Una volta, introducendo una delle affascinanti raccolte di racconti da cui traeva le sceneggiature dei suoi telefilm, Alfred Hitchcock scrisse che la sua passione erano i delitti perbene, quelli in cui l’assassino svolge il suo compito senza sporcare più del necessario, dettaglio che rivela sicuramente una natura signorile, rispettosa del lavoro di chi deve pulire dopo. Può suonare una battuta un po’ cinica, ma è perfettamente coerente con lo humour nero del regista inglese.

E poi Hitchcock non era neanche così cinico. Sulla storia che stiamo per raccontare, quella di un delitto e del successivo processo, avrebbe voluto girare un film o almeno un documentario ma, dopo aver preso contatto con i familiari delle persone coinvolte, decise di non farlo più, per rispetto dei morti. Altri non si sono fatti gli stessi scrupoli, anche perché si tratta, obiettivamente, di una vicenda davvero appassionante, specie per chi apprezza il noir o il mystery. Nel Regno Unito sono stati girati film, tv-movies e documentari sull’argomento, diversi autori di successo ne hanno scritto o hanno tratto ispirazione da esso: P. D. James, Dorothy L. Sayers, Anthony Berkeley e Jill Thompson sono solo i nomi più illustri della categoria.

Si parla di “fatti di gente perbene” (il titolo del film di Mauro Bolognini su un delitto analogo risalente al 1902, il celebre “caso Murri“) e, soprattutto, di uno dei verdetti più controversi di sempre.

La storia si presta facilmente alla traduzione in film, perché i suoi protagonisti sono tutti giovani, belli e pieni di vita. Si svolge a Londra e comincia in un giorno imprecisato dell’estate 1920, quando Lei, sposata con Lui, incontra l’Altro. O, per meglio dire, lo rivede, perché lo aveva già conosciuto quando lei era adolescente e lui bambino.

Lei si chiama Edith Graydon, è nata il giorno di Natale del 1893 e, per gli standard del tempo, è una vera bellezza. Non solo: è anche una ragazza volitiva e spigliata, brillante negli studi, che in altri tempi sarebbe andata all’università. Invece, a 16 anni, ha lasciato la scuola ed è andata a lavorare in una piccola ditta che produce abbigliamento, con mansioni amministrative.

Poiché è brava, dopo un po’ è stata cooptata da una ditta più grande, la Carlton & Prior, che commercia in tessuti e abiti all’ingrosso. Lei stessa è una gran modaiola, è sempre elegante e fascinosa, ma soprattutto è indipendente, tanto è vero che presto si rivela capace di condurre affari e trattative da sola. Sale nelle gerarchie della ditta fino al ruolo di procuratrice e, in questa veste, compie diversi viaggi di lavoro a Parigi.

Ma, secondo le consuetudini del tempo, la sua vita non può essere completa se non ha accanto un adeguato principe azzurro. Quello che sembra il suo, Edith lo ha incontrato quando andava ancora a scuola, nel 1909: si chiama Percy Thompson, è nato il 10 aprile 1890 e sembra destinato a una brillante carriera di uomo d’affari. Intanto che questa carriera va avanti, passano oltre 6 anni: il matrimonio viene celebrato il 15 gennaio 1916.

Nonostante la loro prima residenza da sposati non sia a Londra ma a Southend-on-Sea, alla foce del Tamigi, Edith non lascia il lavoro. Sembra che Percy sia esentato dal partecipare alla Grande Guerra, non si sa perché. La coppia rientra comunque a Londra e va a vivere nel signorile sobborgo di Ilford. Entrambi guadagnano bene e, anche se non hanno figli, sembrano una coppia perfetta.

Come sempre in questi casi, però, tanto perfetta, questa coppia, non è. Non che vi siano chissà quali problemi: è solo emerso che i due caratteri non sono facilmente compatibili. Ordinario, compassato, piuttosto banale, a dirla tutta un po’ noioso lui; vulcanica, passionale, fantasiosa e difficile da controllare lei. Insomma, se divorziassero sarebbe meglio per tutti:

Ma, nella società inglese del tempo, il divorzio è ancora uno scandalo

È solo questione di tempo perché, prima o poi, un terzo incomodo si intrometta tra loro. E questo terzo incomodo si presenta proprio nel 1920: è un atletico adolescente (nato il 27 giugno 1902) che un tempo è stato compagno di scuola del fratello minore di Edith. Si chiama Frederick Bywaters e, finite le scuole, preso dal gusto dell’avventura, si è arruolato nella marina mercantile.

Nonostante la giovane età, ha già viaggiato un bel po’, è stato in mezzo mondo, e i suoi racconti eccitano la fantasia di Edith infinitamente più di quanto riesca a fare, da tempo, la piatta conversazione di Percy.

I due si frequentano di nascosto da Percy, che non sospetta assolutamente nulla. Anzi, nell’estate del 1921, quando la coppia va in vacanza all’isola di Wight, dove Percy ha affittato un cottage, Percy stesso invita Frederick a seguirli, insieme alla sorella minore di Edith, Avis. Infatti, Percy è convinto che Frederick frequenti insistentemente i Graydon per corteggiare Avis.

