Il conte Cagliostro: un viaggio tra alchimia, conoscenza e esoterismo

“Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza.”

Queste le parole di uno dei più controversi e misterici personaggi della storia italiana, Giuseppe Giovanni Battista Vincenzo Pietro Antonio Matteo Franco Balsamo, noto con il nome di Alessandro, conte di Cagliostro o più semplicemente Cagliostro, Alchimista ed esoterista, che fece di queste due discipline una ragione di vita che lo spinsero per amore della conoscenza fino all’eresia. Sostenitore della Massoneria, esplicitato nel suo rito denominato “la saggezza trionfante”, nato nel 1743 in Sicilia, tra i suoi obiettivi c’era quello di rivedere tutto il pensiero massonico attraverso l’alchimia e l’esoterismo. Uomo amato e odiato allo stesso tempo, fu frequentatore delle più importanti corti italiane. Attraverso le sue pratiche di mistificazioni egiziane seppe vivere il suo viaggio iniziatico di vita, verso la luce e alla ricerca dell’oro alchemico.

Ritratto di Balsamo-Cagliostro:

Il viaggio ermetico di Cagliostro aveva uno scopo ben preciso, quello di riportare in luce le antiche dottrine mistiche dell’origine, come quella egiziana. Il suo investigare nelle conoscenze antiche nasce dall’uso dell’alchimia, che Cagliostro impiegava per mostrare agli uomini del suo tempo il lato oscuro di un’epoca che non seppe mostrare a pieno quell’arcano buio che è il simbolo dell’inquietudine umana.

Una riscoperta durante l’Illuminismo, grazie a Cagliostro, anche di tutti quei testi antichi che furono il proseguimento della rinascita del periodo umanista, dove l’epoca settecentesca, attraverso l’influsso di epoca rinascimentale, seppe riscoprire e farne ragione di vita filosofica, dove Cagliostro diventa attraverso il suo pensiero e i suoi riti, l’anello di congiunzione tra antico e moderno.

Busto di Giuseppe Balsamo ad opera di Jean-Antoine Houdon, 1786:

Canon 20D digital capture

Cagliostro apprese le pratiche alchemiche come novizio dai frati del convento dei Fatebenefratelli in cui visse a Caltagirone.

Una vita intensa

Cagliostro, disegno di Pierre Méjanel

Nel 1768 conobbe a Roma sua moglie, Lorenza Feliciani, complice e compagna di vita con il nome di Serafina. Fu poi dopo il suo viaggio a Londra, dove si affiliò alla Massoneria, che fondò la sua setta basata sui riti egiziani, e fu proprio a causa di questa che qualche anno dopo fu arrestato e condannato al carcere a vita, e da Roma trasferito alla fortezza di San Leo nel 1791, dove morì 4 anni dopo ormai preda della follia, forse a causa di una malattia celebrale che lo costrinse alla pazzia.

Leggenda vuole che Cagliostro si aggiri ancora tra le mura del forte

E’ noto infatti che si sentano rumori strani provenire dalla cella detta “pozzetto”, denominata così perché vi si poteva accedere solo da una botola dal soffitto, e dove Cagliostro fu rinchiuso e murato vivo. L’unica cosa che poteva scorgere dalla finestrella della cella era la Cattedrale, per ricordargli forse chi l’aveva imprigionato e simbolicamente chi l’aveva condannato:

La Chiesa

La finestra che osservava Cagliostro. Fotografia di Yuma condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia:

Quel guaritore di anime, che cercò di curare la gente con le erbe era in realtà un medico che secondo la Chiesa si spinse oltre ciò che gli era consentito per non essere accusato di eresia e di andar contro quelli che erano i valori di vita Cattolici. La Chiesa distrusse per sempre la sua figura di guaritore etichettandolo come uno stregone ciarlatano. Fu una sorta di “punizione” quella inferta a Cagliostro, una punizione che veniva inflitta sin dai tempi più remoti a tutti coloro che, con l’ausilio di pratiche ritenute “illecite”, curavano i malati ed erano per questo ritenuti maghi-stregoni.

La fortezza di San Leo, immagine di pubblico dominio via Wikipedia:

Leggenda vuole che non si sappia dove venne sepolto il conte Cagliostro dopo la sua morte. Alcuni affermano che nel 1797 un comandante francese bevve dal suo teschio, ma qualora questa leggenda non fosse vera probabilmente come tutte le persone uccise per eresia il suo corpo fu bruciato perché simbolo del peccato, del maleficio e del male. In questi mesi, pandemia permettendo,  dunque riaperta da questo sabato, si sta svolgendo al forte di San Leo una mostra scultorea di un’artista internazionale, Andrea da Montefeltro, dal titolo “Arcana il leone del nuovo orizzonte”che rievoca questa storia attraverso un viaggio nelle tre fasi alchemiche: il nigredo, l’albedo e il rubedo, una simbologia forte che ci condurrà con la fantasia, ma anche grazie alla sua affascinante storia, verso la luce.


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