Il Caso Aldo Moro: i 55 giorni che cambiarono l’Italia

Quel giorno, il 13 maggio del 1978, ci sono proprio tutti nella Cattedrale di Roma, la Basilica di San Giovanni in Laterano: il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il presidente della Camera Pietro Ingrao, il presidente del Senato Amintore Fanfani, il primo ministro Giulio Andreotti e tutti i massimi esponenti della vita politica del paese.

Giulio Andreotti e Aldo Moro – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

A officiare la messa è il cardinale vicario Poletti, ma è il Santo Padre Paolo VI a leggere un’omelia, scritta di suo pugno, dolente e quasi priva di speranza. Il pontefice non dovrebbe essere lì – un protocollo secolare vieta ai papi di presenziare ai funerali fuori dalle mura vaticane – eppure lui, sofferente e sconfitto, sembra essere l’unica presenza reale tra i tanti personaggi che appaiono come vuoti simulacri di un potere che cerca di sopravvivere a sé stesso, mettendo in scena una commemorazione funebre che, se non fosse per la tragicità del contesto, si potrebbe considerare una farsa.

Aldo Moro e la sua famiglia in Vaticano con papa Paolo VI – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Tutte le persone presenti, rappresentanti delle istituzioni e della politica, partecipano a una commemorazione funebre in presenza di una bara vuota. Il corpo del defunto non c’è, e per un motivo molto semplice: l’uomo che si vuole onorare, i funerali di stato non li voleva, come non voleva che fossero presenti “né autorità dello Stato, né uomini di partito”.

Quell’uomo era il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, che avevano voluto portare “l’attacco al cuore dello Stato“, fino alle estreme conseguenze.

Aldo Moro negli anni ’70 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

L’intransigenza delle istituzioni e di tutti i partiti politici – fanno eccezione solo i socialisti, i radicali e qualcuno che si dissocia a titolo personale – nel rifiutare qualsiasi trattativa con i terroristi, ha per Moro la stessa valenza di una pugnalata alle spalle, tanto che in una delle sue numerose lettere dalla prigionia, rimarca “la cattiveria di tutti i democristiani […] E Zaccagnini (segretario della D.C. e suo amico personale; n.d.r.) come può rimanere al suo posto? E Cossiga (ministro dell’interno; n.d.r.) che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro“.

Francesco Cossiga e Aldo Moro – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Non risparmia nemmeno il P.C.I.: “Parlo innanzitutto del Partito Comunista, il quale, pur nella opportunità di affermare esigenze di fermezza, non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che m’ero tanto adoperato a costituire“.

Quella surreale commemorazione funebre di Moro, alla quale non partecipano né la moglie Eleonora né i quattro figli, simboleggia, per molti analisti politici, il funerale della Prima Repubblica, e comunque segna indelebilmente un prima e un dopo nella vita politica del Paese.

Aldo Moro al Quirinale nel 1966 – Immagine di Quirinale.it di pubblico dominio via Wikipedia

I funerali dell’onorevole Moro, quelli veri, si sono già svolti, nella più assoluta riservatezza, il 10 maggio, nel piccolo paese di Torrita Tiberina, secondo la volontà dello statista: “Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con le loro preghiere e il loro amore“.

Anche il cielo imbronciato, in quel giorno di primavera inoltrata, sembra voler accompagnare, con le sue lacrime, l’ultimo viaggio di quell’uomo morto certamente per mano dei terroristi, ma che, pur da cristiano fervente e praticante qual era, ha rifiutato di assolvere e giustificare i suoi compagni di partito.

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Gli anni di piombo

Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, l’uccisione dei cinque uomini della scorta, l’intransigenza dello Stato, non possono essere spiegate senza fare un cenno a quel periodo storico, tra il finire degli anni ’60 e l’inizio degli ’80, che sarà poi chiamato “anni di piombo”.

Le contestazioni globali del biennio 1967/68, avevano illuso, in particolare la generazione più giovane, che un cambiamento della società, in un’ottica di maggiore giustizia ed eguaglianza sociale, fosse lì, a portata di mano.

