Ai piedi di una verde collina, contornato da bianchi porticati, il cimitero monumentale di Staglieno, a Genova, impressiona il visitatore con la sua maestosità. Al suo interno, tra le fronde dei cipressi, fanno capolino tombe monumentali, grandiose sculture e numerose cappelle. Tra i più grandi e importanti d’Europa, il cimitero genovese è una culla di vere e proprie opere d’arte, firmate da grandi artisti, che accompagnano il visitatore lungo tutta la sua visita.

Già nell’800 nomi illustri, tra cui Friedrich Nietzsche, Guy de Maupassant o Elisabetta d’Austria (Sissi), rimasero folgorati dal fascino del complesso cimiteriale e dallo stupefacente numero di opere scultoree contenute al suo interno.

La sua storia è ricca di fascino e di curiosità

Staglieno, la cui realizzazione vide la luce a partire dal 1851, fino a dopo la Prima Guerra mondiale, rappresenta una fotografia della cultura borghese del XIX secolo.

Veduta del cimitero di Staglieno in una cartolina di inizio Novecento. Sulla sinistra si nota il Pantheon; più all’esterno il corso dell’antico acquedotto. Fotografia di Pubblico Dominio tratta da Wikipedia:

Neoclassicismo, Romanticismo, Simbolismo, Realismo, Decò; sono solo alcuni degli stili scelti dagli scultori per impreziosire i porticati e le sepolture presenti, rendendolo un vero museo a cielo aperto. Staglieno è tutt’oggi una grandiosa testimonianza della volontà di essere ricordate di molte personalità abbienti del tardo Ottocento.

La progettazione venne, in un primo momento, affidata, nel 1835, all’architetto civico Carlo Barabino; scomparso lo stesso anno, venne sostituito da Giovanni Battista Resasco, suo collaboratore e ancor prima suo allievo, per poi essere inaugurato il 1° Gennaio 1851.

Il complesso cimiteriale dopo alcuni ampliamenti. Fotografia di pubblico dominio tratta da Wikipedia:

La struttura suscitava grande meraviglia; quando i visitatori ne varcavano la soglia, si ritrovavano immersi in una stupefacente scenografia, ricca di porticati monumentali, i quali culminavano nel maestoso Pantheon centrale. La fusione armonica di ambiente naturale, costruzioni e sculture, conferiva al luogo un fascino unico.

La tomba della famiglia Appiani usata come copertina dell’album Closer del 1980 del gruppo new wave/post punk inglese dei Joy Division. Fotografia di Anselmoorsi condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia:

In primis il Pantheon, preceduto da un’imponente statua e racchiuso da un’ampia vegetazione, era ed è, senza dubbio, un’opera dal magnifico colpo d’occhio.

Attorno, un insieme di boschetti, tra i quali, disseminate, vi erano cappellette e tombe monumentali (tra cui quella di Giuseppe Mazzini ed altri protagonisti del Risorgimento italiano).

Tra le varie aree, immerse nell’ordinata vegetazione, vi sono quella acattolica, quella protestante, quella ebraica e quella greco ortodossa, tutte introdotte successivamente, in modo da dare riposo ai defunti di numerose confessioni.

Staglieno iniziò ad animarsi di sculture a partire dal 1851; i porticati che lo attraversano e percorrono sono popolati da una grande schiera di sculture bianche, a parete o fra i pilastri.

La prima grande opera che colpisce lo sguardo dei visitatori, posta all’ingresso centrale, davanti al Pantheon, è la statua della Grande Fede (1866-75), realizzata da Santo Varni.

Vi sono poi le gallerie, custodi dei più alti esempi di arte neoclassica, romantica, realista e simbolista, fino a trovare alcune opere dallo stampo quasi fotografico, per via della loro minuzia di dettagli.

La galleria:

Tra i protagonisti di questo ambizioso far arte, troviamo scultori del calibro di Lorenzo Orengo, uno dei più attivi nel cimitero. Gli atelier di questo e altri artisti, all’epoca, divennero quasi piccole imprese, visto l’incremento costante di commesse.

