Abbiamo del corpo dell’altro solo una visione sincretica, vale a dire una visione globale. La traduciamo spontaneamente con un sentimento: egli è contento, triste, depresso, in collera. Comprendiamo questo linguaggio del corpo senza bisogno di identificare e analizzare i vari elementi che lo costituiscono; in questo senso non esiste Torre di Babele: qualcosa che non è scritto ma che tutti comprendono: è il linguaggio corporeo.
Il linguaggio corporeo è universale perchè esso si basa su strutture arcaiche, trasmesse di generazione in generazione, inscritte in qualche modo nell’inconscio. Queste strutture neuro-psicomotorie fanno parte del patrimonio genetico dell’umanità.

La specie umana, come qualsiasi specie animale, ha i suoi codici gastuali e i suoi rituali di comunicazione. Esiste una certa analogia tra i i codici gestuali di differenti specie, cosa che permette all’uomo e all’animale di comprendersi nell’espressione dei sentimenti primari. Tali codici costituiscono a volte rituali, segnali emessi spontaneamente e percepiti, anche se inconsciamente dall’altro. (Montagner ha osservato i bimbi del nido: per entrare in comunicazione con l’altro imita quello che fa quest’ultimo, oppure china la testa da un lato e sorride. Come manifesta il suo desiderio aggressivo: portando in avanti il busto e aprendo la bocca come in aggressione orale).

L’adulto, del resto, ha comportamenti identici, anche se appena accennati. Per Montagner i bambini che non possiedono questi rituali comunicativi hanno difficoltà a stabilire rapporti e restano isolati.

A questi significati che si possono definire istintuali, ogni società, ogni civilizzazione ha aggiunto codici culturali.

Di cosa si parla spontaneamente? Di sentimenti essenzialmente! Il corpo parla di desideri e di fantasmi, non di realtà oggettiva. Il corpo non è fatto per la realtà obiettiva ma per la comunicazione.

Che cos’è la comunicazione come la intendiamo noi?.Trasmettere.

Quando parliamo di comunicazione si intende una relazione molto profonda, di sentimenti a forte carica emozionale.

COME LI ESPRIME IL CORPO? Attraverso la postura, la mimica, lo sguardo, il gesto(o l’immobilità), il contatto, la distanza, il ritmo, la respirazione, le tonalità vocali, l’atto e il modo in cui utilizza gli oggetti. Tutti questi messaggi non verbali costituiscono, sembra, i due terzi della relazione. Occorre che tutte queste parti differenti del messaggio siano coerenti fra loro perchè lo stesso sia percepito come messaggio globale e senza ambiguaità. Tale coerenza viene assicurata dal tono, dalle modulazioni toniche, involontarie generate dalle tensioni psichiche che si trasmettono simultaneamente, a partire dal mesencefalo, a tutte le parti del corpo.

CHE COS’E’ IL TONO

Si possono distinguere tre tipi di regolazione tonica che sono più o meno in connessione tra loro; Il tono posturale, il tono di sostegno dei comportamenti motori e il tono affettivo.
Sono le modulazioni toniche che accompagnano il gesto, che gli danno la sua tonalità affettiva, rivelatrice dei sentimenti consci o inconsci che l’accompagnano. Il corpo non mente? No, anche il corpo può mentire ma più difficilmente rispetto alla parola poiché sfugge più facilmente al controllo dell’Io conscio.
La volontà cosciente può inibire l’espressione tonica spontanea e sostituirvi un atteggiamento più controllato più consono all’ideale dell’Io, ma questa sostituzione raramente è completa. Ne deriva un doppio messaggio che contiene una parte volontaria e conscia e una parte involontaria e inconscia che contraddice la precedente.

Il doppio messaggio può avere una origine diversa da questa bugia conscia e volontaria. Può derivare da un conflitto interno in cui la persona ha rimosso i suoi sentimenti profondi, colpevolizzati, per sostituirvi sentimenti opposti a difesa dell’Io.
Il gesto esprime allora , in assoluta buona fede, il sentimento conscio ma alcune tensioni toniche tradiscono il sentimento inconscio. Sotto un’apparente armonia cova un conflitto latente.