Ma non era così

Amintore Fanfani e Aldo Moro – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Gli anni di piombo furono un periodo di estrema violenza, connotato, da un lato, da attentati e stragi funzionali alla cosiddetta strategia della tensione, pianificati da apparati deviati dello Stato e messi in atto da gruppi dell’estrema destra – la strage di Piazza Fontana, nel 1969, segna per molti l’inizio degli anni di piombo – mentre, dall’altro, c’è la progressiva radicalizzazione di molti componenti dei numerosi gruppi della sinistra extraparlamentare, che sfocerà nella lotta armata e, nel caso delle Brigate Rosse, nella scelta della clandestinità. Scelta che comporta la necessità di autofinanziarsi, con rapine e poi con i sequestri di persona, per affrontare tutte le spese connesse a quel tipo di vita: affitti, documenti falsi, sussistenza, armi.

L’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura dopo la strage di piazza Fontana – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La cornice di questa situazione è la guerra fredda: il mondo è diviso tra il blocco atlantico e quello sovietico; l’Italia (sempre penalizzata dalla sua strategica posizione geografica), che fa parte di quello occidentale e della NATO, ha, però, il partito comunista più forte d’Europa, cosa che impensierisce non poco gli Stati Uniti, totalmente ostili a quel compromesso storico (l’appoggio del P.C.I. al governo guidato dalla D.C.), tanto voluto sia da Enrico Berlinguer sia da Aldo Moro. E comunque, nemmeno l’URSS vede di buon occhio quella collaborazione tra comunisti e democristiani, quella strada di “democrazia progressiva”, in netto contrasto con le posizioni sovietiche.

Il 16 maggio del 1978, il nuovo governo monocolore guidato da Giulio Andreotti, appoggiato dal P.C.I., doveva presentarsi in Parlamento per ottenere la fiducia: la svolta storica sta per compiersi, ma viene sepolta (in realtà il governo Andreotti IV nascerà comunque, come una sorta di coalizione d’emergenza) dalla tragedia che, nel volgere di pochi minuti, si compie a Roma in via Fani.

Giulio Andreotti – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La coincidenza del rapimento di Aldo Moro con la data di inizio del nuovo governo induce a pensare che le B.R. abbiano scelto il politico democristiano proprio per il suo impegno in quella svolta storica, che i brigatisti – in un’ottica rivoluzionaria che vuole cancellare il capitalismo – non possono certo approvare. Vogliono, invece, che lo Stato riconosca la loro organizzazione come soggetto politico con il quale trattare.

In realtà, secondo quanto poi testimoniato dai brigatisti coinvolti (ad eccezione di Moretti, che adduce proprio il motivo sopracitato) la scelta era stata più casuale, o meglio, più opportunista: in un primo tempo avevano pensato a Giulio Andreotti, rinunciando per le difficoltà di fuga connesse al luogo di residenza del senatore; la seconda scelta era Amintore Fanfani ma, pare per motivi abbastanza futili, lo scartano. Aldo Moro è invece un obiettivo che rientra nelle loro possibilità, anche se l’attuazione del progetto richiede molto tempo: serve una casa dove tenere prigioniero l’onorevole, occorre studiare minuziosamente i suoi diversi spostamenti e individuare il luogo giusto dove agire con il minor rischio possibile, anche per chi si fosse trovato casualmente nei paraggi. Proprio per evitare rischi ai bambini di una scuola, viene scartata l’ipotesi – di più facile attuazione – di rapire Moro mentre prega nella sua quotidiana sosta mattutina nella chiesa di Santa Chiara. E ancora, i terroristi, la sera prima dell’attentato, tagliano tutte e quattro le gomme del furgone di un fiorista che parcheggia il suo mezzo sempre in via Fani, proprio per evitare che intralci l’azione e che rimanga coinvolto nella sparatoria.