Un trionfo di realismo è rappresentato dall’opera di Giulio Monteverde; la sua scultura per la Tomba Oneto, del 1852, “L’angelo”, rappresenta l’immaginario collettivo, allora diffuso, di una morte reale, non più dall’aspetto temibile, ma affascinante e misteriosa.

Sotto, l’Angelo di Monteverde. Fotografia di Twice25 & Rinina25  condivisa con licenza CC BY 2.5 via Wikipedia:

L’immagine scolpita da Monteverde divenne ben presto tra le più famose e imitate, in tutto il mondo, del complesso scultoreo di Staglieno.

Verso gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento, un’aura simbolista e liberty si impossessò delle gallerie del cimitero, grazie alle opere di Leonardo Bistolfi, come la Tomba Tito Orsini o Hermann Bauer.

Sotto, la Tomba Orsini, scolpita da Leonardo Bistolfi nel 1906. Fotografia tratta dal sito del Comune di Genova:

Insieme ai più illustri rappresentanti della borghesia dell’epoca, a Staglieno riposano, in tombe più o meno ricche, numerosi personaggi noti, nazionali, locali o stranieri.

Tra i molti citiamo:

Il patriota Nino Bixio (Pantheon)
La moglie del celebre Oscar Wilde, Mary Constance Wilde (Cimitero protestante)
Il cantautore Fabrizio De André (Campo 22)
Gli attori dialettali Gilberto e Rina Govi (Porticato S. Antonino)
Il politico Giuseppe Mazzini (Boschetto irregolare)
Martiri della Giovine Italia, fucilati. (Boschetto irregolare)

La tomba di Fabrizio de André, fotografia di Twice25 & Rinina25 condivisa con licenza CC-BY 2.5 via Wikipedia:

Una parola in più va spesa per Caterina Campodonico, divenuta, tra i visitatori di Staglieno, e tra gli abitanti di Genova, un vero e proprio simbolo: la venditrice di noccioline.

Opera di Lorenzo Orengo, ultimata nel 1881, la scultura venne a lui commissionata dalla stessa signora Campodonico. Ella, risparmiando per tutta la vita, intenta a rendere la propria immagine immortale, vendeva noccioline e canestrelli per le vie genovesi.

Sotto, statua di Caterina Campodonico. Fotografia di Superchilum condivisa con licenza CC BY-4.0 via Wikipedia:

Donna dalle umili origini, nata in periferia, analfabeta e vissuta a lungo in uno stato di miseria, impiegò forze e tempo al fine di potersi permettere un’effige che la rendesse, da invisibile qual’era stata tutta la vita, un volto noto almeno nel cimitero.

Meticolosa fino all’ultimo, Caterina supervisionò attentamente il lavoro di Orengo, il quale cominciò l’opera con la donna ancora in vita. Ella volle essere raffigurata al meglio, in ogni minimo dettaglio, con la sua collana di noccioline e i suoi canestrelli.

La scultura venne esposta nel cimitero nel 1881 e Caterina vi faceva spesso visita, mostrando ai visitatori la propria gemella marmorea. Quando morì, nel 1882, il suo funerale fu molto affollato, e molti tra i partecipanti, memori della sua particolare vicenda, giocarono i numeri della data della sua morte al lotto, finendo per vincere.

Molti, ancora oggi, portano a Caterina Campodonico fiori e ceri, speranzosi di ricevere un briciolo di fortuna.

Dove non specificato le fotografie sono di Cecilia Fiorentini, autrice dell’articolo.

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Cecilia Fiorentini

Cecilia Fiorentini

Sono una studentessa di lingue e letterature straniere, ho 23 anni e una grande passione per l'editoria e la scrittura. Mi diletto nella lettura di saggi sull'archeologia misterica, sulla spiritualità e sulle credenze di antichi popoli come Egizi, Vichinghi o Nativi Americani.