La vacanza, però, gli rivela la realtà dei fatti. Un giorno, Edith e Percy litigano in giardino in seguito a un banale incidente. Lei strilla troppo e Percy, che peraltro non è assolutamente un tipo violento, si irrita e la spintona. Edith perde l’equilibrio e cade, trascinandosi dietro degli arredi e procurandosi dei lividi. La reazione di Frederick, accorso nel frattempo, è così aggressiva che Percy lo sbatte fuori di casa.

Da sinistra a destra: Frederick Bywaters, Percy Thompson, ed Edith Thompson nel luglio 1921:

La situazione, però, va in stallo nel giro di qualche settimana. Le vacanze di Frederick finiscono e deve imbarcarsi di nuovo. I nuovi impegni di lavoro lo terranno lontano dal Regno Unito e da Edith dal settembre 1921 al settembre 1922.

Durante questa lontananza, Edith lo bombarda di lettere. Gliene scrive oltre 60, raccontandogli tutto, senza omettere riferimenti piuttosto dettagliati alla loro intimità, ma soprattutto lamentandosi della sua difficoltà a liberarsi di Percy, dal quale vorrebbe divorziare, ma non può perché lui non lo accetta. In due occasioni accenna a goffi e improbabili tentativi di ucciderlo fingendo un incidente, ad esempio mescolando frammenti microscopici di vetro al suo cibo o avvelenandolo.

In realtà, sembra che nell’unica occasione in cui la cena di Percy ha rischiato di essere contaminata da un veleno, per un errore della sorella Avis, Edith sia intervenuta prontamente e abbia gettato tutto via. Ciò che scrive nelle lettere a Frederick sono essenzialmente fantasie, ma Frederick non lo sa, così come non sa che lei sta esagerando i suoi problemi coniugali.

Frederick Bywaters, Edith e Percy Thompson. 10 luglio 1921:

Infatti, nel giugno 1922, stanco dell’impegnativo legame clandestino, per lo più a distanza, Frederick le ha scritto di voler troncare. Non si sono più scritti fino a settembre, quando lei ha ripreso a contattarlo, lamentandosi che Percy la maltratta ed è violento. Non è vero, ma Edith sa che Frederick ha uno spirito molto cavalleresco e non la abbandonerebbe mai in una situazione così difficile.

I due si rivedono qualche volta, sempre di nascosto, dopo il rientro di Frederick in patria. Cosa si dicano, non si sa.

La sera del 3 ottobre 1922, Percy e Edith, accompagnati dagli zii di lei, i signori Laxton, vanno a seguire uno spettacolo al Criterion Theatre di Piccadilly Circus. Salutati gli zii, la coppia torna in treno a Ilford, dove arriva alle 23,30. La passeggiata fino a casa è piuttosto breve ma, mentre percorrono la strada pressoché deserta, una figura spunta dal buio di un giardino, alle loro spalle, e li aggredisce. Edith viene sbattuta a terra e Percy, dopo una breve lotta, è ripetutamente accoltellato. Le grida di Edith fanno accorrere della gente dalle case che affacciano per strada, ma l’aggressore è già fuggito e Percy è morto dissanguato.

Edith è evidentemente sotto choc e la polizia aspetta l’indomani per interrogarla. Intanto, però, interroga un bel po’ di altre persone, non solo i presenti ma anche tutto il giro di amicizie e conoscenze della coppia. E da questi interrogatori emerge la storia tra Edith e Frederick. A ogni buon conto, Frederick viene fermato.

Quando alla stazione di polizia le mostrano l’amante in stato di fermo, i poliziotti mentono a Edith, dicendole che ha già confessato. Edith crolla e confessa non soltanto la relazione tra loro ma anche i suoi sospetti che l’aggressore possa essere proprio lui.

Finisce che le credono solo su quest’ultimo punto e arrestano anche lei. Finiscono a giudizio, lui come esecutore materiale e lei come mandante.

Il processo si tiene a dicembre e, nella migliore tradizione inglese, dura pochissimo, solo due giorni, dal 9 all’11. Edith ha assunto un ottimo avvocato, Henry Curtis-Bennett, ma non lo ascolta. Curtis-Bennett le suggerisce di non andare al banco dei testimoni, perché il compito di provare la sua colpevolezza spetta all’accusa e questa ha in mano davvero poco per dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che lei è coinvolta. Ma Edith non intende ragioni: sa che l’unico modo che ha di cavarsela consiste nello scaricare ogni colpa su Frederick, ma questo significa anche spedire Frederick dritto alla forca, invece lei è decisa a salvarlo.

Il maggior penalista inglese del tempo, Edward Marshall Hall, commenterà in seguito che, al posto di Curtis-Bennett, avrebbe preferito rimettere il mandato piuttosto che perdere la causa per la mancanza di collaborazione del cliente.

La difesa di Frederick, affidata all’avvocato Cecil Whiteley, punta su un alleggerimento dell’accusa. La versione è che Frederick voleva solo parlare con Percy, ma quest’ultimo ha reagito violentemente e Frederick ha perso la testa. Ha tirato fuori il coltello solo perché, in precedenza, Percy lo aveva minacciato dicendo di essersi procurato una pistola e che non avrebbe esitato a usarla contro di lui.

