Il 26 aprile del 1986 una serie di esplosioni distrusse il reattore n. 4 di Chernobyl, e diverse centinaia di operai, pompieri e uomini dell’esercito affrontarono un incendio che bruciò per 10 giorni e diffuse radiazioni tossiche in tutto il mondo.

Abbiamo parlato in diversi articoli di quanto il disastro abbia impegnato i lavoratori dell’epoca, ad esempio con il nostro reportage dalla sala di controllo #4 o documentando l’attuale stato dell’area di alienazione della zona, ma di meno noti fra coloro i quali rischiarono la vita vi furono anche i numerosi fotografi che immortalarono attimi che rimarranno unici nella storia dell’uomo.

In seguito all’incidente furono utilizzati diversi elicotteri per versare sabbia e boro sui detriti del reattore. La sabbia aveva lo scopo di fermare l’incendio ed evitare ulteriori fuoriuscite di materiale radioattivo, mentre il boro serviva a prevenire ulteriori reazioni nucleari. Entro pochissime settimane fu coperto il tutto con il famoso “sarcofago” in calcestruzzo, che limitò al massimo l’emissione di radiazioni e la dispersione di altro materiale radioattivo. Al suo interno si trova il reattore e il famoso “Piede d’Elefante”, l’oggetto più pericoloso al mondo che uccide in 300 secondi

Dopo l’incidente il governo sovietico ordinò l’abbattimento di circa 2 chilometri quadrati di pineta accanto alla centrale per ridurre le possibilità di contaminazione. L’area attorno alla centrale venne resa off-limits per 30 chilometri, oggi chiamata zona di alienazione.

Di seguito le fotografie che documentarono il periodo immediatamente seguente l’esplosione.

Dopo le operazioni di pulizia del tetto del reattore N°3 le autorità sovietiche ordinarono di posizionare una bandiera rossa in cima al camino che domina il reattore. La scala a chiocciola era alta 78 metri, e i portatori della bandiera furono inviati nonostante gli enormi pericoli di contaminazione delle radiazioni, dopo che un gruppo di operai aveva fallito due tentativi con l’elicottero. L’esperto di radiazioni Alexander Yourtchenko trasportava l’asta, seguito da Valéri Starodoumov con la bandiera e dal tenente colonnello Alexander Sotnikov con la radio. L’intera operazione era programmata per durare solo 9 minuti, dati gli alti livelli di radiazione.

Alla fine, il trio è stato premiato con una bottiglia di Pepsi (un lusso nel 1986) e un giorno libero

La maggior parte dei liquidatori erano riservisti di età compresa tra i 35 e i 40 anni, chiamati per assistere le operazioni di pulizia. L’esercito non disponeva di uniformi adeguate per il lavoro in condizioni radioattive, quindi coloro che venivano destinati allo svolgimento di lavori sul tetto e in altre zone altamente tossiche erano obbligati ad adattare i propri indumenti e indossare degli schermi fatti con fogli di piombo che misuravano dai due ai quattro millimetri di spessore. I fogli venivano tagliati a misura per realizzare grembiuli da indossare sotto l’abbigliamento da lavoro in cotone, ed erano progettati per coprire il corpo davanti e dietro, in particolare per proteggere la colonna vertebrale e il midollo osseo:

Sotto, alcuni liquidatori puliscono il tetto del reattore n. 3. Inizialmente i tecnici tentarono di rimuovere i detriti radioattivi usando robot della Germania occidentale, giapponesi e russi, ma le macchine non riuscivano a far fronte ai livelli estremi di radiazioni, quindi le autorità decisero di impiegare gli esseri umani. In alcune aree i liquidatori non potevano rimanere esposti per più di 40 secondi prima che la radiazione ricevuta raggiungesse la dose massima che un essere umano avrebbe dovuto ricevere in tutta la sua vita:

Nella clinica n°6 di Mosca, specializzata nella radioterapia, un paziente si riprende dopo un’operazione al midollo osseo. Un medico esamina il paziente in una stanza sterile. L’esame viene effettuato in una camera individuale, climatizzata, attraverso aperture appositamente create per evitare il contatto diretto con il paziente e la contaminazione:

Un liquidatore, equipaggiato con una schermatura di piombo fatta a mano sulla sua testa, lavora per pulire il tetto del reattore n. 3:

 

 

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...