Nei pressi della città portuale di Chittagong, in Bangladesh, si trova uno dei più grandi cantieri di demolizione navale al mondo. Il sito si estende per circa 20 chilometri lungo la costa sulla Baia del Bengala, dove oltre 200.000 lavoratori bangladesi recuperano milioni di tonnellate di materiali da oltre 100 navi l’anno.

La distruzione delle navi recuperandone i materiali è un processo impegnativo, dovuto alla complessità strutturale delle navi e a problematiche legate all’inquinamento ambientale e alla salute delle persone che lavorano. Il sito esiste dal 1969, e da allora sono state migliaia le grandi navi demolite. Le navi, ad esempio le petroliere, vengono distrutte gettando in mare i residui tossici, ad esempio il fondo delle cisterne con il greggio, e il cantiere è stato oggetto più volte di indagini da parte di Greenpeace, in collaborazione con la Federazione internazionale dei diritti umani e la YPSA (Young Power in Social Action).

Il lavoro di demolizione che conducono gli operai di Chittagong è estenuante: spesso armati solo di un coltellino, svitano i bulloni, spezzano i rivetti e rompono le saldature, il tutto in modo da recuperare la maggior quantità di ferro possibile. Fra loro ci sono adulti, che rischiano la propria vita, ma anche bambini, spesso impiegati per raggiungere i tunnel e cunicoli più angusti. Nelle navi sono presenti numerosi materiali tossici, fra cui non solo i residui petroliferi ma anche amianto e altre sostanze pericolose.

Un cantiere nato per caso

Nel 1960, dopo un grave ciclone, la nave greca M D-Alpine rimase bloccata sulle rive di Sitakunda, a Chittagong. Non poteva essere nuovamente messa in mare e quindi rimase lì, per diversi anni. Nel 1965, la Chittagong Steel House acquistò la nave e la sezionò per recuperarne i materiali. Furono impiegati diversi anni per demolire la nave, ma quella fu la scintilla che avviò l’industria cantieristica di demolizione principale del Bangladesh.

Durante la guerra di liberazione del paese, nel 1971, una nave pakistana, la “Al-Abbas”, rimase danneggiata dai bombardamenti e, in seguito, venne recuperata da una squadra sovietica e portata sulla riva del Fauzdarhat. Una società locale, la Karnafully Metal Works Ltd, lo acquistò come rottame nel 1974, inaugurando ufficialmente l’industria di demolizione navale del Bangladesh.

L’industria crebbe costantemente durante gli anni ’80 e, verso la metà degli anni novanta, il paese venne classificato al secondo posto nel mondo per numero di tonnellate recuperate. Oggi rappresenta una grande e redditizia industria del Bangladesh.

Il Cantiere più grande e pericoloso al mondo

Nel 2008 c’erano 26 cantieri navali nella zona e nel 2009 c’erano 40. Dal 2004 al 2008 l’area fu considerata il più grande cantiere navale del mondo. Nel 2012 però il cantiere rappresentava soltanto un quinto dell’industria mondiale delle demolizioni, sceso rapidamente da un impressionante 50% degli anni precedenti. Il vantaggio economico per le aziende derivante dalla demolizione in Bangladesh ha un costo elevatissimo in termini di inquinamento e vite umane. Soltanto fra il 2011 e il 2012 morirono almeno 30 persone nel cantiere di Chittagong (probabilmente molti di più, questi furono solo quelli dichiarati) a causa delle precarie condizioni di lavoro e totale controlli di sicurezza. A Chittagong si muore schiacciati dall’acciaio, cadendo da grandi altezza o investiti da esplosioni di materiali infiammabili.

Il cantiere, nonostante l’enorme mole di navi demolite, non si è mai organizzato in una moderna industria di recupero, e l’improvvisazione e la totale assenza di norme favorisce l’inquinamento ambientale e la morte dei lavoratori.

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Fotografie di Nabiq HosseinStéphane M. Grueso condivise con licenza Creative Commons.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...