Aldo Moro a Barletta – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

A nome della brigatista Anna Laura Braghetti, non ancora entrata in clandestinità, le B.R. acquistano (con i soldi del rapimento dell’armatore Pietro Costa), nel 1977, un appartamento al numero 8 di via Montalcini, dove la donne vive ufficialmente con quello che spaccia per il suo fidanzato, ma che, in realtà, è il terrorista Germano Maccari. In quell’appartamento, dove per tutta la durata del sequestro si nasconde anche Prospero Gallinari (già latitante), viene rinchiuso Aldo Moro per 55 giorni, fino al tragico epilogo della vicenda.

Anna Laura Braghetti – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Atto primo: il rapimento

Alle ore 10 del 16 maggio è prevista la presentazione del governo Andreotti al Parlamento. Poco prima delle ore 9, Aldo Moro esce di casa, in via Forte Trionfale, e sale sul sedile posteriore dell’auto blu, una Fiat 130 non blindata, guidata dall’appuntato Domenico Ricci, mentre il maresciallo dei carabinieri Oreste Lombardi, responsabile della sicurezza dell’onorevole, siede a fianco all’autista. Li segue l’auto di scorta, con a bordo tre poliziotti: Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino, tutti sotto i trent’anni di età.

Commemorazione funebre per Moro. In prima fila da sinistra: il presidente della Camera Ingrao, il presidente della Repubblica Leone, il presidente del Senato Fanfani e il presidente del Consiglio Andreotti – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Probabilmente Moro vuole fare la consueta sosta alla chiesa di Santa Chiara, ma non ci arriva: all’incrocio fra via Mario Fani e via Stresa, tra le 9:02 e le 9:05, un gruppo di fuoco composto da quattro brigatisti uccide tutti e cinque gli uomini della scorta, lasciando illeso l’onorevole, che viene immediatamente trascinato a bordo di una Fiat 132 blu.

L’agguato è stato pianificato nei minimi dettagli: sul luogo della strage, attenendosi alle risultanze processuali (molti sono i dubbi lasciati dalle dichiarazioni dei terroristi, discordanti tra loro, e anche da quelle dei testimoni, che in alcuni casi non hanno trovato riscontro) sono presenti 11 brigatisti, a garantire il perfetto svolgimento dell’operazione, che si conclude in tre minuti.

I quattro brigatisti che, travestiti da assistenti di volo, spararono sulla scorta: Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

I terroristi sono in attesa dell’onorevole, ma non hanno la certezza che le due auto facciano proprio quel percorso; quindi mettono in conto di doversi appostare anche nei due o tre giorni successivi, fino a quando la loro presenza non desterà sospetti. E come fare a non destare sospetti in un periodo in cui l’allerta terrorismo è sempre molto alta? I quattro componenti del gruppo di fuoco, fermi all’angolo fra via Stresa e via Fani, indossano  divise dell’Alitalia, così da far pensare di essere in attesa del pulmino aziendale. All’angolo tra via Trionfale e via Fani c’è Rita Algranati, ragazza ventenne che, con un mazzo di fiori in mano, ha un’aria innocua, ma, in realtà, è lì per segnalare ai compagni l’arrivo di Moro e della scorta. Mario Moretti – dirigente della colonna romana delle B.R – seduto al posto di guida di una Fiat 128 con targa diplomatica, aspetta fermo sul lato destro di via Fani, prima dell’incrocio con via Stresa, proprio come Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri, a bordo di una seconda 128. Dopo l’incrocio c’è Barbara Balzerani, su un’altra auto dei terroristi (sempre una 128) parcheggiata in senso opposto, in modo da potersi facilmente immettere in via Stresa, una volta compiuta la strage.

