Ci si chiede oggi più che mai: “Quanto è importante il contatto sociale?”

Tutti noi abbiamo con fatica ormai accettato le manovre di natura non farmacologica, imposte a livello nazionale nel 2020, finalizzate a ridurre il propagarsi del Coronavirus, la malattia identificata alla fine del 2019, da un focolaio originato nella città di Wuhan, nella provincia dell’Hubei in Cina, estesa a livello mondiale e trasmissibile attraverso il contatto con persone infette, sintomatiche o meno. Le motivazioni di queste disposizioni riguardano l’incapacità riscontrata, ahimè, dopo l’iniziale approccio superficiale, di gestire lo sviluppo della malattia, per la sua peculiare trasmissione attraverso le vie aeree (dove il virus pare sopravvivere a lungo), ma soprattutto perché ad esserne più colpite sono quelle categorie di persone considerate “più a rischio” di contagio, non solo per pregresse patologie, ma per l’anzianità anagrafica.

In Italia, infatti, si registra una percentuale di popolazione di età superiore ai 65 anni, e soprattutto superiore ai 75, circa 14 milioni di anziani, decisamente un numero elevato rispetto alla popolazione complessiva, ed eccessivo se ci paragoniamo poi al resto d’Europa. Proprio questa fascia di popolazione è più esposta e suscettibile ai virus stagionali, ed il sistema sanitario , inizialmente impreparato ad affrontare nell’immediatezza il pericolo letale della pandemia del Covid-19, ha spinto il governo ad attuare delle misure igieniche di comportamento in ambito sociale, per tutelare tali categorie e ridurre la contaminazione.

E’ stato così imposto il Distanziamento sociale, ma accettarlo per l’uomo moderno, che ha dovuto modificare le proprie consuetudini in poco tempo, non è stato facile, soprattutto per gli svantaggi che questa disposizione ha significato per la società dal punto di vista psicologico, economico e formativo.

Per questo l’O.M.S. preferisce sostenere il concetto e la definizione di “Distanziamento Fisico”, piuttosto che “Sociale”, non imponibile proprio per salvaguardare la salute psicofisica della collettività. Durante la pandemia del Covid-19, acronimo della definizione inglese CO (Corona), VI (Virus), D (Disease = malattia) e 19 (anno d’identificazione), sono state promosse tutte quelle forme di comunione sociale che la comunicazione digitale può garantire, sostenendo così attività lavorative possibili anche in remoto, la formazione scolastica ed universitaria ed il sostegno alla persona. Proprio in questi mesi tutti noi abbiamo compreso quanto sia importante mantenere e rafforzare i legami sociali, anche se distanziati fisicamente, non solo per ragioni affettive, ma soprattutto per gestire e limitare i problemi legati al senso di solitudine, al disturbo ansiogeno, allo stress e alla depressione che molti tra l’altro soffrivano già prima del propagarsi della malattia, e che tutti ci troveremo a patire venendo meno quelle sostanze chimiche (es. la endorfine) che le relazioni sociali forniscono al nostro organismo.

La storia dell’influenza, dall’insorgenza, con la sua patogenesi (ovvero l’evolversi della malattia, tenendo conto della modalità di contagio e della sintomatologia). alle cure e soprattutto alla statistica di letalità, si ha più in dettaglio in seguito allo sviluppo delle città e dei commerci, in un arco di tempo che abbraccia i secoli XIV, XV e XVI. La documentazione accumulata durante questo periodo non esclude l’esistenza di episodi influenzali antecedenti e registra i tanti casi di letalità. In passato i medici, purtroppo non tennero nota neanche dei casi infetti guariti, perché l’influenza era ritenuta innocua per l’uomo, sebbene come altri mammiferi egli rappresentasse un terreno di coltura idoneo all’ insediarsi dei virus, per vari fattori(tra cui la temperatura corporea), e si notasse l’elevata contagiosità. A tal proposito occorre citare Giovanni Villani, mercante divenuto noto per la sua opera di storico e cronista a partire dal 1322.

Sono diversi i nomi illustri che diedero conoscenza del decorso degli episodi influenzali con le diverse denominazioni: Catarro epidemico, di cui diede una personale descrizione nel 1557 Gabriele Falloppio, anatomista modenese, conosciuto nella letteratura medica per le sue scoperte e i contributi in osteologia, miologia e ginecologia. La Febbre catarrale (insorta in Francia nel 1580 circa, definita poi Male del catarro, diffusa in Italia, Europa, Asia e Africa) per cui ci avvaliamo dell’opera di Alfonso Corradi, noto patologo e docente universitario che s’impegnò per pubblicare varie ricerche dense di fonti storiche. La malattia di Grippe (o Grip, termine tedesco, o ancora Grypka, termine polacco, nelle sue accezioni specifiche per area geografica, con varie ondate per tutto il XVIII sec) nota grazie a nomi come Robert James Graves, anatomista irlandese, che elencò in modo dettagliato le fasi epidemiche, convinto della necessità di superare alcuni protocolli medici ancorati a certe concezioni del passato; e come Giacomo Berzellotti, medico legale e docente accademico, che dal 1832 s’interessò di malattie infettive e della loro prevenzione.

