Una storia che parte come tante altre e poi finisce in un modo davvero molto particolare. Comincia il 2 giugno 1856: quando, a Udine, nasce Alberto Olivo. Figlio di commercianti benestanti, manifesta quello che appare subito come un ingegno precoce ai genitori, specie alla madre, donna energica e passionale che impone le proprie decisioni al padre, timido e riservato. E la decisione che riguarda Alberto è la seguente: il ragazzo studierà e diventerà un uomo importante e famoso.

La seconda parte della profezia è destinata ad avverarsi, perché Olivo sarà famosissimo, ma la prima no. Finisce il liceo e si diletta di Letteratura, di Poesia e perfino di Matematica, ma questo grande ingegno non è, e per sistemarsi deve emigrare a Milano, dove peraltro trova facilmente un buon posto, da contabile presso la grande ditta di porcellane Richard Ginori, pagato 175 lire al mese (circa 800 euro di oggi: per i tempi, uno stipendio di tutto rispetto, perché gli affitti degli immobili e i prezzi degli alimentari erano proporzionalmente molto più bassi).

Sotto, la fotografia di Olivo nella sua autobiografia:

Per i primi 10 anni, nel suo “quartierino” signorile (è dotato perfino di bagno) in via Macello (oggi via Modestino), fa vita da single, passando il tempo libero soprattutto a comporre sonetti nello stile di Giovanni Prati e Aleardo Aleardi (i due poeti più letti del tempo, tutt’altro che memorabili) ma decisamente peggiori dei loro. Poi, nel 1895, decide di mettere su famiglia: contatta un sensale e, attraverso questo, conosce una serva semianalfabeta di 27 anni, arrivata a Milano dalle campagne biellesi, Ernestina Beccaro, che gli sembra la donna adatta, perché gli ricorda l’amata e ormai defunta madre.

Il matrimonio appare già abbastanza eterogeneo ed è difficile che funzioni, ma inizialmente nulla lascia presagire il disastro che sarà. Disastro che sarà originato da diverse cause:

  1. La spaventosa tirchieria di Olivo, che reagisce alla sola idea di cacciare un centesimo come se pretendessero di cavargli un litro di sangue
  2. La grettezza mentale di Olivo stesso, che sarà pure un intellettuale e un poeta ma, quanto al ruolo sociale delle donne, non transige: la donna deve servire sottomessa l’uomo, punto e basta
  3. La volontà di Ernestina di innalzarsi socialmente, unica ragione che l’aveva spinta a sposare quell’uomo azzimato e piuttosto insignificante
  4. Il fatto che Ernestina, per quanto ignorante, sia tutt’altro che stupida, e che voglia emanciparsi attraverso l’istruzione
  5. I carattere di entrambi, che si alterano facilmente e sono sempre pronti a farsi a vicenda terrificanti scenate, anche partendo da spunti insignificanti.

Gli studiosi che si sono occupati successivamente del caso hanno intravisto nella figura di Ernestina una forma di istintiva ribellione protofemminista. La donna, infatti, non pretende né lussi né regali, ma solo che lui le paghi un maestro che la istruisca. Olivo fa un sacco di storie ed Ernestina si trova un altro sponsor, un medico che abita nella stessa strada, di cui diviene l’amante. Olivo, non si sa se per apertura mentale o per opportunismo (è più facile credere alla seconda ipotesi), passa sopra il tradimento senza battere ciglio, ma dopo un po’ si mette a temere che i due siano in combutta per eliminarlo, avvelenandogli il cibo. Queste cose, però, le racconterà solo molto tempo dopo, quando gli farà comodo.

Purtroppo per Ernestina, dopo qualche tempo, il medico si trasferisce. Il ménage domestico fatto di litigi e scenate riprende, ancora più intensamente di prima, al punto che tutti i pochi amici e conoscenti, come pure i vicini di casa, imbarazzati, smettono completamente di frequentare la coppia.

Sotto, il Macello a Milano, nei pressi dell’abitazione degli Olivo:

Prima o poi, in una situazione del genere, si arriva ai ferri corti. Olivo ed Ernestina ci arriveranno letteralmente, la notte del 16 maggio 1903. Di queste circostanze, però, abbiamo solo la testimonianza di Olivo, e dobbiamo prenderla per quello che può valere. Dunque, la sera del 15, sabato, Olivo si è coricato che non si sentiva molto bene. In mezzo alla nottata si sveglia, in preda a non meglio precisate “febbri”, e sveglia la moglie ordinandole di andare in cucina a preparargli qualcosa di caldo. Com’è facilmente prevedibile, Ernestina lo manda dritto a quel paese, perciò Olivo è costretto ad alzarsi e ad andarci direttamente lui.

