Accade spesso – forse anche quale esasperata reazione ad un fenomeno quasi onnipresente nella nostra quotidianità – di sentir definire il calcio come una mera manifestazione, di puro intrattenimento, in cui 11 uomini (forse bambini non troppo cresciuti) corrono dietro ad un pallone, peraltro guadagnando lauti compensi per svolgere questa mansione. Quest’ultima affermazione fa riflettere su quella diffusa interpretazione che vede il calcio odierno, ormai diventato un business e svuotato della sua essenza originale, come una delle tante manifestazioni della società di tipo capitalistico che, volenti o nolenti, influisce sulla vita di tutti. A ben guardare, tuttavia, la questione è più complessa di quanto si potrebbe immaginare.

Nel suo volume, ormai classico e dal taglio decisamente interdisciplinare, La tribù del calcio, lo zoologo ed etologo britannico Desmond Morris si interroga sui diversi risvolti che questa attività sportiva può celare nelle pieghe della sua storia. In particolare, tra le varie interpretazioni che propone, ci sono quella di un rituale di caccia e di una battaglia stilizzata, propendendo però decisamente più per la prima. Non tutti, però, si trovano d’accordo con questa soluzione, perché altre sono le possibili origini (il calcio come cerimonia religiosa, come business – in fondo, ciò che si diceva precedentemente – o come palliativo per le tensioni sociali). Insomma, la questione è tutt’altro che chiusa.

Per imporsi a livello globale, però, questo sport deve necessariamente possedere la capacità di ridestare dei caratteri innati nell’essere umano, sempiterni e resistenti al tempo, un po’ come il mito. Ed è proprio qui che i due mondi si incontrano. Quale il modo più immediato, significativo, indelebile per comunicare i valori che un club vuole rappresentare e diffondere, se non un’immagine?

Ecco che dunque siamo giunti alle origini di alcuni club calcistici che mostrano e dimostrano quell’affascinante legame che unisce sport e mito (non fu forse così anche nel caso della nascita delle Olimpiadi moderne ad opera di Pierre de Coubertin?).

Da questo punto di vista, uno dei club più rappresentativi è l’Ajax di Amsterdam, nei Paesi Bassi. Fondato nel 1900, il nome stesso ricalca quello di Aiace Telamonio, personaggio dell’Iliade omerica, di alta statura e considerato il migliore guerriero del campo acheo dopo Achille: evidente è il richiamo alla forza e alla virtù che i giocatori, come epigoni di quelle battaglie, devono dimostrare in campo. Il logo stesso della squadra ritrae Aiace: il recente restyling a partire dagli anni ‘90 ha inoltre scelto di rappresentare l’eroe con solo 11 tratti, indice di velocità, dinamismo e simbolo degli 11 eroici partecipanti alla partita.

I numeri, si sa, nel mondo del calcio contano parecchio. Ed è quindi a proposito di questo riferimento al numero 11 che è interessante notare come, in altri casi, il mito e il calcio vengano a sovrapporsi tramite il numero 12. Il 12 rappresenta spesso gli 11 giocatori in campo a cui si aggiunge il cosiddetto dodicesimo uomo, ovvero il pubblico, i tifosi (ad esempio, nel caso del leggendario club argentino del Boca Juniors). Ma nel mito, in particolare quello greco, il 12 è associato inevitabilmente all’instancabile Ercole (per dirla alla latina) e alle sue fatiche, appunto 12.

Nella versione greca del nome, costui è noto come Eracle e la radice del nome rimanda all’idea di “fama” e di “gloria”, cui si aggiunge l’evidente nome della dea Era: in sintesi, “gloria di Era”. E dunque, quale modo migliore di spronare gli 11 eroi moderni a superare le loro fatiche per assurgere all’Olimpo sportivo dei vincitori? Ecco quindi che troviamo, in maniera esemplare, l’Hércules Club de Fútbol, di Alicante, in Spagna: l’augurio, al momento della fondazione nel 1914 da parte di Vicente Pastor de la Llosa Alfosea, era che il club diventasse forte e poderoso come l’eroe mitologico, che campeggia anche sul logo, naturalmente con il capo cinto da una corona di alloro, simbolo di vittoria.

Anche in una compagine di casa nostra, caso però più raro rispetto a società calcistiche greche, spagnole o neerlandesi, troviamo un riferimento mitologico: si tratta dell’Atalanta Bergamasca Calcio. La società, soprannominata per questo “la Dea”, prende il nome da Atalanta, una giovinetta che, all’amore e al matrimonio, preferisce l’attività sportiva e la caccia: in effetti, il riferimento al calcio come rappresentazione di una caccia non è nuovo…

In fondo, ciò che accomuna il mito e il calcio è il potere di riuscire ad interpretare su vasta scala, anche a distanza nel tempo e nello spazio, aspettative, gioie e delusioni di un popolo, che sia quello di una nazione o quello di uno stadio.

Bibliografia essenziale:

Bettini, Maurizio, Il grande racconto dei miti classici, Il Mulino, Bologna 2018.

Ferreri, Andrea, Sugli spalti. In viaggio negli stadi del mondo. Storie di sport, popoli e ribelli, Meltemi, San Giuliano Milanese (Mi) 2021.

Jägerskiöld Nilsson, Leonard, World Football Club Crests. The Design, Meaning and Symbolism of World Football’s Most Famous Club Badges, Bloomsbury Sport, Londra 2018.

Morris, Desmond, La tribù del calcio, Rizzoli, Orio al Serio (Bg) 2016.

Omero, Iliade, a cura di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Cles (Tn) 2006.

Salvi, Sergio e Savorelli, Alessandro, Tutti i colori del calcio. Storia e araldica di una magnifica ossessione, Le Lettere, Sesto Fiorentino (Fi) 2008.