Barbara Balzerani – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Al segnale lanciato da Algranati, Moretti esce dal parcheggio in modo da trovarsi davanti alla Fiat 130 di Moro, mentre la seconda 128 si posiziona subito dietro l’auto di scorta. All’incrocio tra via Fani e via Stresa, Moretti si ferma di colpo mentre Seghetti e Casimirri, in coda, impediscono ogni via di fuga mettendo l’auto di traverso. Immediatamente entra in azione il gruppo di fuoco: Valerio Morucci e Raffaele Fiore (arrivato da Torino) freddano prima Leonardi e poi l’autista, che ha qualche secondo per tentare la fuga, visto che le armi dei due terroristi si inceppano. Purtroppo, le disperate manovre del carabiniere non portano a nulla, anche perché un’auto parcheggiata sulla destra gli impedisce di uscire da quella trappola. Così pure Domenico Ricci rimane ucciso dai colpi del mitra che Morucci è riuscito a sbloccare. Contemporaneamente, Gallinari e Bonisoli (arrivato da Milano) massacrano i tre uomini della scorta. Anche i loro mitra si inceppano, tanto che Iozzino fa in tempo a sparare qualche colpo, ma viene freddato dai due brigatisti con le pistole di scorta.

Moro viene trascinato sulla 132 posizionata all’incrocio da Bruno Seghetti, e insieme a lui salgono Moretti e Fiore. L’auto si allontana velocemente, seguita dalla 128 con a bordo Casimirri, Lojacono e Gallinari, mentre Bonisoli e Morucci – dopo aver preso due delle cinque borse di Moro – salgono sull’altra 128 con Barbara Balzerani, che ha tenuto sotto controllo, armi in mano, l’incrocio.

Alessio Casimirri – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Le tre vetture dei terroristi riescono a dileguarsi prendendo strade secondarie (una era bloccata da una catena, spezzata da Balzerani con una tronchesi) e dopo aver recuperato un’altra auto – una Dyane – e un furgone Fiat 850, i brigatisti si ritrovano tutti in Piazza Madonna del Cenacolo, dove Moro viene trasbordato dalla 132 al furgone, e messo all’interno di una cassa di legno. Le tre auto usate durante l’agguato vengono tutte abbandonate – contemporaneamente, a detta dei brigatisti – in via Licinio Calvo. Il gruppo si scioglie: Balzerani si allontana a piedi mentre Bonisoli e Fiore arrivano con i mezzi pubblici alla stazione Termini, da dove ripartono per Milano; Moretti, che guida il furgone con a bordo Moro, arriva al parcheggio sotterraneo di un supermercato Standa, dove lo raggiungono Morucci e Seghetti con la Dyane. C’è anche Gallinari, ma non è chiaro come ci sia arrivato, e forse Germano Maccari. Senza destare alcun sospetto – proprio perché l’azione si svolge nel parcheggio di un supermercato – la cassa di legno viene spostata dal furgone nell’auto di Anna Laura Braghetti, un’Ami 8.

Con quella vettura Moretti e Gallinari portano Moro in via Montalcini, dove è stata allestita la “prigione del popolo”, un vano cieco nascosto da una libreria. È passata circa mezz’ora dall’agguato in via Fani e, alle 10:10, Morucci, da una cabina pubblica, telefona all’Ansa per rivendicare l’annientamentodelle teste di cuoio di Cossiga” e il rapimento dell’onorevole Moro.

Valerio Morucci durante uno dei processi per il sequestro Moro – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La notizia della strage e del rapimento si diffonde immediatamente, e la reazione del governo non ancora in carica, ma votato in tutta fretta, delle forze politiche e della società civile è immediata: studenti e lavoratori si riuniscono spontaneamente per testimoniare il loro sdegno, le associazioni sindacali proclamano, già alle 10.30, uno sciopero generale, mentre il segretario della CGIL, Luciano Lama, ha parole di fuoco nei confronti dei terroristi. C’è comunque qualcuno che festeggia: tutti gli aderenti a quei gruppi della sinistra extraparlamentare che sostengono la necessità della lotta armata.

Alle ore 10:50, nella sede Ansa di Torino, giunge un messaggio con il quale si richiede la liberazione, entro 48 ore, dei brigatisti detenuti a Torino (dove è in corso il processo contro di loro), ma anche di altri terroristi militanti in gruppi diversi.

