Il Cappellaio di Alice nel paese delle Meraviglie, si sa, è “Matto”.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

        Un attore impersona il  Cappellaio Matto

In realtà lo scrittore, Lewis Carroll, lo chiama semplicemente Hatter (cappellaio), senza aggiungere l’aggettivo matto, inserito in edizioni successive. Del resto non ce n’è bisogno, le cose che dice e fa mostrano da sole la sua innocente follia:

“Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com’è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa! Ciò che è, non sarebbe e ciò che non è, sarebbe…”

Il modo di dire “mad as a hatter”, matto come un cappellaio, era già in uso da molto tempo in Gran Bretagna e forse non si discostava da altri analoghi, tipo “pazza come una lepre di marzo”, che indicava una persona eccentrica, o “pazza come una gallina bagnata”, per definirne una rabbiosa.

Matto come un cappellaio potrebbe quindi essere un modo di dire senza un riferimento a niente di reale, mentre il personaggio di Carroll potrebbe essere la personificazione letteraria di Teofilo Carter, un mobiliere piuttosto eccentrico che costruiva stravaganti orologi (come quello, senza ore, del Cappellaio Matto) e usava portare il cilindro.

Potrebbe invece esserci un’altra spiegazione, molto più inquietante, sia per il modo di dire, sia per lo strano personaggio (ma quale non lo è nel meraviglioso mondo di Alice?) del Cappellaio Matto, legata proprio al metodo di fabbricazione dei cappelli da uomo, accessorio irrinunciabile per i gentiluomini sette/ottocenteschi.

L’industria dei cappelli si trasforma nei primi decenni del ‘700, quando viene introdotto l’uso del mercurio, che fa risparmiare tempo e denaro nel processo di lavorazione del feltro, detta carotatura. La scoprono gli ugonotti in Francia, mantengono per un po’ quel segreto industriale, e poi lo esportano in Gran Bretagna, paese dove nessun uomo elegante avrebbe mai rinunciato a indossare la sua tuba.

Gentiluomini vittoriani

I cappellai immergono le pelli di piccoli animali, tipo conigli, lepri, castori, in una soluzione di nitrato di mercurio, di un bel colore arancione, che aiuta a separare, in modo efficace e rapido, il pelo dalla pelle. E già in quella fase respirano vapori di mercurio, poi chissà quanto ne assorbono quando devono terminare il lavoro, separando a mani nude il pelo dalla pelle. Dopodiché mettono a bollire il pelo compattato dal mercurio in acqua, dove hanno disciolto degli agenti chimici, per farlo infeltrire. E anche quella fase non è meno pericolosa, con le mani che si bagnano in un’acqua velenosa. C’è poi la sagomatura del feltro, anche quello ormai tossico, e la successiva rifinitura del cappello con materiali pregiati, come pelle o seta.

Fasi della lavorazione dei cappelli

In Gran Bretagna e Francia, dove è più fiorente l’industria dei cappelli, inizia una strage silenziosa:

Gli operai che lavorano a contatto con il mercurio a stento raggiungono i 50 anni d’età, mentre molti dei loro bambini muoiono nella prima infanzia

I sintomi dell’intossicazioni da mercurio sono evidenti: tremito incontrollato delle mani, macchie gialle sulla pelle, un’impressionante magrezza, una strana colorazione arancione, quasi fosforescente, dei capelli, e poi un comportamento stravagante e instabile, talvolta pericoloso, che forse fa nascere quel modo di dire, matto come un cappellaio.

Il Cappellaio Matto con i capelli arancioni – 1921


E se il personaggio di Carroll è un’innocua e divertente macchietta, non lo erano altrettanto i cappellai che si avvelenavano col mercurio.

La sindrome del cappellaio matto, chiamata eretismo, portava con sé irritabilità, depressione, una forma patologica di timidezza, deliri, tremori, spasmi e perdita di memoria.

L’avvelenamento da mercurio colpisce gli operai delle fabbriche di cappelli, e non gli uomini che poi li indossano, perché le loro teste non vengono mai a contatto con il feltro tossico. Forse è per questo che il mercurio continuò ad essere usato, nonostante la sua pericolosità fosse nota già da fine ’700, ancora fino alla metà del scorso.

Agli inizi del ‘900 i governi di Francia, Gran Bretagna e Russia, finalmente mettono fuori legge l’uso del mercurio nell’industria tessile, mentre gli Stati Uniti lo faranno solo nel 1941, e nemmeno con una legge ad hoc. Semplicemente il governo impone ai cappellai di usare un altro tipo di soluzione (il perossido di idrogeno, già noto dal 1874 e mai adottato) per infeltrire le pelli, solo perché il mercurio è in quel momento indispensabile all’industria bellica.

                 Un cappellaio negli Stati Uniti – 1938

Dopo duecento anni di morti inutili, tutto è bene quel che finisce bene?

Non proprio, perché se oggi non ci sono più i cappellai matti, quell’idea di un maggior profitto ad ogni costo, anche in termini di vite umane, non è certo passato di moda.

Tutte le immagini sono di pubblico dominio.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.