Mentre è al tavolo e sta tagliando un limone, sarà il rumore, sarà il lume acceso che la disturba, ma Ernestina, dalla stanza da letto, attacca a insultarlo in tutti i modi, chiamandolo impostore, vigliacco, porco e stupido: insulti che oggi ci scivolerebbero addosso ma all’epoca suonavano piuttosto pesanti. Olivo se li tiene, ma quando lei prende a insultare anche la memoria della sua adorata mamma (che Ernestina definisce “una vacca”) gli monta la rabbia alla testa, lascia cadere il limone ma non il coltello, con il quale vuole solo minacciare la donna, e si precipita nella camera da letto. Si sa, in certi casi una parola tira l’altra e, alla fine, dopo qualche ora, si risveglierà nel letto con il coltello insanguinato in mano e il cadavere sbudellato di Ernestina al proprio fianco.

E’ ormai la mattina del 16, una luminosa domenica di primavera: miracolosamente, le “febbri” gli sono passate. Porta il corpo di Ernestina in cucina e lo distende sul tavolo. Poi esce, va dal barbiere, si fa una gita fuori porta in omnibus e mangia in una trattoria, si ritira verso le 23. Passa la notte sul divano, chiedendosi se sia meglio costituirsi o ammazzarsi.

Notoriamente, la notte porta consiglio e, in questo caso, il consiglio è: nessuna delle due cose. Nessuno ha sentito nulla, nessuno si interessa dei fatti loro, nessuno sa nulla, non ci sono amici o conoscenti che si interessino della sorte di Ernestina. La quale, peraltro, aveva espresso ripetutamente l’intenzione di andare a trovare i suoi parenti nel biellese. Perché non mandarcela, quanto meno ufficialmente?

Il lunedì mattina, Olivo non va al lavoro, mette in una valigia tutti gli effetti personali della moglie ed esce, raccontando a chiunque incontra che lei è partita e lui sta andando a spedirle tutto. In realtà, pensa di disfarsene gettando la roba da qualche parte, magari nei Navigli. Poi ci ripensa, non gli sembra abbastanza sicuro, e se ne va al mercato di Porta Venezia, dove vende tutto, compresa la valigia, ricavandoci pure 12,50 lire.

Ma cosa fare ora di Ernestina? Dopo un paio di giorni (in cui è ufficialmente costretto in casa da una malattia) di approfondite riflessioni, Olivo si fa venire in mente un’idea. Con un coltello, apre la cassa toracica e ne tira fuori i vari organi, che fa a pezzi e poi getta un po’ alla volta nel water. Poi stacca testa, braccia e gambe dal tronco, impasta tutto con naftalina per coprire l’odore (il cadavere si sta già decomponendo) e ficca tutto in un baule. Poi fa bollire diverse pentole d’acqua e, con questa, lava via tutto il sangue che è rimasto in giro.

Per completare tutto il lavoro impiega 4 giorni

Ora però il corpo deve finire in una specie di tomba, dove possa restare indisturbato fino al Giorno del Giudizio. Olivo è una persona istruita e sa che il Mar Ligure è profondo: quindi, il 23 maggio, prende il treno e si porta il baule a Genova. Sceso a Principe, si trascina il peso fino al porto e si rivolge a un barcaiolo, offrendogli un lauto compenso (per dire, quanto è importante per lui la questione) in cambio di un giro del golfo. Si porta ovviamente dietro il baule, lasciando perplesso il barcaiolo. Il quale resta ancora più perplesso quando il baule, in modo apparentemente del tutto casuale, scivola già dalla barca appena questa arriva in mare aperto, e a Olivo, che prima non se ne sarebbe separato per nulla al mondo, pare che non gliene freghi nulla.

Prima di tornare a casa, mentre aspetta il treno, Olivo fa un altro strappo alla regola della sua tirchieria e si fa un’abbuffata di pesce fritto in una trattoria di San Benigno.

Sembrerebbe che tutto sia andato alla perfezione, ma i calcoli di Olivo hanno sottovalutato un paio di dettagli. Per esempio, che le correnti marine nel golfo tendono a portare gli oggetti galleggianti verso la costa anziché verso il largo.

E poi, che Ernestina non ne vuole proprio sapere di lasciarlo in pace, neanche da morta

Infatti, entro pochi giorni, il baule riemerge, viene ripescato e portato alla polizia e, una volta riaperto, rivela il suo macabro contenuto. Tutta Genova si mette in allarme: che la città ospiti un emulo di Jack Lo Squartatore? A rassicurare i suoi compaesani, provvede il barcaiolo, che non si è certo dimenticato di quello strano passeggero e va a raccontare tutto alla polizia. Era un signore che veniva da fuori, afferma con certezza. Allora i poliziotti allertano tutte le delegazioni di pubblica sicurezza del Nord Ovest d’Italia.