Le situazioni del doppio messaggio corporeo sono particolarmente frequenti e pregiudizievoli nel dialogo genitore-bambino: i messaggi verbali sono più coerenti col messaggio conscio che con quello inconscio o in totale contraddizione con quest’ultimo. Tale vissuto è estremamente destrutturante per il bambino, soprattutto quando la madre dice “ti voglio bene” e il suo corpo dice il contrario. La coazione a ripetere farà sì che questo tipo di relazione tenda a verificarsi nuovamente, nell’età adulta, con nuovi partner.

IL CONTATTO CORPOREO- LA FUSIONE

La “fusione”, termine coniato da B. Aucouturier verso il ’70, fa riferimento al vissuto parentale, alle sensazioni iniziali che il feto registra dal momento in cui il suo apparato neurologico lo consente, vale a dire verso la quinta settimana di vita intrauterina. E’ un vissuto, una sensazione di globalità fusionale: il corpo non può esistere come entità, come spazio separato. Non può esser percepita barriera fra l’interno e l’esterno, tra le sensazioni che provengono dal suo corpo e dal corpo materno. D’altra parte, essendo i suoi bisogni fisiologici automaticamente soddisfatti, egli non ha bisogni né desideri, né frustrazioni. Non aspetta niente dall’esterno ed è in uno stato di completezza . E’ niente e tutto.

Di queste sensazioni non possiamo avere ricordo conscio, ma esse hanno lasciato tracce profonde nel nostro inconscio. Devono essere estremamente cariche di

piacere libidico a giudicare dal desiderio che manifesta il bambino – e adulto in situazione regressiva – di tornare simbolicamente nel ventre materno penetrando in tutte le cavità che possono identificarsi analogicamente con l’utero.

La nascita è vissuta come evento drammatico, tanto per la madre quanto per il bambino e richiede a ciascuno dei due un grande dispendio di energia. Il neonato deve essere “recuperato” abbastanza rapidamente dalla madre in una relazione di “maternage” estremamente regressiva, in cui si esprime molto spesso un desiderio di suzione. Questa lascia il posto, progressivamente, ad una relazione affettiva più aperta che evolve nel gioco e prepara alla separazione. Se la madre abbandona il bambino al momento della nascita, cosa rara ma che può accadere, quest’ultimo giace al suolo, in stato di impotenza e ipotonia totale.
RITORNO ALLE FONTI DELLA COMUNICAZIONE

Noi,quindi, esistiamo solo nella misura in cui abbiamo la possibilità di entrare in comunicazione con gli esseri e le cose che ci circondano, ossia di stabilire relazioni significative tra il nostro corpo, le sue sensazioni da una parte e ciò che è esterno dall’altra. Lo stabilirsi di tale relazione dipende, prima di tutto dal desiderio e dal piacere di comunicare.

Ciò che noi chiamiamo la nostra personalità è il nostro modo personale di strutturare queste relazioni, il nostro modo di percepire e di reagire. I disturbi della personalità non sono altro che disturbi di tale relazione.

La personalità dunque si struttura e si modifica a partire dalle esperienze relazionali, a partire dalle prime esperienze corporee e quindi dalla nascita.
Tali strutture, elaborate durante i primi mesi e primi anni di vita, a partire dalla relazione col mondo esterno, costituiranno la base iniziale e fondamentale della personalità. Le esperienze ulteriori verranno ad integrarsi, arricchire e rivestire quelle prime strutture senza modificarne profondamente la base. Durante la nostra vita ripetiamo, sotto forme diverse, gli stessi comportamenti.

Se si considera che il bambino fino a due anni non ha accesso al linguaggio e al pensiero verbale, bisogna ammettere che la personalità e i suoi disturbi si struttura partendo da un vissuto essenzialmente psicomotorio. Un vissuto fatto di sensazioni a connotazione tonico affettive ed emozionale non concettualizzate.

Questo vissuto, per il fatto stesso che non ha potuto esser concettualizzato, è inaccessibile al pensiero verbale. Il discorso verbalizzato non raggiunge gli strati profondi della personalità, se non quando è ricreata l’emozione corporea attraverso una situazione transferale. Per entrare in comunicazione diretta con le strutture originarie della personalità, e riuscire forse a modificarle, bisogna parlare un altro linguaggio: un linguaggio corporeo, psicomotorio. Bisogna ricreare a atale livello le cariche affettive ed emozionali del dialogo iniziale col corpo dell’altro.