L’agguato di via Fani: la Fiat 130 del politico Aldo Moro, bloccata dall’auto del brigatista Mario Moretti, tamponata dall’Alfa Romeo Alfetta della scorta di Moro – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Atto secondo: la detenzione

I 55 lunghissimi giorni della prigionia di Moro sono scanditi dai comunicati delle B.R., che rendono conto del “processo” intentato al politico, dalle lettere che lo statista scrive ai dirigenti della D.C. e alla famiglia, dalle roventi polemiche – tra politici, intellettuali, giornali e sindacati – sui motivi di fondo che hanno originato la lotta armata e sulla linea da tenere nel caso specifico, dalle frenetiche indagini che spesso girano a vuoto e comunque non portano ad alcun risultato, nonostante l’entrata in vigore di leggi speciali in materia di intercettazioni telefoniche, fermo di polizia, interrogatori senza avvocato.

Muro con manifesto appeso all’indomani del rapimento di Aldo Moro – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Quando Aldo Moro, il 30 marzo, esorta Cossiga a trattare con i terroristi, perché “il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità, mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurre a salvarli, è inammissibile”, tutti i giornali parlano di lettera estorta, scritta sotto costrizione. Il fermo rifiuto di trattare con i brigatisti, da parte del governo e della D.C. viene condiviso da quasi tutti i partiti – con la particolare eccezione dei socialisti – e da qualche voce solitaria come quella del comunista Terracini, del socialdemocratico Giuseppe Saragat, del presidente della Repubblica Giovanni Leone, disposto a firmare la grazia a un brigatista non di spicco, e di intellettuali come Leonardo Sciascia e Alberto Moravia.

Reazioni analoghe seguiranno a tutte le lettere di Moro, ormai considerato un “fantoccio” in mano alle B.R.

Il presidente della Repubblica Giovanni Leone – Immagine di Quirinale.it di pubblico dominio via Wikipedia

Il 16 aprile, con il comunicato numero 6, i brigatisti dichiarano concluso il processo a Moro, condannato a morte dal tribunale del popolo. Nei giorni seguenti, il papa chiede “in ginocchio” agli “uomini delle brigate rosse”, di liberare il senatore senza condizioni, mentre l’ultimo filo di speranza è legato a qualche iniziativa della Caritas e di Amnesty International, e si fanno più pressanti le richieste di chi, come Bettino Craxi, invoca non una trattativa, ma la ricerca di una strada che porti al rilascio dello statista. Anche il segretario dell’ONU lancia un appello ai “membri” delle B.R., perché liberino Moro, cosa che infastidisce il partito trasversale della fermezza, che lo legge come un riconoscimento politico dei terroristi.

Bettino Craxi negli anni ’80 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

In questo contesto così drammatico, quando tutti sono convinti che il tempo dell’onorevole stia per scadere, arriva il comunicato numero 7 delle B.R., nel quale si annuncia la morte (il “suicidio”) di Moro e si forniscono le indicazioni per trovare la salma, “nei fondali limacciosi del lago Duchessa” (in provincia di Rieti). Mentre le ricerche del corpo di Moro impegnano centinaia di uomini, qualcuno ipotizza che quel comunicato sia falso, perché non corrisponde allo stile dei brigatisti, né nella forma né nel contenuto.

Due giorni dopo esce un altro comunicato, il numero 7, quello vero, con il quale i brigatisti dimostrano che Moro è ancora in vita, accusano Andreotti di essere l’autore del falso, e concedono ancora 48 ore di tempo alla D.C. per trattare uno scambio tra l’onorevole e non meglio specificati prigionieri politici. Si fanno, invece, i nomi di tredici detenuti da scarcerare nel comunicato numero 8, uscito il 25 aprile, anniversario della Liberazione.

Intanto, non si fermano le lettere che Moro indirizza ai suoi colleghi di partito e non (in tutto ne scrive 86), che a questo punto assumono il tono di testamento politico, ma niente riesce a scalfire il granitico fronte della non-trattativa.

