A Tokyo, nel distretto di Yumenoshima, c’è un bel parco (sorto peraltro su una ex discarica di rifiuti) dove è possibile passeggiare tra i ciliegi in fiore, oppure praticare alcuni sport, o ancora fare una grigliata con gli amici. In un angolo un po’ nascosto, un edificio dalle pareti spioventi ospita una vecchia nave da pesca, il Daigo Fukuryu Maru o “Drago Fortunato n° 5”.

Il Daigo Fukuryu Maru nel suo Museo

Fonte immagine: Carpkazu via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

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Il nome augurale però non è servito a preservare il peschereccio e il suo equipaggio da un incidente così grave da diventare simbolico, talmente inquietante nell’immaginario collettivo del Giappone postbellico, da far nascere quella terrificante creatura chiamata Godzilla, il “mostro misterioso” ormai entrato nella storia del cinema con gli oltre trenta film a lui dedicati.

L’aspetto finale di Godzilla – 1954

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Ma cosa lega il Daigo Fukuryu Maru al Re dei Mostri?

E’ il 22 gennaio del 1954 quando il Drago Fortunato, un’imbarcazione di legno lunga meno di 30 metri, parte a pesca di tonni, navigando verso l’oceano aperto. Il peschereccio, che può raggiungere appena i 5 nodi di velocità, ha 23 persone d’equipaggio e un inesperto comandante, l’appena ventiduenne Hisakichi Tsutsui. Quando perdono quasi tutte le reti tra i coralli dell’atollo di Midway, i pescatori decidono di fare rotta verso le acque pescose intorno alle Isole Marshall.

Il “Drago Fortunato” nei primi anni ’50

Fonte immagine: Flickr/ Kelly Michals – licenza CC BY NC 2.0

I marinai sanno che devono stare alla larga dall’atollo di Enewetak, perché diciotto mesi prima il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha notificato al Dipartimento di sicurezza marittima del Giappone la pianificazione di test nucleari, chiamati col nome in codice Castle Bravo. Non sanno però che, da cinque mesi, la zona di pericolo è stata estesa verso est, andando a comprendere le acque intorno all’atollo di Bikini.

Il percorso della ricaduta nucleare

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E proprio lì che marinai del Drago Fortunato stanno pescando, quella mattina presto del 1° marzo 1954, quando vedono stagliarsi nel cielo un sole mortifero: una gigantesca palla di fuoco si leva dall’isola di Bikini. E’ il fungo atomico provocato dall’esplosione di una bomba all’idrogeno, mille volte più potente di quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki.

 
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L’esplosione di Castle Bravo

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Ci vogliono alcuni minuti perché la barca sia lievemente scossa dall’esplosione e un paio d’ore perché le particelle radioattive, miste a polvere di corallo, siano trasportate dal vento e coprano ogni cosa sul Drago Fortunato. Una pioggia bianca, simile a nevischio silenzioso, va a posarsi sui tonni pescati e sulle persone, sul ponte della nave.

Nessuno dei marinai immagina che quel bianco mantello che ricopre ogni cosa, e penetra inesorabile negli occhi, nella bocca, nel naso di ciascuno di loro rappresenta un pericolo mortale.

Uno di loro addirittura lecca la polvere bianca, per cercare di capire cosa sia

In seguito fu chiamata shi no hai, cenere della morte, ma quella mattina, nonostante il bruciore insopportabile agli occhi, i pescatori continuano il loro lavoro per recuperare le reti. Solo verso sera gli uomini dell’equipaggio cominciano ad avvertire i sintomi della sindrome da radiazione acuta: ustioni della pelle, nausea, vomito, gengive sanguinanti, che peggiorano nel corso delle due settimane impiegate per rientrare a casa, a Yaizu.

17 marzo 1954 – Il Drago Fortunato prima di essere isolato

Fonte immagine: Flickr/ Kelly Michals – licenza CC BY NC 2.0

I marinai finiscono tutti in quarantena in ospedale, ed è subito chiaro che sono stati esposti a una ricaduta di materiale nucleare. Uno di loro muore, sei mesi dopo, per le conseguenze di un’epatite, contratta a seguito delle trasfusioni di sangue. La nave viene sequestrata, ma nel frattempo i tonni pescati sono messi in commercio.

Misurazione dei livelli di radiazione nei tonni messi in commercio

Fonte immagine: Flickr/ Kelly Michals – licenza CC BY NC 2.0

Intanto, il governo americano nega il fallout sul Drago Fortunato, e rifiuta di rivelare la composizione della ricaduta radioattiva, richiesta dai medici giapponesi, per timore di dare preziose informazioni all’Unione Sovietica.

In seguito sono costretti ad ammettere che durante il test Castle Bravo molte cose sono andate storte: l’esplosione è stata tre volte più potente di quella prevista, per errori di calcolo in fase di progettazione; il fallout radioattivo si è esteso ben oltre la zona di pericolo, sia per i venti sfavorevoli – peraltro rilevati dai meteorologi statunitensi che si trovano sulle Isole Marshall, investite dalle ricadute radioattive – sia perché la bomba viene fatta esplodere vicino al suolo. Senza contare la ricaduta economica negativa sul mercato ittico: i timori delle radiazioni inducono i giapponesi a non consumare tonno, e gli Stati Uniti impongono rigide restrizioni sull’importazione di questo pesce dal Giappone.

Distruzione di tonni contaminati

Fonte immagine: Flickr/ Kelly Michals – licenza CC BY NC 2.0

Le drammatiche conseguenze di Castle Bravo, a nemmeno un decennio dalla devastazione di Hiroshima e Nagasaki, fanno nascere in Giappone un forte movimento contro i test nucleari, alimentato anche dalla consapevolezza degli effetti a lungo termine prodotti dalle bombe atomiche.

Una paura per certi versi viscerale, che prende la forma di un mostro venuto dal profondo del mare:

Gojira, o Godzilla

Il regista Jun Fukuda lo immagina come una “personificazione della violenza e dell’odio per l’umanità, perché creato dall’energia atomica”. E’ una gigantesca creatura marina preistorica, che si risveglia e si carica di potenza grazie alle radiazioni nucleari, una metafora del pericolo rappresentato dalle armi atomiche.

Locandina del Film Godzilla – 1954

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Il 3 novembre 1954, pochi mesi dopo l’incidente del Drago Fortunato, esce in Giappone il film Godzilla (Gojira), per la regia di Ishirö Honda.

Una sorta di gigantesco dinosauro (con caratteristiche prese dal tirannosauro, dall’iguanodonte e dallo stegosauro) viene disturbato nel profondo del suo nascondiglio sottomarino dai test della bomba all’idrogeno. Porta morte e distruzione con il suo respiro atomico, e nessuna arma pare in grado di fermarlo.

Alla fine solo un “distruttore di ossigeno” ha la meglio su Godzilla, che muore insieme allo scienziato che ha progettato l’arma. Lo studioso, per evitare la creazione di una nuova e potentissima superarma, porta con sé il segreto del terribile dispositivo che disintegra gli atomi di ossigeno, provocando la morte per asfissia. Ma il mondo non è comunque al sicuro: se ci saranno nuovi test sulle armi nucleari, un altro Godzilla può sempre riemergere dal profondo del mare…

Sotto, un breve documentario mostra alcune immagini dell’incidente e i marinai giapponesi:

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.