E’ tale regressione a modi di comunicazione arcaici che costituisce il principio fondamentale della terapia psicomotoria.

Solo partendo da questo rivissuto delle relazioni corporee primarie che sarà possibile ristrutturare le tappe ulteriori che ne derivano: spazio fusionale, comunicazione simbolica, affermazione dell’identità.

LA RELAZIONE TONICA

L’educazione e la terapia psicomotoria fanno appello a tecniche che sono essenzialmente di comunicazione non verbale. Tale linguaggio è nell’adulto molto represso dalla guaina culturale, bisogna che lo reimpari, lo liberi.

In una relazione verbale è sempre possibile tacere, il corpo non tace mai.

Le situazioni che proponiamo, che suscitiamo, che utilizziamo sono sempre situazioni a dimensione simbolica, che hanno come obiettivo di favorire una dimensione dinamica della comunicazione. Essendo questa evoluzione e resistenze infinitamente variabili da un soggetto all’altro, è evidente che non si possa dare un modello standard, ma solo un orientamento generale.

Ciò che noi chiamiamo relazione tonica è la relazione, lo scambio che può stabilirsi tra due corpi e permette a questi di stabilire una situazione fusionale più o meno simbolica e trovare piacere in tale situazione.

Tale scambio può farsi in contatto diretto ma anche a distanza. Il vettore della comunicazione non è il gesto dinamico in sé (legato alla motricità volontaria), ma alle modulazioni toniche (legate alla sottocorticalità) che danno a questo gesto il suo contenuto affettivo ed emozionale.
La comunicazione tonica è fatta di una infinità di sfumature molto più sottili, inesprimibili col linguaggio verbale,sentite più che capite dall’altro.
Finchè le modulazioni toniche sono controllate da una intellettualizzazione dei sentimenti, nessuna comunicazione profonda può stabilirsi.
IL FANTASMA DI FUSIONE è PRESENTE IN OGNI VERA RELAZIONE TONICA.
L’intensità delle pressioni esercitate sul corpo dell’altro ha ugualmente un significato simbolico, ma tale significato è in funzione dei fantasmi che sono percepiti dall’altro, in maniera più o meno conscia, in funzione della modulazioni toniche provate. Proiettando i nostri fantasmi possiamo dare al gesto un significato diverso dal suo significato, così un contatto che vuole essere rassicurante può essere percepito come aggressivo. Questo è vero per tutte le relazioni psicomotorie ed è per questo che l’educatore o il terapeuta devono essere capaci di esprimere nel e col corpo sentimenti non equivoci. L’interpretazione che ne fa il bambino è allora rivelatrice dei suoi fantasmi.

L’APPROCCIO CORPOREO

Il bambino che ha difficoltà cosiddette di “espressione” e di comunicazione (pensiamo al bambino autistico) è un bambino che ha perso, deformato, non integrato tali riferimenti corporei (connessi con altri problemi di carattere neuro). Il linguaggio dell’altro, il corpo dell’altro hanno perso per lui significato vero perchè non risvegliano più echi nel suo corpo o vi provocano reazioni divergenti, ma non permettono la “riunità” fusionale.
Bisogna quindi ristabilire il contatto fusionale primitivo per ridare un senso armonico alla relazione tonica a distanza.

Alcuni (bambini e adulti) si gettano su quell’occasione per colmare una mancanza, il progetto sarà di condurli progressivamente ad accettare la rottura di quella fusione ricreata. Cioè di rivivere in modo meno traumatico e più rassicurante un’apertura.

Altri invece rifiutano ogni contatto corporeo che può avere diverse origini; il problema che si pone al terapeuta è: come far accettare il suo corpo, come far accettare il contatto?

Bisogna porre una regola quasi assoluta: il terapeuta non deve toccare il corpo del bambino prima che questi non abbia toccato il suo.

