Nella storia del Novecento esistono figure che sembrano appartenere a una categoria particolare della memoria, quella delle persone che divennero oggetto di un tentativo sistematico di cancellazione, quasi che la loro stessa esistenza rappresenti un problema da risolvere e il loro ricordo un ostacolo da eliminare. Una fra le più significative, forse l’esempio di donna più significativa in Italia, è quello di Ida Dalser, la cui vicenda personale si intrecciò con quella di Benito Mussolini, e che trascorse l’ultima parte della propria vita cercando ostinatamente di difendere una verità che riteneva fondamentale, quella di essere stata moglie del futuro dittatore e madre di suo figlio, pagando per il suo desiderio di giustizia il prezzo più alto. Lei era una donna, una signora nessuno. Lui era un uomo, il dittatore dello stato fascista italiano. Lui era il Duce, e lei un ricordo da eliminare.
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La storia di Ida Dalser non è soltanto la storia di una relazione sentimentale finita male, né quella di una controversia a livello legale che ancora oggi alimenta il dibattito fra gli studiosi del ventennio; è la storia di una donna che vide restringersi attorno a sé, anno dopo anno, lo spazio entro il quale era possibile far sentire la propria voce, fino a trovarsi letteralmente isolata.
Di fronte aveva un uomo che nel frattempo era diventato il capo del governo, il fondatore di una dittatura e il centro stesso della politica italiana. È una vicenda che obbliga a interrogarsi non soltanto sul rapporto fra Ida Dalser e Mussolini, ma anche sul funzionamento del potere, sulla fragilità della memoria e sulla capacità di uno Stato autoritario di trasformare una persona in qualcosa che non deve più essere visto, ascoltato o ricordato.
Ma partiamo da principio.
Ida Dalser nasce il 20 agosto 1880 a Sopramonte, nei pressi di Trento. In quel periodo Trento era ancora parte dell’Impero austro-ungarico, e il mondo che la circondava era profondamente diverso da quello che avrebbe conosciuto nel corso della sua vita adulta. L’Europa era ancora dominata dai grandi imperi, l’Italia era una nazione relativamente giovane, unita soltanto vent’anni prima, e le possibilità offerte alle donne rimanevano limitate da convenzioni sociali che rendevano difficile immaginare percorsi di autonomia economica e professionale. Ma Ida è una ragazza indipendente, mostra una personalità forte, e tenta di costruirsi una posizione in modo autonomo.
Suo padre, Albino Dalser, borgomastro di Sopramonte, le fa avere un’istruzione che possono permettersi in pochi, facendola diplomare a Parigi in Medicina Estetica.
Dalle remote campagne trentine approda a Milano, già una delle città più dinamiche dell’Italia di inizio Novecento, e riesce ad aprire il proprio istituto di bellezza, lo chiama “Salone orientale di igiene e bellezza Mademoiselle Ida”. Siamo nella Belle Epoque, e tutto deve avere una parvenza francese, soprattutto quando si tratta di bellezza ed estetica. In più lei a Parigi c’è stata, ha studiato e si è diplomata, quindi ha tutte le ragioni per giocarsi la carta Francia.
Ida è un’imprenditrice in un mondo di uomini, e si colloca in una nuova borghesia urbana composta da professionisti, commercianti e imprenditori che stavano iniziando la modernizzazione del Paese. In un’epoca nella quale molte donne dipendevano economicamente dalle proprie famiglie o dai propri mariti, Ida rappresentava già una figura insolita, capace di mantenersi autonomamente e di prendere decisioni senza dover cercare la protezione di un’autorità maschile.
Quelle frequentazioni milanesi le fruttano una liason di un certo livello. Nel 1912 si fidanza con Giuseppe Brambilla, funzionario dell’azienda farmaceutica Carlo Erba, che ha già 1200 dipendenti, il quale le fa una promessa di matrimonio. Brambilla però a un certo punto si ritrae, siamo all’inizio del 1914, e lei tenta di recuperare l’onore perduto chiedendo un risarcimento da 100.000 lire, che però il tribunale le rifiuta.
Ida è scottata da quel fidanzamento annullato. Ha già 34 anni, all’epoca un’età avanzatissima per sposarsi, e mentre brucia di rabbia per il Brambilla fuggito si accompagna a un giornalista di belle speranze, che ha conosciuto nel 1909 a Trento, e con il quale forse addirittura si sposa in fretta e furia presso la chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Sopramonte nel 1914.
Lui è Benito Mussolini, ma non è ancora il “Mussolini” che conosciamo tutti. Nel 1913 ha 30 anni, è giovane e deve ancora partire per la prima guerra mondiale. Ida non ha scelto un altro colletto bianco dell’industria milanese ma un giovane infuocato di passione politica, all’epoca socialista, che l’ha conquistata con parole e promesse.
