Si chiama Castello di Montezuma, ma in realtà non ha nulla a che fare con lo storico imperatore degli Aztechi, e non è nemmeno un castello.

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Questo straordinario complesso abitativo, una sorta di antico condominio, era quasi sconosciuto fino all’incirca al 1860, quando le rovine di Camp Verde furono scoperte dai sodati durante la Guerra Civile, e dai primi gruppi di minatori che arrivarono in Arizona in cerca di fortuna.

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Furono loro ad attribuire la costruzione di quelle case di pietra a Montezuma, che in realtà non era ancora nato quando le abitazione erano già state abbandonate ormai da decenni. Ricerche più moderne hanno dimostrato che il Castello era in realtà un “preistorico complesso di appartamenti nella roccia” (Frank Pinkly – 1928), il primo grattacielo d’America.

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Il Castello di Montezuma è un insieme di abitazioni (oggi si chiamerebbero monolocali) costruite dal popolo Sinagua nell’anfratto naturale di una parete rocciosa a strapiombo, a circa 27 metri di altezza.

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Quella dei Sinagua era una civiltà pre-colombiana, strettamente legata ad altre popolazioni indigene del sud-ovest degli Stati Uniti, che evidentemente aveva ottime conoscenze di ingegneria e tecnica costruttiva. Nell’arco di circa tre secoli, tra il 1100 e il 1425 dC, costruirono queste abitazioni in un luogo quasi inaccessibile, occupando una superficie di 370 metri quadrati, divisa in cinque piani e venti stanze.

Castello Di Montezuma – 1900 circa

Fonte immagine: Wikipedia/Pubblico Dominio

Per raggiungere le loro case, i Sinagua probabilmente usavano delle scale di corda, che una volta tirate su rendevano inaccessibile il Castello, soprattutto alle tribù nemiche, le quali non potevano in alcun modo oltrepassare la barriera verticale.

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La scelta, certo non proprio comoda, di vivere così in alto rispetto al terreno, non era dovuta solo ad una necessità di difesa. Probabilmente i Sinagua trovarono questa soluzione per sfuggire ad una minaccia naturale: le inondazioni annuali del Beaver Creek, un torrente che durante l’estate spesso allagava la pianura.

Visitatori al Montezuma Castle – 1951

Fonte immagine: Montezuma Castle

Le inondazioni erano provvidenziali per l’agricoltura, ma costituivano un problema per qualsiasi edificio costruito sul terreno: l’unica soluzione era quella di realizzare una struttura, non precaria, nel sicuro rifugio costituito dalla roccia calcarea. La tribù, composta da una popolazione variabile di circa 30/50 persone, visse nel suo Castello per circa 300 anni, fino al 1425 d.C.

Il Castello di Montezuma nel 1887 circa

Fonte immagine: Wikipedia/Pubblico Dominio

In seguito i Sinagua, come altre popolazioni del sud-ovest,  probabilmente migrarono in altri territori, per motivi non conosciuti. Si può ipoteticamente pensare a una prolungata siccità, o all’esaurimento delle risorse naturali, oppure ancora allo scontro con un popolo giunto da poco nella zona, gli Yavapai.

Il Castello di Montezuma nel 1935 circa

Fonte immagine: Wikipedia/Pubblico Dominio

I Sinagua probabilmente si fusero con altre popolazioni, tanto che ancora oggi alcuni clan Hopi e Yavapai contano tra i loro antenati qualcuno che aveva abbandonato il Castello di Montezuma. Il sito, considerato un luogo ancestrale,  viene utilizzato dai discendenti dei Sinagua per alcuni riti religiosi.

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Purtroppo, tra la fine del 19° secolo e l’inizio del 20°, il complesso è stato quasi completamente saccheggiato, e solo pochissimi oggetti della cultura Sinagua sono rimasti a testimonianza della loro civiltà.

Il Castello di Montezuma fu dichiarato Monumento Nazionale degli Stati Uniti nel 1906, ma l’accesso alle abitazioni non è più consentito dal 1951 per motivi di sicurezza, sia dei visitatori sia per lo storico complesso. La bellezza suggestiva di questo antenato dei condomìni si può ammirare solo da lontano: il Parco del Castello di Montezuma, raggiungibile dalla Interstate 17, è aperto tutto l’anno (tranne il giorno di Natale).

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.