È una notte di tormenta quella che avvolge la villa del conte Giovanni Pellegrini Malfatti a Desenzano (Brescia), affacciata sulle acque buie del lago di Garda. Una villa isolata, un lago, un gruppo di persone barricate all’interno a causa della tempesta: sembra lo scenario perfetto per uno scrittore di gialli, per ricordarne uno 10 piccoli indiani di Agatha Christie.

Quello che stiamo raccontando però è realtà, cronaca di vita vera

È il 29 marzo 1947. Il conte Giovanni Pellegrini Malfatti si trova nella sua villa sul lago di Garda insieme ad alcuni ospiti: la sorella Maria Paola, il marito di questa dottor Alfredo Faotto e tre cugini profughi fiumani, Giuseppe e Guido Padovani e Carmisca Dorich, moglie di quest’ultimo. Scoccano le 23 sul lussuoso orologio a pendolo, come naturalmente vien da immaginare nella villa di un conte, e gli ospiti della dimora si ritirano nella loro camere.

Trascorrono sole tre ore: sono da poco passate le 2 quando qualcuno bussa alla porta della contessa Maria Paola e del marito. È il conte Pellegrini Malfatti, fratello di Maria Paola. Chiede ad Alfredo Faotto di andare con lui alla zona giorno perché ha avvertito alcuni rumori. Maria Paola è ancora mezza addormentata, ma il marito la rassicura prima di uscire dalla stanza. Pochi istanti dopo conte e cognato sono nell’atrio. Si guardano attorno, non pare esserci nessuno. Si dividono: il conte va verso l’uscita di servizio, il dottore in direzione dell’ingresso principale.

Il padrone di casa fa appena in tempo a constatare che il temporale è peggiorato che due spari lo sorprendono nell’oscurità dell’ingresso posteriore della villa. Il dottor Faotto, suo cognato e socio in affari, ode i colpi e corre verso la parte opposta dell’abitazione. A terra, sulle scale che portano al giardino, si trova riverso il conte Pellegrini Malfatti.

Gli spari sono stati avvertiti da tutti gli altri ospiti che dal padiglione notte raggiungono immediatamente la zona giorno. Giuseppe Padovani, cugino del conte, prende un’antica alabarda appesa al muro e si fionda verso il cugino accasciato a terra, col volto ricoperto di sangue. Vicino a lui c’è già Alfredo Faotto.

Il medico afferma di aver visto due ombre fuggire per il giardino e subito dopo un’automobile sgommare oltre le mura della villa. Il conte è agonizzante e muore poco dopo senza aver mai ripreso coscienza. Sul luogo del delitto c’è un’alabarda leggermente piegata sulla punta e soprattutto due bossoli di pistola.

Il conte però non è stato raggiunto dai proiettili

Sul volto ha una profonda ferita tra fronte e naso, ma è causata da un corpo contundente che non si riesce a identificare: forse il calcio di una pistola o proprio una della alabarde d’epoca ritrovata nei pressi del corpo. L’arma però non presenta tracce ematiche e l’unico “difetto” è una piccola piegatura.

Per i carabinieri giunti alla villa tutti gli ospiti sono sospettati

Primo tra tutti il dottor Faotto, colui che è sceso giù insieme alla vittima e ultimo ad averla vista in vita.

Quale sarebbe il movente del medico?

Chi indaga parla di un’eredità: la signora Maria Paola, sorella della vittima e moglie del Faotto, era da tempo malata. Come unica ereditiera avrebbe ricevuto tutto soltanto in caso fosse morta dopo il fratello, anch’egli in condizioni di salute precaria. Di riflesso il capitale – ingente capitale, stimato intorno al mezzo miliardo di lire del 1947, anno in cui lo stipendio medio di un operaio è di 10.000 lire al mese – sarebbe scivolato direttamente tra le mani del dottor Faotto.

Il medico ha avuto in passato alcuni precedenti per furto, però ora non pare avere problemi di denaro, anzi, i suoi affari vanno a gonfie vele. Poi, coadiuvato dalla moglie, sostiene in sua difesa che già due settimane prima qualcuno era entrato nella villa nel cuore della notte, ma che era fuggito prima che lo si potesse acciuffare. Su Alfredo Faotto si indaga a trecentosessanta gradi e si scopre l’esistenza di un’amante, la cantante romena Irene Fratitza, che il dottore tiene buona durante le sue trasferte a Milano. Da questa relazione, conosciuta da Maria Paola, sarebbero di recente nate alcune discussioni tra i coniugi. Magari è vero, il Faotto non va molto d’accordo con la moglie, va bene, ma con il cognato i rapporti sono eccellenti, infatti conducono insieme un’azienda di import export a Milano.