Abbiamo dettagli della successiva ondata definita come la Malattia Russa, scoppiata per una forte variazione climatica rilevata nell’arco di una notte in cui la temperatura scese bruscamente (da 35° sotto zero a 5° sotto) , e diffusa dal 1889 al 1895, dall’est europeo a tutto il continente. Nel XIX sec. si ha nota della diffusione del Cholera morbus asiaticus (parallelamente ad altre recidive forme epidemiche, come il tifo e il vaiolo) documentata da Domenico Meli per conto di papa Gregorio 16°. Nota per la sua valenza infettiva, per l’alto tasso di diffusione e di letalità, ma anche purché proprio la devastazione del Colera scatenò l’interesse medico verso l’individuazione delle cause dei fenomeni influenzali, e il progresso scientifico si mosse d’allora verso una più chiara indagine clinica ed epidemiologica. E infine come non citare La Spagnola, epidemia che causò milioni di morti in tutto il mondo agli inizi del XX sec, periodo in cui non erano stati ancora scoperti gli antibiotici.

Dagli studi ottenuti si ha nota che i virus documentati si localizzavano in più punti (apparato respiratorio, intestinale, muscolo-scheletrico…) e con diversi gradi di resistenza a livello organico e tessutale; inoltre il poliformismo era fortemente determinato dall’area territoriale d’insorgenza, e nelle recidive ondate mostrava segni evolutivi. Era comunque difficile che il ricercatore riuscisse a segnare quando esattamente il virus si manifestava, la natura d’importazione e il numero esatto d’infetti, ma fu noto agli esperti medici che la mortalità fosse maggiore negli anziani, in soggetti con precedenti malanni, e in chi sottovalutava la convalescenza andando incontro a complicanze attribuite per esempio ad una sovrainfezione delle vie respiratorie, come la polmonite o la pleurite. Concludendo si evince osservando le dinamiche sociali e meteorologiche, che in passato il fenomeno virale si propagava in modo repentino nei luoghi in cui si concentravano più persone( istituti, caserme, scuole, ..) ad eccezione del carcere, dove negati i contatti con l’esterno, la propagazione non era possibile.

Le ricorrenze delle epidemie virali pongono l’uomo moderno, quindi, di fronte ad una riflessione sulle conseguenze delle necessità adottate in ambito sociale per il benessere collettivo, considerando quindi il distanziamento in chiave filosofica.

A tal proposito il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, nella raccolta di scritti intitolata “Parerga e Paralipomena” del 1851 (ovvero aggiunte letterarie di argomentazioni tralasciate) pubblicata dopo la famosa opera “Il Mondo come Volontà e Rappresentazione” (che lo definì con successo tra i maggiori rappresentanti del pensiero Romantico- Pessimista) esprime attraverso un paradosso la sua considerazione sul “Distanziamento”, inteso in termini di prevenzione, che esattamente nell’ultimo capitolo del tomo secondo della raccolta prende il nome del “Dilemma del Porcospino”.

Arthur Schopenhauer nel 1852:

Die Aufnahme wurde vermutlich am 3. Sept. 1852 gemacht. Die Daguerreotypie hat eine Größe von 9,5 x 7,3 cm.
Durck auch in: Silber und Salz, S. 61.

Il porcospino, o istrice crespata, è un roditore con la caratteristica parte del dorso ricoperta di aculei appuntiti, quindi per sua natura il contatto ravvicinato rischierebbe di causare danni fisici. Allo scopo di farsi calore a vicenda, Schopenhauer descrive il ripetuto tentativo di due porcospini di stringersi l’un l’altro, ma ogni volta che la loro fredda separazione veniva meno gli aculei ferivano entrambi, ed i porcospini furono costretti ad allontanarsi più volte fino a trovare una giusta distanza che assicurasse loro di non ferirsi reciprocamente. La tematica di questo racconto allegorico si ricollega al concetto di virtù etica aristotelica, Schopenhauer la rielabora per descrivere la necessità della volontà e della ragione, di cui l’uomo è dotato rispetto ad altre creature animali, di ricercare il giusto equilibrio fra due situazioni estreme. Così quello che Aristotele definiva come “medietà”(mediĕtas), il giusto mezzo disposto tra due eccessi del temperamento umano, per il filosofo tedesco Schopenhauer è profondamente riferito alle dinamiche relazionali, come giusta distanza.

Questa parabola ha in sé un’interpretazione che letta oggi, a distanza di 170 anni sembra molto attuale, gli aculei rappresenterebbero infatti la disposizione a causare un malanno all’altro, e al pari dell’animale descritto, l’uomo, soprattutto oggi, è mosso dal soddisfare il bisogno di contatto fisico con i suoi simili. Rischiando però di predisporre a ripetuti contagi, se infetto dal virus del Covid-19 (anche in condizione clinica silente) e malgrado i disagi psicologici, l’uomo è costretto a sostenere l’importanza di un giusto distanziamento.

Esprimiamo tutti noi in modo diverso il disagio di quest’ultima pandemia a livello sociale, provati dai problemi che sono conseguiti in questi mesi di forzato isolamento, ed è comunque umanamente plausibile.

Ci rassicurano oggi i numerosi risultati dell’evoluzione scientifica al servizio della medicina, che ci permetteranno di superare il pensiero pessimistico del XIX e XX sec., di eliminare definitivamente ciò che gli “aculei” del roditore rappresentano nella parabola, e un giorno di riabbracciarci di nuovo senza paura.

Stefany Savoca
Stefany Savoca

Stefania si è laureata in filosofia, dedicandosi all'insegnamento pur mantenendo tanti hobby artistici nel cassetto. Sogna pareti addobbate dai libri, ama il cinema in ogni su aspetto, e ogni cosa che fa ha quasi sempre la musica come sottofondo.