La famiglia, disperata, mette i democristiani di fronte alle loro responsabilità, con un comunicato pubblicato dal Corriere: “Sappia la delegazione democristiana che il comportamento di immobilità e di rifiuto di ogni iniziativa ratifica la condanna a morte”. Mentre le indagini continuano a non approdare a nulla e le B.R. compiono attentati in tutta Italia, mentre si moltiplicano gli appelli del papa, i giorni passano inesorabili e i terroristi capiscono di non avere alcun margine di trattativa. In realtà, lo hanno già capito quando è uscito il falso comunicato numero 7: quel dichiarare morto Aldo Moro è stato un modo per far intendere che la faccenda si sarebbe dovuta chiudere così. A scrivere quel documento – lo si scoprirà molto dopo – è probabilmente un affiliato della banda della Magliana, forse su incarico dei servizi segreti statunitensi, che volevano porre fine al pericolo rappresentato dalle possibili “confessioni” di Moro.

Posti di blocco della polizia durante il sequestro Moro – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Atto terzo: la morte

Il 6 maggio esce il comunicato numero 9: Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri politici perché venisse sospesa la condanna e Aldo Moro venisse rilasciato, dobbiamo soltanto registrare il chiaro rifiuto della D.C. Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato“.

Ogni speranza è persa e, come commenta l’avvocato Spazzali – difensore di molti brigatisti – “c’è solo da domandarsi chi voleva veramente Moro vivo. Nessuno. Né le BR, né la DC. Solo la moglie e i figli”.

Aldo Moro durante la prigionia – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Il 7 e l’8 maggio sono giorni di attesa, cupi e silenziosi, durante i quali tutti si interrogano sulla sorte di Moro, che viene assassinato nelle prime ore del 9 maggio. L’onorevole, con la scusa di essere condotto in un altro covo, viene portato nel garage di via Montalcini e fatto sdraiare nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, rubata in precedenza. Solo dopo avergli steso una coperta addosso, Moretti lo uccide con una pistola o forse una mitraglietta. L’auto poi, con a bordo Moretti e Maccari, viene abbandonata in pieno centro a Roma, in via Caetani, strada simbolicamente vicina sia alla sede della D.C. sia a quella del P.C.I. Alle 12.30, Valerio Morucci telefona a un assistente di Moro, Francesco Tritto, per affidargli – “adempiendo alle ultime volontà del presidente” – il triste incarico di comunicare alla famiglia dove trovare la salma del loro congiunto.

Ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La notizia si diffonde immediatamente, molti politici accorrono sul luogo del ritrovamento e Cossiga presenta le sue dimissioni. La moglie e i figli di Moro pretendono che siano rispettate le volontà del defunto riguardo funerali di stato, manifestazioni e cerimonie pubbliche: “La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia”.

A 45 anni di distanza, nonostante ci siano ancora diversi punti oscuri, si può ragionevolmente affermare che il quadro della vicenda è abbastanza chiaro: non esistono riscontri certi e provati di eventuali ingerenze dei servizi segreti italiani, sovietici o statunitensi nell’esecuzione della strage, del rapimento e dell’esecuzione di Moro, fatta eccezione per quel falso comunicato numero 7. Non è coinvolta né la mafia né la ‘ndrangheta. Insomma, i brigatisti, per loro stessa ammissione (e avrebbero probabilmente avuto qualche vantaggio a tirare in ballo altri) hanno fatto tutto da soli, nonostante le testimonianze contrastanti di alcuni presenti che hanno sentito parlare i killer in una lingua straniera e visto due uomini fuggire in moto.

Aldo Moro nel 1978 – Immagine del Dutch National Archives condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 nl via Wikipedia

Dubbi rimangono anche sulla ricostruzione fatta dai brigatisti sulla fuga da via Fani e sul fatto che Moro sia rimasto prigioniero tutto il tempo in via Montalcini, visto che aveva sui vestiti della sabbia; nemmeno la mancata risposta degli uomini della scorta di Moro è inspiegabile, ma è piuttosto la prova che non ci fosse un addestramento e un protocollo adeguato (i loro mitra erano nel bagagliaio), e forse nemmeno una reale consapevolezza del rischio di un rapimento. E comunque, la velocità fulminea del commando non ha consentito alcuna reazione significativa.

