“Quanto è abbondante, quello che hai fatto,

Sebbene siano nascosti alla vista,

Unico dio, senza un altro accanto a te;

Hai creato la terra come volevi,

Quando eri da solo

L’umanità, tutto il bestiame e le vacche,

Tutti gli esseri sulla terra, che se ne vanno in piedi,

E tutti gli esseri nell’aria che volano con le loro ali.”

Questo testo potrebbe sembrare un passaggio dell’Antico Testamento, ma in realtà è una citazione dall’Inno di Aton, composto dal faraone Amenhotep IV, meglio conosciuto come Akhenaton. Questo cosiddetto re eretico fu l’unico faraone della storia egizia a dare vita a una dottrina religiosa monoteista (più precisamente pseudo-monoteista, vista la presenza di altri dei, che però non dovevano essere adorati), quando la maggior parte dei popoli del mondo antico erano politeisti.

Busto colossale di Akhenaton, con tracce dei colori originari, proveniente dal Grande tempio di Aton ad Amarna – Museo Egizio del Cairo

La religione in Egitto prima del dio sole Aton

La religione sembrava dominare ogni aspetto dell’antica cultura egizia. Prima dell’avvento  delle dinastie dei  faraoni, in Egitto venivano adorate molte e diverse divinità. Fu solo nel primo periodo dinastico, sotto il re Narmer, che il paese fu unificato. Anche i culti religiosi furono in qualche modo uniformati, ma senza una distinzione ufficiale fra dei più o meno importanti. Al contrario, i culti delle varie divinità erano diffusi in tutto il regno e tutte loro facevano parte del pantheon egizio. Ciò ha creato una certa confusione e alcune sovrapposizioni fra dei simili.

Questa codificazione della religione portò un cambiamento sostanziale nel concetto di regalità. La nascita della figura del Faraone emerse in un contesto nel quale il re non era più solo un sovrano, ma una rappresentazione della divinità – una divinità egli stesso. Il nuovo dio-re governava insieme a Ra, o Amon-Ra.

Insieme a questo dogma incontrastato del dio-re arrivò un altro cambiamento importante: il ruolo dei sacerdoti divenne molto più forte e dominante, erano i custodi della tradizione e giocavano un ruolo fondamentale nel placare gli dei e le dee attraverso rituali e sacrifici. Durante la XVIII dinastia fu edificato un tempio in onore di Amon-Ra (divinità nata dalla fusione del dio-sole Ra e del potentissimo dio Amon), e Tebe divenne la città che rappresentava l’Egitto unificato, dopo una breve dominazione da parte degli Hyksos.

La nuova religione

Quando Amenhotep IV salì al trono, l’Egitto aveva una civiltà già splendente, fondata su tradizioni consolidate. I rituali e i precetti religiosi, conservati e garantiti nella loro sacralità dai sacerdoti, erano stati scolpiti nella pietra per molte generazioni. I faraoni assumevano l’autorità e il rango di divinità, ma lasciavano che i sacerdoti facessero tutto il lavoro, mentre loro si godevano i vantaggi collegati al loro status.

Questa situazione non andava bene però ad Amenhotep IV. A differenza dei suoi predecessori, e poi anche dei suoi successori, il futuro faraone eretico non apprezzava quella tradizione ed era particolarmente disgustato dall’eccessivo potere della classe sacerdotale. Amenhotep IV era forse stanco di una società ormai troppo decadente, o forse non tollerava l’eccessivo controllo esercitato dai sacerdoti sui Faraoni. Qualunque cosa fosse a disturbare il sovrano, una cosa è certa: dopo cinque anni di regno decise di stravolgere le pratiche religiose e, grazie alla sua autorità divina, nessuno riuscì a fermarlo.