Faotto aveva davvero bisogno di organizzare l’uccisione del nobile?

Si indaga sul passato della vittima: il conte Giovanni Pellegrini Malfatti durante il ventennio fascista era stato podestà di Desenzano per poi passare tra i partigiani durante il periodo di liberazione del paese. Almeno così pare, perché in molti iniziano a parlare di varie esternazioni di preoccupazione del nobile per possibili ritorsioni partigiane dato il suo passato fortemente fascista.

Passa quasi un mese dall’omicidio e un nuovo elemento scuote le indagini. In una siepe del giardino della villa sul lago viene ritrovata una pistola. È una calibro nove di marca tedesca. I periti confermano che i bossoli trovati sul luogo del delitto provengono dal revolver.

L’arma si scopre di proprietà del dottor Faotto

Si inizia quindi a sostenere la tesi che la ferita sul volto del conte sia stata provocata da un colpo a bruciapelo e che il proiettile sia finito contro il soffitto, ma sul viso della vittima non risulta nessuna traccia di bruciatura che sarebbe dovuta esserci per forza dopo un colpo del genere.

L’ipotesi di un depistaggio comincia a prendere forma quando arriva la conferma che la pistola del Faotto sia stata posizionata nella siepe pochi giorni prima del suo ritrovamento e non subito dopo il delitto del conte, durante quella notte di tormenta del 29 marzo, avvenuto settimane prima.

Si giunge alla primavera del 1949 con tutto questo carico di indizi e supposizioni: il processo contro Alfredo Faotto si apre alla Corte d’Assise di Brescia. Il pubblico ministero accusa il medico di aver ucciso Giovanni Pellegrini Malfatti per timore di perdere l’eredità del conte destinata alla consorte. Il movente di natura economica emerso fin dal principio. Il conte, insomma, doveva morire prima della contessa Maria Paola.

Senza nuovi elementi utili alla sua difesa, Alfredo Faotto viene giudicato colpevole e condannato all’ergastolo

Nel 1952 ci si sposta a Milano per il processo d’appello. Gli avvocati di Faotto tentano di salvare il loro assistito dalla pena a vita con una testimonianza inedita, quella di Angelo Pisano, un detenuto rinchiuso nel carcere di Cagliari. Il Pisano avrebbe avuto come compagno di galera un certo Battista De Profeti, contadino di Brescia, che gli avrebbe confidato di essere stato lui a uccidere il signor Pellegrini Malfatti.

Il De Profeti avrebbe vuotato il sacco con il Pisano svelandogli le ragioni economiche della rapina finita in tragedia e di essere andato alla villa sul lago con due complici con cui poi era fuggito in automobile.

Rintracciato, Battista De Profeti, però, nega tutto ciò che sostiene Angelo Pisano dicendo di aver soltanto parlato del caso con il compagno di cella.

La difesa sostiene allora un’altra pista che era emersa senza troppa forza già all’inizio del primo processo. Il questore di Parma Francesco Spanò, nel 1949, aveva ricevuto una lettera anonima nella quale veniva collegato l’omicidio del conte di Desenzano con la morte di un tassista di Parma. Nella lettera si sottende, neppure troppo velatamente, a un tassista costretto a condurre l’autore della lettera e il suo destinatario a Desenzano. Il mittente continua dicendo che il tassista lo avrebbe riconosciuto e che bisognava farlo tacere, in un modo o nell’altro.

La lettera non troverà però conferme anche a causa dell’improvvisa morte del questore Spanò, colui che stava indagando sulla pista.

Al dottor Faotto viene così confermata la pena all’ergastolo.

Sul giallo della morte del conte Pellegrini Malfatti proseguiranno ad aleggiare ombre, come quelle che il cognato riconosciuto colpevole continua a sostenere di aver visto allontanarsi nel giardino della villa dopo essere arrivato in soccorso del conte agonizzante. Che siano stati davvero degli ex partigiani in missione punitiva a fare fuori il vecchio podestà di Desenzano? O il conte è stato semplicemente ucciso in una maniera perfetta quanto inspiegabile dal cognato interessato al suo immenso patrimonio?

Dopo 21 anni di prigione il dottor Faotto otterrà la grazia, che gli permetterà di vivere gli ultimi anni della sua vita da uomo libero.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".