Olivo ha commesso un altro errore, credendo che ai suoi vicini, dato che non li frequentavano, non importasse nulla di lui e di Ernestina. Ai vicini qualcosa doveva importare, se qualcuno ha notato l’improvvisa scomparsa di Ernestina e se ne è chiesto il perché. I poliziotti di Milano non hanno ancora deciso cosa fare per quella segnalazione da Genova, quando arriva loro una lettera, anonima ma ben circostanziata, che invita a cercare la signora Ernestina Beccaro in Olivo, ufficialmente tornata a Biella. Un agente va a Biella a incontrare i parenti della donna e scopre che questi non la vedono da mesi. A questo punto, fermare e interrogare il marito è d’obbligo.

Per Olivo, la scoperta che il suo piano è fallito è un trauma: infatti, confessa appena gli dicono che il baule è stato ritrovato. Il processo, che si tiene nel giugno del 1904, passerà alla Storia per la sua assurdità. La difesa di Olivo punta sull’infermità mentale, Olivo non è d’accordo e smentisce i suoi stessi avvocati, ma comunque la Corte stabilisce che Ernestina è morta per uno sfortunato incidente, che Olivo non intendeva farle del male. Dal mondo intellettuale e accademico, si levano alcune voci molto polemiche verso questa sentenza: in particolare il sociologo Scipio Sighele, anticipando le conclusioni della criminologia moderna, afferma che lo scempio del cadavere deve essere visto come una continuazione della violenza sul vivo. Ma non lo ascolta nessuno.

Scipio Sighele (1868-1913)

Fortunatamente (si direbbe) la Cassazione annulla il processo, che viene rifatto nel dicembre dello stesso anno. Stavolta, tra i periti chiamati a testimoniare, c’è anche quello che è considerato il più importante criminologo italiano, Cesare Lombroso.

Questi, mentre scrive saggi a volte brevi e volte ponderosi tra cui “Cenni per una carta igienica d’Italia”, “Sulle orine degli alienati”, “Caso di politrichia e sviluppo anormale del pelo in una cretinosa microcefala” e simili (esistono davvero, uscirono soprattutto sulla prestigiosa rivista “Igea” di cui fu anche direttore), ha l’occasione di mettere alla prova un’altra volta la sua teoria dell’uomo “naturalmente delinquente”.

Il folto pubblico ascolta l’insigne cattedratico sdottorare dal banco dei testimoni, Lombroso parla parla e riesce a non dire nulla, lasciando la Corte ancora più confusa di prima. E, anche per questo, la sentenza sarà se possibile ancora più insulsa della precedente: Olivo viene assolto, perché non c’è alcuna certezza che sia stato lui a uccidere la moglie, è il solo testimone e afferma di non ricordare nulla, quindi è possibile che, mentre lui era incosciente, sia entrato qualche estraneo in casa e abbia commesso il delitto.

Durante il processo, con le sue pose che variavano, a seconda dell’umore, dal poeta maledetto all’uomo perbene ingannato da una donna perduta, Olivo si è guadagnato l’ammirazione di parecchi fans, in gran parte donne, che lo trovano irresistibilmente affascinante. Molte gli inviano proposte di matrimonio, e una è così insistente da indurlo a cedere: sarà un’unione molto più felice della precedente, come attesta con sicurezza il fatto che la nuova moglie gli sopravviverà.

Dopo qualche anno trascorso all’estero, Olivo rientra a Milano e vive tranquillamente fino al 18 dicembre 1942. Per decenni è una sorta di attrazione in piazza San Fedele, dove passa il suo tempo libero nei caffè, raccontando la sua storia ad ammiratori e curiosi, senza stancarsene mai.

Dopo la sua morte, il tema del suo delitto ispira diversi scrittori e artisti, di cui il più importante è Dino Buzzati. Questo, sempre appassionato sia di nera sia di forme espressive alternative, realizza nel 1966 un fumetto che racconta la vicenda, pubblicato sul “Corriere d’informazione”. Il testo di Buzzati, ironico e polemico verso la “giustizia”, è uno dei primi a rendere onore alla dignità della povera Ernestina.

Nel 1988, Bollati Boringhieri pubblica, curato da Ermanno Cavazzoni, il memoriale redatto da Olivo tra i due processi, “Ira fatale”, dal quale emergono abbastanza chiaramente sia la megalomania sia l’istrionismo del personaggio.

Ira Fatale di Alberto Olivo, acquistabile su Amazon:

In tempi più recenti, l’artista e criminologo Roberto Paparella, curatore del “Museo di arte criminale” di Olevano il Lomellina (PV), ha ricostruito in cera, basendosi sui verbali di polizia del tempo, l’aspetto del baule di Olivo appena aperto. E’ una visione, va detto, piuttosto impressionante, tant’è vero che l’autore ha rimosso le immagini che inizialmente aveva pubblicato sulla sua pagina di Facebook.

 

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.