Testa di Akhenaton, dello scultore Thutmose – Museo egizio del Cairo

Immagine di HoremWeb via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Una delle prime cose che fece fu quella di abbandonare il nome Amen-, associato al dio Amon che non voleva più onorare, per prendere quello di Akhenaton: Aton era il dio del disco solare, da lui riconosciuto come unico dio. Trasferì quindi la capitale da Tebe ad Amarna. Molto probabilmente questa mossa rappresentò una rottura con il vecchio modo di governare, una dimostrazione della sua libertà rispetto all’autorità dei sacerdoti. Quindi mandò in giro per il paese dei suoi emissari che bandirono l’adorazione di altre divinità. Per assicurarsi che le persone seguissero i suoi ordini, chiuse il Tempio di Amon e deturpò tutte le immagini delle divinità nel tempio.

Teste di Akhenaton, a sinistra, e della grande sposa reale Nefertiti – Neues Museum, Berlino

Immagine di Sailko via Wikipedia – licenza CC BY 3.0

L’Egitto dopo Akhenaton

Il fervore religioso di Akhenaton fu senza dubbio forte, i suoi seguaci sostenevano il suo desiderio di diffondere il nuovo culto. Alla morte del Faraone, Aton venne presto dimenticato e i successori tentarono di cancellare la figura di Akhenaton, che tra l’altro aveva rotto anche il tradizionale stile artistico egizio (poi rapidamente recuperato): le sue raffigurazioni, in contrasto con le idealizzate sembianze degli altri Faraoni, mostrano un aspetto più “naturale”, non privo di difetti: testa allungata e mandibola prominente, labbra molto carnose e occhi a mandorla, ventre gonfio e cascante unito ad arti esili. Un aspetto insolito (nell’iconografia egizia) che nel tempo ha fatto ipotizzare anche una qualche malattia del Faraone, mai confermata dalla ricerca scientifica.

Frammento d’una statuetta di Akhenaton nello stile realistico del suo regno – Jubilee Park Museum, Bruxelles

Immagine di Christine Van Heertum via Wikipedia – licenza CC BY.SA 4.0

Alla morte del Faraone eretico, dopo un breve periodo oscuro del quale si sa poco, il figlio Tutankhamon riportò la capitale a Tebe, mentre i sacerdoti ristabilirono l’ordine precedente. Il giovanissimo sovrano abbandonò gli insegnamenti di Akhenaton e riabbracciò la religione tradizionale, probabilmente anche a seguito di un’epidemia che aveva provocato la morte di gran parte della famiglia del padre (forse lo stesso Akhenaton, la moglie Nefertiti, alcune principesse e la regina madre Tiy):

Quale dimostrazione migliore dell’ira di Amon-Ra?

Blocco calcareo raffigurante Akhenaton e la sua famiglia intenti a venerare l’Aton. Museo Egizio del Cairo

Immagine di pubblico dominio

Akhenaton è dunque condannato alla damnatio memoriae: il Faraone eretico deve sparire dalla storia. Poi ci si mette di mezzo la ricerca archeologica: Il 7 gennaio 1907 l’archeologo Edward Ayrton scopre l’accesso a una piccola tomba nella Valle dei Re, poi denominata KV55. Ci vogliono due giorni per rimuovere le macerie che occupano tutta la scala e il corridoio, fino alla soglia della camera funeraria. Nemmeno lì, sacro luogo di riposo del defunto, regna molto ordine: ci sono i segni di danni dovuti a cause naturali, ma anche alla mano dell’uomo. In questo caso non si tratta di saccheggio (una pratica comune fin dall’antichità), ma di un deliberato danneggiamento, mirato a nascondere l’identità del morto. L’impresa è ben riuscita, perché per svelare il mistero intorno a quella mummia ci è voluto un secolo.

Il sarcofago regale sfregiato – Museo Egizio del Cairo

Immagine di Hans Ollermann via Wikipedia – licenza CC BY 2.0

Nella camera funeraria c’è un bel sarcofago con i resti di una malridotta mummia, una cappella funeraria smontata con i pezzi sparsi qua e là, due “mattoni magici”, vasi di pietra, vetro e ceramica, alcuni gioielli e una serie di vasi canopici posti in una nicchia a parete. Il problema è che i reperti forniscono indizi contrastanti tra loro.

