9 gennaio 1693, ore 21 circa: a Catania, così come nei tanti paesi che costellano la Sicilia Orientale (Val di Noto e Val Demone) le persone sono chiuse nelle loro case e molti già dormono, quando la terra inizia a tremare. Non è una novità da quelle parti, dove terremoti ed eruzioni vulcaniche del vicino Etna sono catastrofi che, come divinità malevole, ricorrentemente distruggono case, paesi e pretendono un tributo di vite umane. Tutto sommato il sisma, seppur forte (VIII grado della Scala Mercalli) provoca sì dei danni gravi, con crolli di case private ed edifici pubblici, ma se non altro le vittime sono poche: muoiono 16 persone a Catania.

Mappa dell’area colpita dal terremoto del 1693

Immagine di Beric Dondarrion via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Il giorno successivo, sabato, sembra essere tornata la calma, la terra non trema più e l’Etna appare tranquillo. La domenica 11 gennaio, invece, si scatena l’apocalisse: una prima scossa, intorno alle 9, riporta la paura in tutta la Sicilia Orientale, una seconda, circa un’ora dopo, probabilmente scatena il panico, ma alle 13.30 la terza, dell’XI grado della Scala Mercalli, provoca morte e distruzione come mai si erano registrati fino ad allora. In realtà si tratta del terremoto di più alta intensità mai registrato in Italia e tra i più devastanti tra quelli storicamente accertati in tutto il mondo. Come non bastasse, uno tsunami si abbatte sulle coste ioniche della Sicilia, con onde che, ad Augusta, raggiungono i 15 metri di altezza.

Stampa tedesca del 1696 che illustra i danni del terremoto

Immagine di pubblico dominio

Pur se avvertito in tutta la Sicilia, in Calabria e fino in Tunisia, il terremoto devasta principalmente le province di Catania, Siracusa e Ragusa: interi paesi sono rasi al suolo, mentre il numero delle vittime rende la catastrofe una vera apocalisse: a Catania muoiono 16.000 dei suoi 20.000 abitanti, a Ragusa 5.000 su nemmeno 10.000 residenti, mentre complessivamente i morti sono all’incirca 60.000.

Piazza del Duomo a Ortigia – Siracusa

Il Val di Noto praticamente non esiste più: paesi come Modica, Scicli, Noto, e molti altri sono completamente distrutti. Secondo il resoconto dei Senatori di Siracusa sono “rovinati e demoliti in tutto: 2 vescovadi, 700 chiese, 22 collegiate, 250 monasteri, 49 città e morte 93.000 persone”.

Duomo di Siracusa

Eppure oggi, chi passeggia in tutti i paesi del Val di Noto, anche nei più sperduti tra i Monti Iblei, raggiungibili solo arrampicandosi su strette strade tortuose e assolate (dove ancora si incrociano greggi di pecore) non può che rimanere incantato dalla magnificenza dell’architettura religiosa e dei palazzi nobiliari, tutti espressione del tardo-barocco siciliano.

Modica – Duomo di San Pietro

Perché quella catastrofe che, oltre al costo in termini di vite umane, ha ripercussioni pesantissime in campo economico e sociale, in una situazione già di crisi nella Sicilia governata dagli Spagnoli, si trasforma nel giro di qualche tempo in un’occasione di rinascita: la ricostruzione di paesi e città rilancia l’economia nell’immediato, e lascia in eredità un patrimonio di cultura e bellezza unico al mondo.

Modica – Chiesa Madre di San Giorgio

Ovunque sorgono chiese dall’architettura esuberante e palazzi nobiliari altrettanto sontuosi, perché tutto il potere economico è nelle mani del clero e dell’aristocrazia (non esiste una classe media o borghese), in un sistema sociale ancora di tipo feudale.

Scicli

In particolare i nobili siciliani, che pur soggetti alla corona spagnola detengono un grande potere, fanno a gara per costruire dimore di città e di campagna sempre più lussuose.

Ragusa – Palazzo Arezzo di Donnafugata, con i caratteristico balconcino della “gelosia”

Ragusa – Circolo di Conversazione

Il clero – ricchissimo per le generose donazioni dei membri dell’aristocrazia, che pagano una cospicua dote a monasteri e conventi quando, come da consuetudine, i figli cadetti e le figlie femmine vengono avviati alla vita religiosa – aveva tutte le possibilità di costruire nuove chiese e monasteri senza badare a spese.

Ragusa – Il Portale di San Giorgio, dell’antica chiesa di San Giorgio, distrutta dal terremoto

Giuseppe Lanza, Duca di Camastra, viceré in Sicilia, organizza l’opera di ricostruzione che, tenendo conto dei danni provocati dal terremoto abbandona l’impianto architettonico medioevale, privilegiando una struttura urbanistica razionale, senza stretti e tortuosi vicoli che avrebbero reso impossibile la fuga in caso di sisma (come avvenuto nel 1693).

Palazzolo Acreide

In alcuni casi (come a Noto) la nuova città viene costruita in un sito diverso dall’originale, mentre in altri – come a Ragusa, divisa fra la vecchia Ibla e la nuova Superiore – si arriva a un compromesso.

Palazzolo Acreide


Attraversare il Val di Noto, dalle conosciute Siracusa, Ragusa, Modica e Noto, fino alle meno note Scicli, Palazzolo Acreide, Ferla (solo per citare alcune città), significa ritrovarsi immersi nel cuore di una terra generosa, che con il barocco esprime “una manifestazione caratteristica di esuberanza siciliana” (Anthony Blunt).

Scicli

Cattedrale di Noto

Dietro a ogni curva si nasconde una sorpresa, come quando all’improvviso compare in lontananza Scicli, abbarbicato come un presepe su di una rupe, o come quando si rivela la maestosa Modica, dopo aver superato l’ostacolo visivo dei brutti condomini che circondano la città vecchia.

Chiaramonte Gulfi – Il Balcone di Sicilia

Chiaramonte Gulfi

Quasi straniante l’effetto che provoca Ferla, piccolo paese dove, su un’unica piazza, sorgono affiancate due imponenti chiese: nella luce accecante dell’estate siciliana, con le strade deserte, si ha quasi l’impressione di essere catapultati in un’altra epoca e solo qualche auto parcheggiata ricorda che invece siamo nel XXI secolo. Sta tutto qui il fascino della Sicilia: un’isola senza tempo, dai mille volti e dalle mille anime ma, in fondo, sempre uguale a se stessa.

Ferla

Dove non diversamente specificato, le immagini sono state realizzate da @Laura Rubboli.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.