Se vi chiedessi a quale città italiana assocereste le parole devozione e superstizione, cosa rispondereste? Probabilmente è Napoli la città cui pensereste, e infatti proprio qui c’è un luogo dove superstizione e devozione si incontrano in un modo forse unico al mondo:

Il Cimitero delle Fontanelle

Sotto, crocevia tra gallerie. Fotografia di Lalupa condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via wikipedia:

Il luogo è affascinante e ampio, scavato nel tufo. E’ diviso in navate come se fosse una chiesa, e adornato con ossa meticolosamente ordinate. Questo cimitero, in realtà, è un antico ossario che si trova nel Rione Sanità in via Fontanelle appunto, chiamato così perché in passato erano presenti fonti d’acqua. L’ossario risale al 1656, periodo in cui ci fu una grande epidemia di peste che provocò più di 250.000 morti. Nel 1837 si scatenò inoltre un’epidemia di colera, e le ossa dei defunti vennero portate al cimitero delle fontanelle. Altre ossa invece provenivano dalle “terresante” o da chiese nelle quali non c’era più posto per la sepoltura (sovraccarichi come a quelle dei cimiteri vittoriani).

Crocevia fra gallerie, fotografia di Dominik Matus condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia:

Oggi il cimitero conta circa 40.000 anime, morte prevalentemente durante l’epidemia di peste del 1656 e quella di colera del 1836, ma si dice che nel sottosuolo ve ne siano molte di più, e in alcuni punti del pavimento ci sono delle lastre di vetro che permettono di vedere le ossa nel terreno sottostante.

La grande cappella-ossoteca della navata centrale con il Cristo risorto. Fotografia di Dominik Matus condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia:

L’ossario rimase abbandonato fino al 1872, quando Don Gaetano Barbati, con l’aiuto di alcune donne, decise di riordinare i resti dividendo il cimitero in tre parti:

  • Nella Navata dei preti mise le ossa provenienti dalle chiese
  • Nella Navata degli Appestati mise le ossa dei morti durante le due epidemie
  • Nella Navata dei Pezzentelli mise le ossa dei più poveri

Alcuni crani con monete sulla sommità. Fotografia di Dominik Matus condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia:

Un particolare certamente curioso del Cimitero delle Fontanelle è il culto delle anime pezzentelle, in uso nei primi decenni del dopoguerra.

Sotto, alcuni crani ordinati. Fotografia di Dominik Matus condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia:

Secondo la tradizione infatti, i napoletani più devoti adottavano questi teschi detti “capuzzelle” in dialetto napoletano. Il teschio veniva lucidato, gli si portavano fiori e lumi, veniva poggiato sopra un fazzoletto, poi sopra un cuscino e a volte, se considerato particolarmente benevolo, veniva messo anche in una teca per poi essere adornato con un rosario. Dopo questo che possiamo chiamare “rituale”, l’anima del defunto sarebbe apparsa in sogno al fedele che aveva adottato la sua capuzzella per chiedergli di pregare per lui in modo da alleviare le sue sofferenze in purgatorio. In cambio, l’anima del defunto avrebbe dovuto dare una grazia o i numeri del lotto. Se i numeri del lotto non erano corretti e se la grazia non veniva concessa, il fedele poteva abbandonare il teschio e adottarne un’altro più benevolo.

Il cranio di donna Concetta, sempre lucido, tanto che una leggenda narra che ciò è dovuto al “sudore delle anime del Purgatorio”. Fotografia di Cristianrodenas condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia:

L’unico mezzo di comunicazione tra vivi e morti era il sogno e proprio per questo i teschi erano lasciati all’aperto e non venivano coperti con lapidi, in modo tale che potessero essere liberi di fare la loro apparizione.

Il cranio del Capitano, attorno al quale ruotano diverse leggende. Fotografia di Cristianrodenas condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia:

Molte delle informazioni sono riportate da un racconto di un anziano signore napoletano che nel vedermi affascinata da questo luogo, mi ha accompagnata durante la visita raccontandomi la storia. Altre fonti sono: Catacombe di Napoli, Vesuvio Online, Wikipedia.

Il Presepe e il Crocifisso. Fotografia di Lalupa condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia:

Caterina Licini
Caterina Licini

Mi chiamo Caterina Licini, sono di Padova ed ero una ballerina classica professionista. Dopo anni di lavoro nel mondo dello spettacolo ho ricominciato a studiare laureandomi in comunicazione con specializzazione in copywriting allo IED di Milano. Sono appassionata di moto, auto e amo l’inverno. Provo una certa antipatia per gli unicorni, i fenicotteri e tutto ciò che rimanda al mondo dei cuoricini e dei marshmallow e sono affascinata da miti, leggende, occultismo ed esoterismo. Adoro l’arte ma quella contemporanea non la capisco. Concludo dicendo che preferisco fare più cose contemporaneamente. Il famoso “dolce far niente” per me non affatto dolce.