Negli ultimi articoli, abbiamo ampiamente parlato dell’importanza dell’ascolto attivo come uno degli elementi indispensabili per instaurare la relazione d’aiuto. Ora, analizziamo insieme alcune tecniche utilizzate al fine di rendere gli interventi del professionista più efficaci.

La prima è la tecnica della riformulazione, essa consiste nel ripetere, rielaborare quanto è stato riportato dal cliente riprendendo fedelmente le sue parole o parafrasando il suo pensiero. Successivamente, il soggetto deve dare un feedback su quanto è stato detto, ovvero, approvare la formulazione e, quindi, procedere con la seduta, altrimenti chiedere di ripetere questa fase e andare a riprendere quegli elementi che sono stati “persi”.  Attraverso questo step, il terapeuta rafforza la sua relazione con il cliente, mostrandogli sia la presenza, la capacità di ascoltare ma, in modo particolare, comprendere ciò che lui dice, senza esprimere giudizi, così che il secondo possa sentirsi compreso, accolto, non abbandonato a sé stesso.

Nel counseling si parla di “riformulazione dei contenuti” e “verbalizzazione o comunicazione empatica degli stati emozionali”.

La “riformulazione dei contenuti” prevede diversi livelli:

Riformulazione – parafrasi o riformulazione – riflesso che a sua volta si divide in:
risposta- eco: il counselor ripete le ultime parole pronunciate dal cliente.
Riformulazione-parafrasi o riformulazione-riflesso: il terapeuta ripete quanto detto dal soggetto adottando una scelta lessicale diversa.
Riformulazione-riassunto o riformulazione-riepilogo: viene riassunto il pensiero del cliente. Utile soprattutto quando la sua esposizione è stata lunga.

Riformulazione analogica o riformulazione per immagine.
Il counselor si serve della comunicazione non verbale per ripresentare i concetti espressi dal soggetto. Questa tecnica è particolarmente utile quando le parole non bastano, o quando si vuole aiutare la persona a vedere la propria situazione da un’altra prospettiva.

Riformulazione correttiva che si divide in:

Riformulazione-sottolineatura: il counselor utilizza le stesse parole, evidenziando gli aspetti fondamentali all’interno dell’esposizione.
Riformulazione rovesciamento figura-sfondo: è una tecnica in cui viene ribaltata la prospettiva del cliente, proponendo un’immagine o un’interpretazione “opposta” rispetto a quella dominante, per mettere in luce ciò che è trascurato o non riconosciuto.
Riformulazione-critica: il terapeuta fa riemergere un elemento implicito o nascosto nel discorso del cliente, per invitarlo a riflettere sulla coerenza, validità di ciò che ha appena detto.
Riformulazione-chiarificazione: vengono riprese le parole del soggetto per far comprendere il significato generale.
Confronto: si fanno notare i punti di incoerenza nel pensiero del soggetto. Ci sono diversi tipi di confronto: tra due enunciati, tra un enunciato e un aspetto relativo alla comunicazione non verbale e tra ciò che la persona dice e i valori, principi che lei stessa richiama.

La “verbalizzazione degli stati emozionali” consiste nell’individuare e analizzare le emozioni provate dal cliente. Questa deve avvenire appunto verbalmente, attraverso l’utilizzo di sinonimi, antinomie.

Un altro punto da tenere in considerazione riguarda il rispetto del silenzio, significa seguire i ritmi dell’altro, da distinguere con le pause prolungate dovute all’imbarazzo. In questo secondo caso è necessario l’intervento del counselor volto a capire le cause di questa sensazione.

La riformulazione è fondamentale perché aiuta il soggetto ad avere maggiore consapevolezza e a sentirsi compreso, perciò il counselor deve curare attentamente ogni aspetto della comunicazione: dalla scelta lessicale al tono di voce utilizzato, così come tutti gli altri aspetti relativi alla comunicazione paraverbale, a quella non verbale e alla prossemica. È inoltre necessario evitare qualsiasi tipo di giudizio, come ad esempio interpretare la realtà filtrandola secondo i propri valori, convinzioni. Sia in caso di approvazione che disapprovazione, questo tipo di risposta può far sentire l’altro in una posizione di inferiorità e quindi generare chiusura e rifiuto. Anche l’atteggiamento interpretativo dovrebbe essere evitato: è un tipo di scambio comunicativo che considera esclusivamente ciò che è importante per l’ascoltatore e non per il mittente e interpreta questo basandosi sulle sue esperienze personali e dei principi per lui “standard”. In questo caso, il cliente non si sente compreso e sente il bisogno di “rispiegare” quanto è stato detto dal terapeuta.

