Shark Island: prova tecnica di un genocidio. Quando, alla fine della seconda guerra mondiale le forze alleate scoprono in tutto il suo orrore la realtà dei campi di concentramento nazisti e il genocidio degli ebrei, non sanno, o preferiscono non ricordare, che qualcosa di simile era già stato perpetrato dai tedeschi negli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900. Non sanno, o forse fanno finta di non sapere, perché quello sterminio di intere popolazioni è avvenuto molto lontano dalla civile Europa, in Africa, e in fondo si trattava di “selvaggi”.

Memoriale al campo di concentramento di Shark Island – Namibia

Immagine di Johan Jonsson via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

Il termine inglese scrumble for Africa (sgomitare per l’Africa) rende meglio del più blando corsa all’Africa o dell’asettico quanto agghiacciante spartizione dell’Africa. Comunque la si voglia chiamare, la colonizzazione del Continente Nero da parte di Belgi, Francesi, Italiani, Portoghesi, Spagnoli, Britannici e Tedeschi (senza considerare i Boeri di origine olandese) è un lungo racconto di atrocità e violenza. Alla vigilia della seconda guerra mondiale gli europei avevano occupato il 90% del territorio africano.

La spartizione dell’Africa

Immagini di Kayac via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Più o meno tutti sanno cos’è stato l’Apartheid, o quante furono le atrocità commesse in Congo quando era un territorio di proprietà personale di Leopoldo II, forse molti non sanno che il primo campo di concentramento in Africa fu costruito dagli Inglesi durante la guerra con i Boeri, e probabilmente pochi conoscono la storia di Shark Island, in Namibia, che all’epoca era l’Africa Tedesca del Sud-Ovest.

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Shark Island è un posto desolato e solitario, oggi unito artificialmente alla terra ferma. Un luogo inospitale che, tra il 1904 e il 1908, divenne un campo di concentramento tedesco per le popolazioni Herero e Nama, talmente disumano che lo stesso comandante Von Zulow lo ribattezzò Isola della Morte.

Shark Island rappresentò, per la quasi totalità dei detenuti, l’ultima tappa nella tragica lotta all’invasione della loro terra. Il fine dei tedeschi era lo sterminio di quelle popolazioni, perpetrato attraverso la tortura, la fame e i lavori forzati:

Un anticipo di quello che avverrà in Europa qualche decennio dopo

Gli Herero erano popolazioni nomadi di pastori, arrivati in Namibia nel 17° secolo, dove convivevano, e spesso si scontravano, con i Nama (chiamati Ottentotti dagli europei), originari di quella terra.

Nel 1884 la Germania si prese il territorio corrispondente all’incirca all’attuale Namibia e lo dichiarò una sua colonia.

I tedeschi si appropriarono della terra coltivabile e del bestiame, imposero alle popolazioni locali dei “trattati di protezione” che in realtà le lasciava senza nessun diritto. I primi a ribellarsi furono i Nama, tra il 1893 e il 1894, seguiti a ruota da altri gruppi, finché, nel 1904, gli Herero scatenarono una rivolta che i colonizzatori fecero fatica a domare.

Il governatore tedesco Theodor Leutwein con il Capo Herero Samuel Maharero (seduto) – 1895

Immagine di pubblico dominio

Il capo della rivolta, Samuel Maharero, diede ordini precisi: dovevano essere attaccati solo agricoltori, commercianti e soldati tedeschi. Donne, bambini, missionari e bianchi non tedeschi non dovevano essere toccati. Gli Herero tagliarono i fili del telegrafo, distrussero le linee ferroviarie, si ripresero il bestiame e riuscirono a occupare le basi militari più piccole. Durante questa guerriglia furono uccisi all’incirca 150 coloni tedeschi: un affronto che la Germania non poteva digerire, quella sfida alla superiorità dei bianchi da parte dei “selvaggi” era intollerabile.

Adrian Dietrich Lothar von Trotha

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Il governatore Theodor Leutwein fu sostituito dal Tenente Generale Adrian Dietrich Lothar von Trotha, autorizzato a reprimere la rivolta con ogni mezzo, lecito o illecito.
E d’altronde la sua filosofia era ben chiara:

Una guerra umana non può essere condotta contro coloro che non sono umani

Lothar von Trotha sconfisse gli Herero nell’aprile del 1904, e diede inizio a quello che sarà definito “il primo genocidio del XX secolo”, la mala pianta che darà i suoi frutti qualche decennio dopo, in Europa.

Prigionieri Herero

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Gli Herero furono costretti a ritirarsi nelle aree desertiche della Namibia ma, non contenti, i Tedeschi avvelenarono ogni sorgente d’acqua e poi misero nero su bianco, con un provvedimento senza precedenti nella storia del colonialismo, il loro fine ultimo, lo sterminio.