La deposizione di Edith è un disastro. Al pubblico ministero Thomas Inskip non sembra vero di poterla dare in pasto non solo alla giuria, ma anche al pubblico, leggendo i brani più compromettenti delle sue lettere e chiedendole chiarimenti cui lei riesce a dare solo risposte imbarazzanti. L’accusa fa un uso molto disinvolto della corrispondenza sequestrata, divulgando solo le parti che le fanno comodo, facendo apparire Edith come un mostro senza scrupoli.

La difesa ha voglia di insistere sul fatto che, qualunque cosa sia scritta nelle lettere, non prova in nessun modo che Edith ha commissionato l’omicidio del marito. Il giudice Shearman è evidentemente parziale: ogni volta che interviene, è sempre a favore dell’accusa. Ripete ossessivamente la parola “adulteri” come se questo bastasse a giustificare la condanna capitale. Più tardi, tanti osserveranno che questo processo è diventato un caso nazionale, perché i moralisti più sfegatati (e ipocriti) lo vedono come un’occasione per impartire una dura lezione alla gioventù spensierata che conduce una vita sempre più libera seguendo i modelli importati dagli USA. Colpirne uno per educarne cento, si direbbe altrove. La campagna di stampa contro gli amanti assassini è martellante: tutte le principali testate pretendono un verdetto esemplare.

Frederick, a parte la versione concordata con il suo avvocato, non fa nulla per scaricarsi delle sue responsabilità. Ammette tutto, ma ripete continuamente di aver preso l’iniziativa da solo, che Edith non c’entra niente.

Il verdetto è di colpevolezza per entrambi, la condanna è la forca.

L’andamento del processo cambia un po’ l’orientamento dei giornali. Con la sua giovanile lealtà e dignità, Frederick si è guadagnato parecchie simpatie. E poi, molti pensano che sia stato plagiato dalla maliarda Edith. In poco tempo, una petizione raccoglie un milione di firme perché la sua condanna capitale sia trasformata in una pena detentiva. Forse, in altre circostanze, la commutazione sarebbe cosa fatta, ma non adesso. Per graziare Frederick, che è materialmente l’assassino ed è pure reo confesso, bisognerebbe graziare anche Edith, che tecnicamente non ha ucciso nessuno ed è stata condannata sulla base di prove a dir poco molto dubbie. Ma non c’è niente da fare: Edith, l’adultera che ha stregato due uomini condannandoli di fatto entrambi a morte, la deve pagare. Questo è quanto pensano i giudici, e le condanne sono confermate.

Anche se i due sono reclusi in due carceri diversi di Londra, Frederick a Holloway e Edith a Pentonville (i due complessi, tra loro, distano meno di un km), le esecuzioni dovranno essere simultanee, fissate per le 9 di mattina del 9 gennaio 1923.

Frederick ha passato gli ultimi giorni tentando ancora, con l’assistenza del suo avvocato, di scagionare Edith. Le sue ultime parole, prima che la botola si apra sotto i suoi piedi, saranno:

Edith non c’entra niente!

Edith è rimasta sconvolta innanzitutto dalla condanna. Secondo i suoi conoscenti, era davvero convinta di possedere abbastanza carisma da convincere i giurati, così come aveva sempre fatto colpo sui clienti della Carlton & Prior. Ma, poiché la sua condanna si basa su prove inesistenti, spera nella grazia. Quando arriva la notizia che questa è stata rifiutata, crolla. Nei giorni precedenti all’esecuzione non farà altro che avere una crisi isterica dietro l’altra, senza più né dormire né toccare cibo. Il giorno dell’impiccagione, mentre le guardie la tengono ferma, il medico del carcere le inietta un sedativo. Sarà trasportata da quattro guardie, ormai incosciente, alla forca, e impiccata senza rendersene conto.

La sentenza e la mancata grazia, ovviamente, hanno destato ogni sorta di critiche, che non si sono spente nemmeno oggi, a quasi un secolo di distanza. Ma l’analisi più acuta sembra quella dell’avvocato e criminologo Edgar Lustgarten (1907-78), autore anche di famosi romanzi gialli, compreso “Signori della corte…”, riconosciuto come uno dei capolavori del genere.

Lustgarten scrisse che il processo, tecnicamente, non presentava nessun errore e che i giurati avrebbero potuto benissimo giungere a una decisione senza lasciarsi condizionare dalla pressione dei mass media e dalle insinuazioni del giudice Sherman. Ma, semplicemente, nessuno si sforzò di “capire” cosa fosse accaduto e perché. Il caso Thompson-Bywaters è uno di quelli che dimostrano come anche un sistema giuridico apparentemente perfetto possa rivelarsi ottuso e fallace quando smette di considerare gli oggetti del suo giudizio come dei normali esseri umani, inseguendo il miraggio di una gelida “imparzialità” che andrebbe bene al massimo per giudicare degli automi.

 

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.