Detenuti brigatisti durante il processo per il sequestro Moro – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Nel corso del tempo si è scoperto che non tutti i brigatisti erano d’accordo con l’uccisione di Moro, che le indagini avrebbero potuto essere più approfondite, magari tenendo in considerazione un indizio fornito forse da qualcuno vicino alle B.R., ma in disaccordo con quanto stava succedendo. Certo, l’indizio è arrivato agli inquirenti in maniera inconsueta e imprecisa, apparentemente poco attendibile, ma se quella pista fosse stata seguita fino in fondo, forse le cose sarebbero andate in maniera diversa.

Stretta di mano tra il segretario comunista Enrico Berlinguer e il presidente democristiano Aldo Moro – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La seduta spiritica

Raccontata oggi, sembra una storia assurda e non credibile, eppure in quegli anni lì – quando in televisione aveva successo un personaggio che riusciva a piegare i cucchiaini e far ripartire gli orologi con la forza del pensiero – improvvisare sedute spiritiche, specie tra ragazzi, era un passatempo abbastanza diffuso, come fosse un gioco di società. Quando lo fanno degli stimati professori dell’Università di Bologna, magari stupisce un po’ di più, ma non poi così tanto, se si considera il contesto in cui avviene.

Aldo Moro al congresso della Democrazia Cristiana nel 1959 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Il 2 aprile del ’78, il professor Alberto Clò organizza un pranzo per colleghi e colleghe, con relative famiglie, nella sua casa in collina a Zappolino, alle porte di Bologna. Ci sono in tutto dodici adulti – tutti sotto i 40 anni – e alcuni bambini. La giornata piovosa impedisce di trascorrere il pomeriggio all’aria aperta e così l’allegra comitiva decide di cimentarsi in una “seduta paranormale”, utilizzando il classico sistema del piattino: un rudimentale modo per mettersi in contatto con l’aldilà e ottenere risposte dagli spiriti. Sul tavolo si posiziona un grande tabellone dove sono scritte in cerchio le lettere dell’alfabeto, i numeri, e talvolta le risposte secche “sì” e “no”. Al centro si mette un piattino sul quale i partecipanti appoggiano un dito, aspettando che uno spirito evocato lo faccia muovere in modo da formare una parola di senso compiuto. 

È un gioco che, probabilmente, nessuno dei presenti prende sul serio, visto che intorno ci sono bambini rumorosi e, comunque, a tratti qualcuno si allontana per fare altro. Insomma, l’atmosfera non è certo quella di una seduta spiritica “seria”, tuttavia, i presenti evocano, nientemeno, gli spiriti di Don Luigi Sturzo e di Giorgio La Pira. Spiriti che, evidentemente, si prendono gioco di loro, perché all’inizio si susseguono solo lettere alla rinfusa. Le domande vertono sulla sorte di Aldo Moro e sul luogo dove è tenuto prigioniero, a distanza di due settimane dal rapimento. Dopo un po’, però, il piattino, senza trucco e senza inganno da parte di nessuno (tutti testimoniano di esserne convinti), forma le parole Bolsena, Viterbo e poi Gradoli. Tutti conoscono le prime due località, ma nessuno sa se esista una Gradoli e dove sia. La conferma, senza i supporti tecnologici odierni, può arrivare solo da una cartina geografica, che qualcuno recupera dall’auto. Prendendo in esame l’area di Viterbo e del lago di Bolsena, arriva la conferma che Gradoli esiste: è un piccolo paese che si trova sulla strada statale 74.

Giorgio La Pira – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

A quel punto, visto che nessuno dei presenti ammette di aver mai saputo dell’esistenza di quel paese, tutti si convincono che l’indicazione arriva dall’aldilà.