Nonostante l’apparente connotazione positiva legata all’atteggiamento di sostegno e alla risposta di supporto, in cui il terapeuta rassicura il cliente, minimizzando le sue difficoltà, questo può far cadere l’individuo in una posizione passiva: in questo modo il problema appare meno grave di quanto descritto e il senza la capacità di osservarlo, analizzarlo da vicino.

La risposta di supporto può essere utilizzata, ma saltuariamente, altrimenti il soggetto potrebbe sentirsi dipendente dall’altro, come se necessitasse ogni volta delle sue riassicurazioni, e questo rallenterebbe la sua crescita personale.

Durante le sedute di counseling, inoltre, è da evitare anche l’atteggiamento investigativo da parte del counselor. Ricordiamo, infatti, che le domande potrebbero favorire “effetti indesiderati”, è necessario prestare molta attenzione a come vengono poste. È bene evitare quesiti chiusi perché rischiano di bloccare la comunicazione; o ancora, domande in cui si chiede una motivazione: il cliente potrebbe sentirsi attaccato e chiudersi in sé stesso; sono da evitare anche quelle a risposta multipla, poiché creerebbero solo confusione. Una serie di domande, apparentemente, potrebbero servire al terapeuta per ottenere delle informazioni, ma metterebbero il soggetto in difficoltà.

Oltre a evitare giudizi, il professionista dovrebbe astenersi dal trarre conclusioni affrettate e fornire soluzioni “già pronte all’uso”, questo impedirebbe all’individuo di capire l’entità reale del problema, non si sentirebbe aiutato, al contrario potrebbe sentirsi vincolato rispetto alla soluzione offerta imposta dal counselor.

Riassumendo quanto abbiamo detto, la figura del counselor non deve esprimere giudizi e/o valutazioni,  deve evitare di proporre schemi predefiniti basati su valori ed esperienze personali, di ridurre il numero di domande e prestare attenzione a come vengono fatte. Inoltre, deve mostrare empatia e comprensione ma senza offrire troppo supporto. Il counselor deve aiutare il cliente ad analizzare la sua situazione, a individuare le problematiche da affrontare,  senza offrire delle soluzioni ma favorendo l’autonomia dell’individuo.

A cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

Haidi Segrada

Haidi Segrada. È Esperta in glottodidattica infantile, counselor pedagogico e formatrice. Esperta in comunicazione pedagogica. Si occupa della supervisione pedagogica e didattica in diverse scuole e strutture educative, sia pubbliche che private. Ha maturato un’esperienza pluriventennale nel mondo della scuola ricoprendo diversi ruoli: docente, consulente, coordinatrice e direttrice. Professore associato presso UniCampus HETG.
E' autrice di testi psicopedagogici e didattici come: “Organizzare l’educazione – profili di metodo nella scuola dell’infanzia”, “La comunicazione empatica nella scuola dell’infanzia”, “Mi prenderò cura di te”, “James the storyteller” e “ACA, Ascolto, Comunicazione, Azione”, co - autrice del manuale universitario “La pratica psicopedagogica: dalle teorie all’intervento educativo” edito da Mimesis. Ha scritto, inoltre, il testo di storia della pedagogia: “Impronte di storia della pedagogia dal settecento ad oggi” e “STEAM per l’infanzia. Esperienze e proposte operative”
Autrice delle raccolte di poesie “Il Tramonto all’Alba” e “Con il vento nel cuore”.
Autrice per Vanilla Magazine. 
Formatore Docente e Progettista certificata AIF (Associazione Italiana Formatori) è ideatrice del Marchio “A.C.A” – Metodo educativo – pedagogico e didattico.
E’ Presidente dell’Associazione “ACA - educazione in rete”.

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