Rispettare la distanza che il bambino prende in rapporto al suo corpo, in modo da lasciargli l’iniziativa di entrare nello spazio dell’altro, senza entrare nel suo, che può essere vissuto come un’aggressione o una seduzione. E’ possibile che alcuni abbiano bisogno di questa aggressione simbolica per rispondere in modo aggressivo e iniziare così una comunicazione, ma il terapeuta deve essere conscio di quello che fa.

Posto a distanza il terapeuta usa il suo corpo, le posizioni del suo corpo, come mezzo di richiamo, come provocazione dell’agire del bambino. L’immobilizzazione del corpo in una posizione determinata è il miglior mezzo di richiamo; è il più neutro.

L’ansia di certi terapeuti, le loro sollecitazioni multiple non fanno che mascherare la loro insicurezza, costituiscono un linguaggio gestuale caotico, nel quale il bambino non scorge altro che il desiderio dell’adulto di “investirlo”.

ESEMPIO: Io non giocherò al leone, anche se il b. me lo chiede, simbolizzo col gesto un atteggiamento caratteristico del leone: la mano ad artiglio, la posizione quadrupedica, la bocca aperta che mostra i denti. In questa posizione di immobilità offro al bambino un luogo simbolico in contatto diretto col suo fantasma. Gli lascio l’iniziativa e la possibilità di distruggere questo luogo simbolico e di dominare così il suo immaginario. Quel leone è il simbolo polivalente di tutti i fantasmi di paura, di divorazione, d’aggressione, di identificazione, ecc. simbolo col quale potrà confrontarsi e dominare così i suoi fantasmi.
La regola è di non giocare al bambino, di non giocare il suo gioco conscio, ma di “giocare” il gioco dei suoi desideri inconsci; ogni bambino vive il gioco in funzione dei suoi fantasmi personali che possono essere assai diversi. Sono precisamente le reazioni del bambino di fronte a questi atteggiamenti che riveleranno, attraverso l’azione simbolica, i contenuti del suo immaginario inconscio.

SIBOLISMO E PENSIERO ANALOGICO (gli oggetti)

Il senso che noi oggi diamo al “simbolo” si basa su una trasposizione analogica. Si tratta in realtà di unire due pezzi: l’oggetto, il fatto o l’immagine reale, e il senso astratto che può essergli attribuito.

Distingueremo alcune specie di simbolizzazione:

⁃ La simbolizzazione attraverso l’accenno del gesto. Per esempio prendo un bastone e faccio finta di colpire, ma freno il mio gesto per non fare male. L’atto simbolico esprime chiaramente il desiderio mentre evita il passaggio all’atto.Questo genere di simbolizzazione è costantemente usato dai bambini nei loro giochi (facciamo finta che). E’ ciò che chiamiamo “mantenere la relazione a livello simbolico”.

⁃ La simbolizzazione per analogia fa sì che alcuni oggetti, alcuni atti, alcune persone, alcune situazioni siano vissuti e utilizzati come sostituti di altri oggetti, in ragione di una analogia con questi ultimi.

E’ a livello di atto e del suo significato simbolico che si gioca la sostituzione analogica, conscia o inconscia. Il bambino che afferra un bastone per farne un fucile sostituisce all’immagine dell’arma con l’immagine del bastone. In compenso, a questo significante fucile può sostituirsi nell’inconscio, vale a dire all’insaputa del soggetto, tutta una catena di significati: penetrazione , pene , padre, potere…che non si esprime in parole ma in immagini fantasmatiche che danno un senso all’atto e lo caricano di contenuti emozionali e simbolici.

Il gioco è il regno del pensiero analogico. Tutto è simbolo e metafora, giochi di significanti che si intersecano dal conscio all’inconscio, dall’immaginario alla realtà.

Gli oggetti ,le persone, le situazioni sono costantemente sottoposte a trasposizioni analogiche.

Maria Pia Fraccaro

Maria Pia Fraccaro lavora come formatrice e supervisore in corsi triennali per Counselor, in corsi di aggiornamento per insegnanti ed educatori.
Psicomotricista ad approccio relazionale ha poi integrato la sua formazione all’Istituto di Psicologia Somatica per proseguire la prevenzione e il sostegno in ambito familiare. Ha formato gli insegnanti di sostegno come docente a contratto all’Università della Valle d’Aosta.

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