Tre ore e quindici minuti, il tempo di un sospiro nell’arco di una vita. Un tempo infinito, fatto solo di terrore e morte, fuoco e devastazione, per chi era lì a Guernica, quel 26 aprile del 1937.

Guernica dopo il bombardamento

Immagine di Bundesarchiv via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

E’ lunedì, giorno di mercato nella piccola ma importantissima città basca, luogo di riferimento di tutta la tradizione del popolo dei Baschi, con la sua Quercia, simbolo ancestrale.

Le persone arrivate dai paesi vicini, secondo alcune testimonianze, sono andate via presto, perché il sindaco ha fatto chiudere il mercato intorno al mezzogiorno, per il timore di un’avanzata delle forze ribelli del generale Francisco Franco, che sono attestate a una decina di chilometri più a sud.

Il generale Francisco Franco negli anni ’30


A Guernica vivono circa 5.000 persone, ma in quel tempo di guerra civile molti repubblicani si sono rifugiati nella regione e nella cittadina, ed è impossibile quindi sapere quante persone ci fossero in città.

Sono le 16.30 quando dal campanile della chiesa di Guernica suona il primo allarme. Tutti corrono nei rifugi, che sono stati approntati nel corso di circa un anno, dopo i bombardamenti di Ochandiano e sopratutto quello di Durango (quest’ultimo compiuto un mese prima principalmente da aerei italiani), che avevano causato un impressionante numero di morti civili.

L’avanzata delle forze nazionaliste di Franco, in blu, e le regioni ancora in mano ai repubblicani, in rosso.

Immagine di E. Gomez Fernandez via Wikipedia – licenza CC BY 2,5

Quegli allarmi, le campane della chiesa e le sirene delle tre fabbriche di armi di Guernica continueranno a suonare fino alle 19.30. Il sacerdote Alberto de Onainidia, subito dopo il bombardamento, riassume quelle tre ore di orrore con poche e chiare parole:

“Erano stati aerei tedeschi inviati su Guernica per fare una prova di guerra totalitaria. Fu il primo esempio di questo tipo di combattimenti: le prime bombe per allarmare la popolazione [la gente iniziò a lasciare le strade e nascondersi in rifugi e scantinati], poi ondate di bombardieri con esplosivi seguiti da bombe incendiarie, e infine, velivoli leggeri che mitragliavano a ripetizione i disgraziati che intendevano fuggire per salvare le loro vite.”

Heinkel He 111 dell’aviazione tedesca

Immagine di Bundesarchiv via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Gli aerei dell’aviazione tedesca (Heinkel He 11) e italiana (Savoia Marchetti S.M. 79) per tre ore e un quarto, tra le 16.30 e le 19.45, alternando le formazioni, scaricano bombe a esplosione per costringere la popolazione a uscire dai rifugi, poi bombe incendiarie per sterminarla. Alla fine arrivano quelli che mitragliano tutti i fuggitivi in cerca di scampo nelle campagne: è “l’anello di fuoco”, una tattica così battezzata dal comandante di quell’operazione, Wolfram von Richthofen (cugino di Manfred von Richthofen, il Barone Rosso), che per quel nome prende a riferimento l’opera di Wagner “L’anello dei Nibelunghi”.

Savoia Marchetti S.M. 79


Alla fine di quella terribile giornata, le tre fabbriche di armi di Guernica sono intatte, nessuna via di fuga strategica è bloccata, nessun edificio governativo distrutto, e il piccolo ponte Renteria (l’obiettivo del bombardamento, secondo le molto successive dichiarazioni delle forze aeree tedesche) è ancora in piedi.

In pratica, un bombardamento inutile

L’attacco, che mira a colpire esclusivamente la popolazione civile e la città, è un esperimento, effettuato in una giornata non scelta a caso.

Chi decide la data sa che il lunedì è giorno di mercato a Guernica, un’occasione che poteva riunire anche 10.000 persone nelle strade della città.

L’attacco parte all’improvviso, senza voli di ricognizione: gli aerei si materializzano a metà pomeriggio e non lasciano scampo: la morte dei civili e la distruzione della città servono a testare quel tipo di azione che sarà poi ripetuta spesso nella seconda guerra mondiale:

“A Guernica è stata effettuata la prima prova di una chiara strategia: rompere i vecchi limiti morali e le regole della cavalleria del 19° secolo e promuovere la guerra totale, senza regole, che stermina le vite non solo dei militari che prendono le armi ma anche dei familiari che sono rimasti a casa” afferma lo storico britannico Paul Preston.

La piccola città è l’anima dei Paesi Baschi, ma è anche un punto strategico per la sua posizione e per quelle tre fabbriche di armi rimaste intatte, che avrebbero fatto molto comodo alle forze nazionaliste di Franco. Il generale si ostinerà per anni a negare la paternità del massacro, e incolperà “le orde rosse” di aver dato fuoco alla città.

Peccato che il giorno dopo quel tragico 26 aprile arriva in città un inviato del giornale britannico Times, George Steer, che in giornata invia alla testata il suo articolo, pubblicato il 28 aprile.

La tragedia di Guernica, di George Steer, sul Times

Il giornalista chiama in causa l’aviazione tedesca, che nega ostinatamente di aver partecipato all’azione. In una relazione interna, il generale dell’aeronautica italiana Pietro Pinna, nel 1937 rapporta l’episodio con queste parole: “La distruzione di Guernica, compiuta dagli apparecchi tedeschi ed italiani, ha dato la misura di quanto può fare l’aviazione contro un centro abitato.”

Poi, alla fine della seconda guerra, qualche aviatore sopravvissuto della Legione Condor confessa di aver partecipato all’operazione, che doveva avere come obiettivo il ponte Renteria: solo il forte vento avrebbe deviato le bombe sulla città. Una teoria insostenibile, sia perché quel giorno non c’era vento sia perché, se l’obiettivo fosse stato realmente il ponte, non sarebbero servite né le bombe incendiarie né le mitragliette. Solo durante il processo di Norimberga, il creatore della Luftwaffe Hermann Göring, alla fine ammette: “Guernica è stato un terreno di prova per la Luftwaffe. È stata una vicenda spiacevole, d’accordo! Ma non potevamo fare altrimenti perché non avevamo un altro posto per sperimentare i nostri aeroplani”.

Il numero delle vittime del bombardamento non potranno mai essere accertate. Il bilancio varia tra i 100 e i 1600 morti, con una stima probabile intorno ai 300.

Il 28 aprile le truppe di Franco entrano a Guernica e bruciano tutti i documenti anagrafici conservati nella chiesa di Santa Maria, rendendo di fatto impossibile il conteggio delle vittime. Si premurano però di rendere omaggio ai simboli della cultura basca, per non perdere l’appoggio di quella parte della popolazione che li sostiene.

Tutta l’orribile vicenda è rimasta avvolta per decenni in una cortina di fumo, con tante versioni diverse a seconda di chi la raccontava.

Guernica di Pablo Picasso, esposta al Prado di Madrid nel 2006

Immagine di PromoMadrid via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.0

Chi però la racconta meglio è Pablo Picasso, che inizia a dipingere la sua Guernica a Parigi, dopo aver letto l’articolo di Greer sul Times.

Senza bisogno di parole il genio spagnolo esprime con gli spenti toni del bianco e nero l’orrore di tutte le guerre, una realtà senza vita e senza colore dove, forse, brilla appena una piccole luce di speranza.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.