Uno di quelle dodici persone è un professore di economia che negli anni a venire diventerà una personalità di spicco della D.C. e rivestirà importanti incarichi (da ministro e poi due volte presidente del Consiglio) sia in Italia sia in Europa: Romano Prodi.

È proprio lui, due giorni dopo, a raccontare al portavoce di Zaccagnini di quella “seduta paranormale” e delle informazioni ricevute, così riassunte: Gradoli, vicino al lago di Bolsena e Viterbo, sulla SS 74, con l’aggiunta del particolare di una casa isolata con cantina.

Romano Prodi, Sandro Pertini e Giulio Andreotti nel 1978 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Nelle testimonianze che si susseguono negli anni nei vari processi, quelle dodici persone tengono il punto senza mai cambiare versione, ma qualcuno ammette che, ad esempio, l’indicazione sulla Statale 74 possa essere stata aggiunta nella confusione del momento, semplicemente perché era un particolare desunto dalla cartina.

Le indagini subito effettuate a Gradoli non portano a nulla, ma quella strana storia torna alla ribalta quando, il 18 aprile, a Roma, in via Gradoli 96, viene casualmente scoperto – per un rubinetto lasciato aperto che aveva provocato un’infiltrazione d’acqua – un covo delle B.R. Non la prigione di Moro, ma l’appartamento dove avevano vissuto, fino ad allora, Mario Moretti e Barbara Balzerani, usciti di casa quella mattina presto. Tralasciando tutte le ipotesi – credibili o meno – sul fatto che il covo sia stato scoperto solo per volontà dei brigatisti, la coincidenza fra il nome della via a Roma (peraltro sulla strada per Viterbo) e quello del paese indicato nella seduta spiritica, ha fatto nascere, nel corso del tempo, illazioni a non finire e ricostruzioni al limite del paradossale. Vale la pena riportarne una per tutte: isolando l’ultima sillaba di Gradoli, GRADO-LI, si ottiene LI, che in numeri romani corrisponde a 51; cifra usata dalla massoneria come indicativa del grado gerarchico maggiore. Dove porti questo ragionamento non è ben chiaro, ma è comunque esplicativo di come la tragica vicenda di Moro sia stata indagata, molto spesso, più sulla base di speculazioni arbitrarie che non di riscontri fattuali.

Veduta di Gradoli – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Lascia comunque stupiti una circostanza affermata dalla moglie di Aldo Moro, ma smentita dagli inquirenti: la signora Eleonora, dopo il mancato riscontro nel paese di Gradoli, aveva chiesto di verificare se a Roma ci fosse una strada con quel nome, verifica che, a quanto pare, non è mai stata fatta.

Al di là di tutte le supposizioni, la versione oggi ritenuta più credibile per spiegare uno dei misteri ancora irrisolti del caso Moro, è abbastanza semplice: la seduta spiritica come escamotage per riferire un’informazione senza fornire indicazioni sulla fonte. Forse, a uno dei professori presenti a Zappolino sono arrivate voci su Gradoli, da uno dei tanti studenti vicini all’ambiente della lotta armata, ma dissidente rispetto alla linea di Moretti, e così ha usato il trucco del piattino per rivelare la notizia. Oppure non c’è stata nessuna seduta spiritica e le dodici persone coinvolte – tutte a conoscenza di quella voce – si sono messe d’accordo per fornire quella versione. Comunque siano andate le cose, rimane il fatto che quell’informazione è al tempo stesso vera e falsa, e si è probabilmente distorta nel passare di bocca in bocca. Su questo mistero difficilmente si farà mai luce, come su altri lati della vicenda, mai chiariti del tutto.

Aldo Moro nel 1972 – Immagine di Quirinale.it di pubblico dominio via Wikipedia

Eppure una cosa certa c’è: i brigatisti, pentiti o non pentiti, comunque tutti sconfitti da un presente all’opposto di come lo immaginavano, rivendicano l’assoluta autonomia del loro pensiero e delle loro azioni, rigettando fermamente l’ipotesi di essere stati manovrati da forze occulte. Anche nel loro caso, giudicherà la storia.


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