I cartigli sul sarcofago, che riportano il nome del defunto, sono stati strappati via; i pannelli di legno dorato della cappella funeraria riportano il nome della regina Tiy, la madre del faraone eretico Akhenaton; alcuni sigilli portano il nome del faraone Amenhotep III, padre di Akhenaton; sui “mattoni magici” c’è invece il nome di Akhenaton, mentre nei canopi quello di una delle mogli del faraone eretico.

C’è poi la maschera dorata del volto, rimossa dal sarcofago, che rende bene la volontà di nascondere l’identità del defunto: solo un sopracciglio e la parte di un occhio testimoniano che, tremila anni fa, un uomo era stato prima onorato come si conveniva al suo rango, e poi oltraggiato.

Busto di Akhenaton, volutamente distrutto in sfregio al faraone – Neues Museum, Berlino

Immagine di Keith Schengili-Roberts via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Ayrton, che esamina la mummia in loco, ipotizza che appartenga alla Grande Sposa Reale Tiy, anche per quel braccio ripiegato sul petto, in una posa solitamente riservate alle regine. I primi studi condotti al Cairo svelano però che si tratta di un uomo giovane, tra i 20 e i 25 anni. L’egittologo francese Gaston Maspero suggerisce il nome di Akhenaton, che giustificherebbe quell’evidente volontà di cancellare l’identità del defunto. L’età però non combacia: il faraone eretico doveva avere tra i 30 e i 35 anni al momento della morte.

Allora si pensa al misterioso Smenkhara, evanescente figura che forse regna insieme ad Akhenaton o, per brevissimo tempo, subito dopo la sua morte. Certamente lui muore giovane e va ugualmente incontro alla damnatio memoriae.

Quella mummia che doveva rimanere, sconosciuta per sempre, potrebbe quindi essere proprio Akhenaton, figlio di Amenhotep III e Tiy, e padre (forse) di Tutankhamon.
L’identificazione (quasi) certa della mummia, asserita dal Dottor Zahi Hawass, non svela però tutti i misteri della tomba KV55.

Più volte aperta e richiusa, con l’apposizione dei sigilli della necropoli, la tomba potrebbe essere stata utilizzata come deposito per le mummie provenienti da Amarna, portate nella Valle dei Re, forse conservate nella tomba KV55 e poi spostate in altre.

Solo una rimane lì, in quella tomba piccola e disadorna, con poco o niente di quello che occorre per il viaggio nell’aldilà e nemmeno un volto per farsi riconoscere, né dagli dei né dagli uomini.

Il teschio della salma della tomba KV55

Immagine di pubblico dominio

Eppure quella mummia che doveva rimanere sepolta nelle sabbie del tempo, oltre che del deserto, oggi un volto ce l’ha, grazie al lavoro condotto dal Centro di Ricerca FAPAB (che ha sede in provincia di Siracusa) diretto dal Professor Francesco M. Galassi, medico e paleopatologo, che ha collaborato con l’egittologo Michael E. Habicht, con l’esperto di ricostruzioni facciali Cicero Moraes e con l’antropologa forense, nonché vicedirettrice del FAPAB, Elena Varotto. Nel comunicato stampa, i ricercatori affermano:

Questa ricostruzione facciale riporta in vita, in modo metaforico, una delle mummie più controverse e importanti nella storia del mondo, potenzialmente riconducibile ad Akhenaton stesso, sebbene si possa desiderare un’ulteriore conferma di questa identificazione.”
I ricercatori stimano l’età della persona cui apparteneva il teschio compresa fra i 19 e i 22 anni, quindi un nuovo tassello che infittisce ancora di più il mistero riguardo la morte del Faraone.

Ricostruzione facciale forense della mummia rinvenuta nella tomba KV55

Immagine per gentile concessione del FAPAB
Pur con tutti i dubbi del caso – quella mummia è proprio di Akhenaton, o non è piuttosto di qualche altro misterioso personaggio vittima di quei difficili anni di transizione? – quel volto ricostruito a oltre tremila anni dalla morte rappresenta una rivincita: la scienza che prevale sulla damnatio memoriae.
Immagine per gentile concessione del FAPAB
Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.