizzata che avrebbe colpito al cuore, in Anatolia, lo stato turco. Proprio nel 1909 viene perpetrato il massacro di Adana, in Cilicia, durante il quale sono i civili di fede islamica, aizzati da politici locali, autorità religiose e intellettuali, ad uccidere migliaia di armeni, senza che le forze armate turche intervengano a loro difesa.

Il quartiere armeno di Adana dopo i massacri del 1909

Le conseguenze delle guerre balcaniche – ovvero la perdita di molti territori e il conseguente rientro in Turchia di migliaia di persone di fede islamica, oltre alle atrocità subite dai musulmani durante il conflitto – portano a un odio generalizzato verso le minoranze di fede cristiana, considerate responsabili di tutti i problemi dell’impero.

In un paese dove, fino ad allora, avevano convissuto diverse religioni e minoranze etniche, prende piede un sentimento nazionalistico che vede, sopratutto negli armeni insediati in Anatolia, ma anche nei Greci del Ponto e nei siriaci cristiani, il nemico principale del processo di “turchificazione”. Ancor più, con lo scoppio della guerra, gli armeni vengono considerati, collettivamente, dei “traditori”. E’ questa la convinzione che induce il leader dei Giovani Turchi, Talaat Pasha, a organizzare il genocidio, quello che viene chiamata la:

Soluzione definitiva della questione armena

Talaat Pasha nel 1915

Tra il 1915 e il 1923 circa 1,5 milioni di armeni vengono sterminati, su una popolazione di circa 2 milioni.

Decine di armeni a Malatya, in Anatolia, prima di essere portati nel deserto a morire.

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Il 24 aprile del 1915 le autorità ottomane arrestano e giustiziano circa 250 armeni residenti a Costantinopoli; nel giro di un mese nella capitale avvengono circa un migliaio di esecuzioni, che di fatto azzerano l’élite intellettuale del popolo armeno: le vittime sono giornalisti, scrittori, poeti e anche rappresentanti politici al parlamento.

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I “Giovani Turchi” hanno così compiuto grandi passi avanti verso la creazione di uno stato omogeneo dal punto di vista religioso ed etnico. Gli armeni, cristiani e non, dovevano quindi essere deportati in massa. In realtà, la maggioranza di essi non viene affatto deportata, ma condotta nel deserto, a morire di fame, malattie e sfinimento. Molti altri sono uccisi nei loro villaggi, con il gas o bruciati o annegati.

Le “marce della morte” attraverso la Turchia

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Una mamma si inginocchia vicino al suo bambino, morto poco prima di arrivare ad Aleppo, in Siria.

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Ad occuparsi di questo lavoro sporco c’è la “Organizzazione speciale”, costituita dal governo dei Giovani Turchi forse nel 1913. Ma è nel 1914 che questa “organizzazione speciale”, che sarebbe più corretto chiamare “criminale”, si trasforma in una macchina di morte: Talaat Pasha ordina la liberazione dei criminali più violenti detenuti nelle carceri turche (assassini, stupratori e simili), purché acconsentano a militare nell’Organizzazione speciale, impegnandosi in particolare nella persecuzione degli Armeni. Bahaeddin Şakir, uno dei fondatori del CUP, di professione medico, è alla guida dell’Organizzazione speciale. Bastano le sue parole, scritte in una lettera del 3 marzo 1915, a smentire le pretese di innocenza di tutti i governi turchi passati e presenti:

“Il Comitato, che non può dimenticare la storia amara e infelice [del paese] e il cui calice trabocca dall’inesorabile desiderio di vendetta, ha deciso di annientare tutti gli armeni che vivono in Turchia, per non permettere che ne rimanga uno solo, e ha avuto ampia autorità dal governo in questo senso. Sulla questione di come verranno eseguiti questi omicidi e questi massacri, il governo [centrale] darà le necessarie istruzioni ai governatori provinciali e ai comandanti dell’esercito. Tutti i rappresentanti regionali unionisti si preoccuperebbero di dare seguito alla questione in tutti i luoghi in cui sono stati trovati, e farebbero in modo che nessun armeno riceva protezione o assistenza.”

Non è di secondaria importanza, in questo drammatico contesto, il supporto fornito ai turchi – impegnati nello sterminio grazie alle marce della morte – da ufficiali dell’esercito tedesco, tanto che è proprio il colonnello Friedrich Bronsart von Schellendorf, in missione nell’impero ottomano, ad essere considerato “l’iniziatore del regime delle deportazioni armene”. Ogni commento a questo proposito è superfluo.

Alla fine,nessuno paga per questo genocidio: 144 ufficiali turchi vengono processati a Malta dall’Alta Commissione Britannica, ma sono tutti prosciolti, in mancanza di prove della volontà di sterminio.

Quello degli Armeni è considerato il primo genocidio della storia moderna, anche se, a livello di politica internazionale, la questione è molto spinosa: ad oggi solo 31 stati sovrani riconoscono il genocidio. Fra questi non figurano, per esempio, né il Regno Unito né la Spagna, ma risulta l’Italia, che il 17 novembre del 2000 ha riconosciuto le deportazioni e invitato la Turchia a fare i conti con la propria storia.

In verde le Legislature nazionali che hanno approvato risoluzioni che riconoscono il genocidio armeno; in rosso Stati che negano che ci sia stato un genocidio armeno. Immagine di Buidhe via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Fino ad oggi, tutti i governi turchi che si sono avvicendati non hanno mai voluto ammettere l’olocausto degli armeni, minimizzando quanto accaduto. Fino a quando la Turchia non si assumerà la responsabilità storica del genocidio molti paesi eviteranno di riconoscerlo ufficialmente, per non danneggiare le reciproche relazioni diplomatiche.

Una madre con i corpi dei suoi cinque figli

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Una fotografia delle marce di morte:

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Bambini rifugiati armeni e greci vedono il mare per la prima volta, nei pressi di Maratona (Grecia), dopo la loro partenza dalla Turchia. 1915/1916 circa.

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Fotografie di pubblico dominio.


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