In Indonesia, negli altopiani del sud dell’isola di Sulawesi, vive un popolo che a lungo ha vissuto completamente isolato dal resto del mondo. Sebbene il popolo Toraja sia oggi di fede cristiana, questo suo lungo isolamento ha fatto sì che il culto arcaico dei defunti, di stampo animista, fosse mantenuto in modo non solo fortemente sentito, ma assolutamente centrale anche al giorno d’oggi.

Per il popolo la morte non è la fine della vita, ma solo l’inizio di un viaggio verso il mondo delle anime e nel momento in cui una persona viene a mancare non viene considerata come trapassata ma solo come addormentata, sospesa tra due mondi.

A causa della credenza, mentre nella nostra cultura il funerale viene celebrato entro pochissimi giorni dalla morte, nella tradizione Toraja possono passare mesi o addirittura anni prima di arrivare al rito funebre. Questo perché il rituale è molto elaborato e comporta dei costi considerevoli, ma anche perché è necessario che tutti i familiari abbiano metabolizzato il trapasso della persona cara e siano pronti a lasciarla andare.

Il defunto viene quindi mummificato con formalina e portato nella casa natale. Durante questo periodo la mummia viene tenuta in casa come fosse ancora in vita: ben vestita, le si offrono cibo, sigarette e quando ci si alza da tavola ci si congeda da lei chiedendo “permesso”.

Una volta che tutti i familiari sono d’accordo a separarsi dal defunto e trovate le risorse necessarie, si può procedere a celebrare il rituale che, a seconda della classe sociale del defunto e dunque della disponibilità economica della sua famiglia può durare anche oltre una settimana.

Fotografia di Arian Zwegers condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Durante le celebrazioni vengono sacrificati molti animali, soprattutto buoi, grazie ai quali lo spirito potrà raggiungere Puya (il regno delle anime), e maiali, che serviranno al suo sostentamento. Molta della carne degli animali uccisi in questa occasione viene offerta ad amici e familiari presenti alla celebrazione.

Fotografia di Arian Zwegers condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

La bara in cui viene deposta la mummia è lavorata con cura e decorata con stoffe pregiate nonché con beni preziosi appartenuti al defunto e anche oggetti che egli usava quotidianamente, compresi alcolici e sigarette. Una volta chiusa la cassa, viene riposta in una grotta scavata nelle pareti rocciose e davanti alla grotta viene posto un manichino di legno intagliato con le fattezze del morto, chiamato Tau Tau, il quale viene rivolto con il volto verso il villaggio come se continuasse a vegliare su di esso e in particolare sui propri cari. Esiste anche una particolare usanza per i bambini, quelli molto piccoli vengono collocati all’interno di tronchi di alberi vivi, un solo solo tronco può ospitare fino a dieci bambini e l’albero può continuare a vivere custodendoli.

Il villaggio con gli Alang tradizionale granaio di riso. Fotografia di Ansensius condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Secondo le credenze del popolo Toraja, lo spirito del caro estinto continuerà a essere una figura benevola e protettiva per i suoi familiari, ma solo nel caso in cui gli vengano resi tutti gli onori funebri previsti dalla tradizione. Al contrario, nella sfortunata ipotesi in cui i familiari non riescano a trovare le risorse economiche necessarie per permettersi una degna sepoltura e un adeguato rito funebre, lo spirito non riuscirà a raggiungere Puya e diventerà un Bombo, uno spirito maligno che vagherà nel villaggio per tormentare i vivi.

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Negli anni ’80, le mummie riposte sulle pareti rocciose hanno cominciato a essere oggetto di furto e rivendute a collezionisti e musei. Per questo motivo, col tempo il popolo ha iniziato a nascondere i suoi morti in grotte sempre più difficili da raggiungere (ad esempio il ceto sociale di un defunto può essere notato anche nell’altezza della sua grotta sulla parete rocciosa) oppure, se sistemati in siti più raggiungibili, protetti con filo spinato.

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Il percorso del defunto però non finisce qui. Egli rimane una costante presenza nella comunità e ogni anno, tra luglio e agosto, si svolge il Ma Nene, una cerimonia in cui le bare vengono riportate nel villaggio e aperte, le mummie vengono cambiate d’abito, pettinate, vengono sistemati gli occhiali a coloro che li portavano quando erano in vita, gli vengono offerti cibo, alcolici e sigarette e per tutto il giorno le mummie vengono portate in giro per il villaggio a salutare i parenti e gli amici, cogliendo anche l’occasione per scattare qualche macabro ritratto di famiglia.

Barbara Giannini
Barbara Giannini

Ho studiato Archeologia medievale a La Sapienza di Roma, dopodiché ho intrapreso la strada dell’editoria lavorando per una casa editrice romana come editor e correttrice di bozze. Sono stata co-fondatrice nel 2013 di un’agenzia letteraria per la quale ho continuato a lavorare come editor e talent scout, rappresentando autori emergenti in Italia e all’estero. Attualmente sono iscritta al secondo anno di Lingue e Letterature Straniere all’Università Roma Tre e nel frattempo mi occupo di politiche ambientali. Sono appassionata di letteratura, arte, storia, musica e culture straniere.