Le malattie dentali e gengivali rappresentano un grosso problema che affligge l’uomo dalla notte dei tempi. Nell’antichità non c’erano i mezzi di cui disponiamo oggi per lavarci i denti e disinfettare il cavo orale, per cui infezioni, carie e gengiviti erano all’ordine del giorno e le dentature perfette erano una vera rarità.

Anche se oggi nei paesi occidentali e industrializzati lavarsi i denti è una pratica diffusa e generalizzata, moltissime persone soffrono a causa di problemi ai denti: per lenire il dolore ed evitare che una piccola infiammazione possa degenerare in una patologia più grave, l’ideale è affidarsi alle mani esperte del dentista una volta individuati i primi sintomi delle malattie gengivali.

Ma nell’antichità si lavavano i denti? E come venivano interpretate e curate le malattie dentali e gengivali? Questo articolo vuole rispondere a queste domande, per comprendere l’evoluzione dell’igiene orale nel corso dei secoli.

Malattie dentali, un problema antico

Anche se non chiamavano le malattie dentali come le chiamiamo noi oggi, anche gli antichi egizi, greci e romani sapevano che una scarsa igiene dentale poteva causare molti disturbi: gonfiori, sanguinamenti e dolori alle gengive, ma anche perdita di denti e infezioni, le più pericolose se si considera l’assenza di antibiotici e antisettici.

Diverse fonti scritte confermano questa consapevolezza degli antichi e dimostrano anche la loro volontà di curare le patologie dentali, attraverso trattamenti ed estrazioni, che possiamo inserire tra le prime pratiche di odontoiatria della storia.

Tra i testi più noti ci sono i papiri medici egizi, che forniscono molte informazioni sulla pratica medica di questo popolo seppur mescolata con credenze di stampo magico-religioso. In particolare il Papiro di Ebers (1550 a.C.), tra i vari argomenti tratta anche di odontoiatria, citando alcune malattie dentali e vari rimedi per curarle.

Meno religiose e più razionaliste erano le teorie mediche di Ippocrate di Kos, vissuto a cavallo tra il V e il IV secolo a.C. e considerato uno dei padri fondatori della medicina moderna. Molti dei suoi scritti sono confluiti nel Corpus Hippocraticum, dove un intero capitolo (De dentitione) è dedicato ai problemi dentali.

Dopo di lui anche Aristotele tra i suoi scritti ha toccato il tema dell’odontoiatria, parlando di eruzioni ed estrazioni dentali, carie e gengiviti, e consigliando i relativi rimedi, evidentemente necessari per i bravi cittadini delle poleis greche afflitti dal mal di denti.

Anche molti scrittori romani come Galeno e Plinio il Vecchio parlano di cure per i più comuni disturbi dentali, e in particolare Celsio nel suo De medicina parla dell’importanza dell’igiene orale e di pratiche chirurgiche per stabilizzare i denti e gestire le fratture mascellari.

La carie e i vermi dei denti

Come accennato, sull’origine di tali disturbi e patologie c’erano diverse teorie: mentre alcuni gli attribuivano un valore religioso e pensavano di poterli curare con incantesimi e amuleti, altri preferivano un approccio più scientifico, alla ricerca di cause e sintomi.

Una delle teorie sull’origine della carie che è rimasta in voga per moltissimo tempo, è stata incisa a caratteri cuneiformi su una tavoletta ritrovata in Mesopotamia e datata a circa 4000 anni fa. In essa si racconta la leggenda di un verme, che stanco di vivere nel fango chiese agli Dei di poter dimorare nella bocca dell’uomo, per cibarsi delle radici delle sue mascelle e bere il sangue dei suoi denti, scavandovi buchi e cunicoli.

Per quanto oggi possa sembrarci assurda e fantasiosa, la teoria dei vermi dei denti ha avuto molta fortuna presso le antiche civiltà, ed è stata riportata, con alcune varianti, dall’Egitto, alla Grecia, alla Cina, arrivando fino alle soglie del 1700, quando è stata smentita definitivamente dal padre dell’odontoiatria moderna Pierre Fauchard.

Antichi rimedi per il mal di denti

Salvo i casi estremi in cui erano necessarie estrazioni che potremmo definire chirurgiche, gli antichi cercavano di curare le malattie dentali realizzando composti e paste da applicare o strofinare sui denti, o in certi casi da masticare. Masticare legnetti aromatici era inoltre una pratica diffusa per combattere l’alitosi, la più diretta conseguenza delle patologie dentali mal curate.

Gli egizi creavano i loro composti utilizzando in prevalenza sostanze vegetali come argilla, oli, miele, silice e verderame; in Mesopotamia si usavano corteccia, menta e allume, mentre in Grecia un impasto a base di sale, miele e rosmarino.

Per renderli più abrasivi, in molte culture a questi impasti venivano aggiunti anche carbone, gusci tritati e spezie, non rendendosi conto che proprio l’abrasione e l’usura erano tra le principali cause dell’indebolimento dei denti e dei relativi problemi del cavo orale.

Molte ricette di questi composti che sono pervenute fino a noi, ci fanno capire che gli antichi avevano compreso l’importanza dell’igiene orale, e molti ritengono che un primo surrogato del nostro dentifricio sia stato creato dal medico romano Scribonio Largo, che nel suo Compositiones parla di una pasta per i denti fatta con aceto, sale e miele.

Per spalmare tali sostanze sui denti, quando non si usavano le dita, si utilizzavano dei bastoncini, che in genere erano fatti di legno ma potevano essere rivestiti con delle fibre di lino. Per l’introduzione dei primi spazzolini dotati di setole bisognerà aspettare il 1500 e l’ingegnosità dei cinesi, che tuttavia li realizzarono con setole animali che tendevano a deteriorarsi velocemente favorendo la proliferazione dei batteri.

Solo il XIX secolo ha visto la creazione dei moderni spazzolini e dentifrici, che in breve tempo sono diventati beni di consumo diffusi e indispensabili, e che ancora oggi rappresentano la migliore soluzione per prevenire problemi ai denti e alle gengive.

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Antonio Pinza

Quando avevo 3 anni volevo fare l’astronauta, oggi ho le idee molto meno chiare, ma d’altronde chi ha detto che bisogna avere un piano preciso? Nella vita ho “fatto” svariati lavori, praticato sport, viaggiato, letto e mangiato di tutto. Mentre continuo a perdermi nei meandri della mia esistenza scrivo su Vanilla Magazine.