Lothar von Trotha scrisse quest’ordine:

“Io, il grande generale delle truppe tedesche, invio questa lettera al popolo Herero… Tutti gli Herero devono lasciare questa terra … All’interno dei confini tedeschi, ogni Herero, trovato con o senza un fucile, con o senza bestiame, verrà ucciso…. Questa è la mia decisione per il popolo Herero”.

Il generale si assunse la responsabilità di quell’ordine, che però arrivava dalle più alte autorità tedesche, il cancelliere von Bülow, il Kaiser Gugliemo II, con l’appoggio delle più importanti imprese finanziarie dell’epoca.

Il cancelliere Bernhard Fürst von Bülow

Immagine di Bundesarchiv via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Molti Herero scapparono nel protettorato britannico del Bechuanaland (oggi Botswana), mentre quelli che rimasero furono rinchiusi nei campi di concentramento. I prigionieri erano in gran maggioranza donne, bambini e anziani, che venivano utilizzati per costruire la città e il porto di Luderitz, e poi una linea ferroviaria.

Sfruttati fino allo sfinimento, finché non morivano per la fame e le botte

C’erano poi le imprese tedesche, che potevano “affittare” le donne e i bambini come forza lavoro a costo zero, con facoltà di uccidere quegli schiavi, purché ne comunicassero il decesso alle autorità. C’erano poi le donne destinate ai bordelli per le forze armate tedesche, che misero al mondo bambini di razza mista, destinati a una fine orribile, cavie per gli “scienziati” tedeschi.

Prigionieri trasportati su carri bestiame

Immagine di pubblico dominio

La furia di von Trotha non risparmiò nemmeno i Nama: diecimila furono uccisi in diverse battaglia e novemila furono confinati nei campi di concentramento. Shark Island era il peggiore di tutti: un’isola arida battuta da un vento freddo, dove presto cominciarono a dilagare le malattie e la morte. Chi cadeva durante il lavoro veniva picchiato finché non si rialzava o moriva.

Una delle poche testimonianze sulla vita a Shark Island si deve a un cercatore di diamanti britannico, Fred Cornell: “Freddo – perché le notti spesso sono terribilmente fredde lì – la fame, la sete, i maltrattamenti, la malattia e la follia reclamavano decine di vittime ogni giorno, e ogni giorno venivano caricati carri con i loro corpi… sepolti in pochi centimetri di sabbia durante la bassa marea, e quando arrivava l’alta marea i corpi venivano fuori, cibo per gli squali”.

Cornell non vide una cosa ancor più raccapricciante: i teschi dei cadaveri raccolti e spediti in Germania a musei, università e scienziati. Quella pratica veniva così descritta:

“I teschi Herero furono imballati in scatole dalle truppe tedesche dell’Africa Sud Occidentale, per essere inviati all’istituto patologico di Berlino, in modo che potessero essere usati per misurazioni scientifiche. Le donne Herero rimossero carne, pelle e capelli dai teschi usando pezzi di vetro rotto. I teschi appartenevano a Herero uccisi in azione o impiccati.”

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Il genetista Eugen Fischer si trasferì nella colonia tedesca, per studiare le sue teorie sulla razza, quelle che avrebbero portato alla proibizione dei matrimoni misti, alle sterilizzazioni forzate, al concetto di superiorità della razza ariana, in pratica a tutto ciò cui si ispirò poi il nazismo. Fischer fece poi carriera sotto la protezione di Hitler ed ebbe come allievo Josef Mengele (ma non fu mai perseguito dopo la guerra).

Eugen Fischer

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Quando alla fine, nel 1908, i tedeschi riuscirono a reprimere tutte le rivolte nel territorio della colonia, il 75% degli Herero (40.000 persone) era stato ucciso, e circa il 50% dei Nama. Si stima che solo a Shark Island morirono 3.000 persone.

Ma al di là della terribile realtà di questi numeri, lo storico Jürgen Zimmerrer, osserva:

E’ importante vedere come la storia della Germania in Africa sia poi continuata con i suoi oscuri capitoli, più noti, negli anni ’30 e ’40. In Africa, la Germania ha sperimentato i metodi criminali che in seguito ha applicato durante il Terzo Reich, ad esempio attraverso … la colonizzazione dell’Europa centrale e orientale … C’è una tendenza tra il pubblico a considerare il periodo nazista come un’aberrazione di una storia altrimenti illuminata. Ma il coinvolgimento con la nostra storia coloniale ci mette di fronte a una tesi più scomoda“.

Non molti paesi colonialisti, in realtà, hanno ancora affrontato quella pagina di storia recente con la quale occorre fare i conti ancora oggi.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.