Lui le scrive appassionate lettere: «Carissima, a mezzanotte, mentre affrettavo il mio lavoro per passare qualche ora con te, non sei venuta. Io comprendo il tuo stato d’ animo, ma ti prego, ardentemente ti prego, di non precipitare le cose. In questi giorni trovati un appartamentino e io troverò il danaro per pagarlo. Sarai ancora bella, felice, adorabile». Oppure ancora: «Ti ho nel sangue, mi hai nel sangue».
Il tempo per la bella Ida è tiranno, e si fa sedurre dalle parole del giovane romagnolo, di belle speranze ma senza una lira. Forse un po’ più di attenzione l’avrebbe aiutata a capire meglio la situazione, che è tutto meno che felice. Benito Mussolini, oltre ad essere uno spiantato, ha già una relazione con Rachele Guidi, la futura Donna Rachele, dalla quale ha già avuto una figlia, Edda, nata nel 1910 a Forlì, e quindi l’avventura con Ida non può che rappresentare un guaio per tutti.
Fra i due nasce una relazione che, dalle lettere salvate dalla pancia di un pappagallo di casa Dalser, si intuisce esser stata intensa, benché molti aspetti della vicenda siano ancora oggi oggetto di discussione storiografica. Sia come sia, forse i due convolano addirittura a nozze a Sopramonte in provincia di Trento, che non fa parte dell’Italia ma del regno austro ungarico, dove il matrimonio religioso non ha un valore legale.
Sono giorni di effervescenza politica per l’entrata in guerra dell’Italia, che arriverà solo nel 1915, e ricostruire le vicende personali di Mussolini è molto difficile. Sappiamo che la relazione fisica continua almeno fino alla primavera del 1915, quando Ida rimane incinta. Lui continua a rassicurarla, le scrive: «Anch’ io ti amo, mia cara Ida, quantunque non abbia potuto dartene una prova». Accade tutto in pochi mesi. L’11 novembre 1915 nasce Benito Albino, dal nome del padre e del nonno, ma poche settimane dopo, il 16 dicembre, Mussolini sposa Rachele presso l’Ospedale di Treviglio, poco prima di partire per il fronte, matrimonio che verrà confermato il 28 dicembre 1925 con rito religioso e privato.
Ma Ida non si arrende alle circostanze. Lei non ci sta ad esser stata una delle amanti di Benito, così chiede che il figlio venga riconosciuto, cosa che Mussolini fa puntualmente l’11 gennaio 1916, e viene anche obbligato a versare un assegno da 200 lire alla donna per le spese di mantenimento del neonato.
A onor del vero Mussolini non è nuovo nel lasciare cuori infranti in giro per l’Italia, e Benito Albino sarà solo uno dei figli mai accuditi dal futuro duce.
Tra il 1907 e il 1908 Gigia Pajetta Nigris, una donna sposata di Tolmezzo, partorì Candido, di cui però non si hanno testimonianze con cui ricostruire la storia. Poi, nel 1909, Fernanda Facchinelli, un’attivista socialista di Trento, partorisce un maschietto, di cui nel tempo di perde anche conoscenza del nome, che però muore piccolissimo. Dopo di loro Benito Albino, e poi ancora, nel 1920 nasce Glauco Di Salle, dalla veneziana Bianca Ceccato, ragazza minorenne, segretaria del quotidiano fondato da Mussolini “Il Popolo d’Italia”. Glauco avrà un destino lievemente migliore degli altri ragazzi, arrivando a diventare adulto e commediografo. Poi ci sarà Elena Curti, nata a Milano nel 1922, che invece sarà vicina al padre fino alla sua cattura a Dongo, e un sesto figlio, maschio, sarebbe nato nel 1929 da Romilda Ruspi, anche lei già sposata, e messa a tacere con un appartamento a Roma, un garage con distributore di Benzina a Latina e un mantenimento mensile. Oltre questi ce ne sono altri che sono stati indicati come possibili figli naturali, fra cui Vanna Borgo, Asvero Gravelli, Pino Romualdi e Yvon de Begnac. Insomma ci vorrebbe un video dedicato solo per i figli del Duce. Ma torniamo a Ida Dalser.
Mussolini nel 1916 parte per il fronte, dove si distingue sul campo. Il 1º marzo 1916 viene promosso caporale per meriti di guerra, il rapporto Gasti racconta: «Attività esemplare, qualità battagliere, serenità di mente, incuranza ai disagi, zelo, regolarità nell’adempimento dei suoi doveri, primo in ogni impresa di lavoro e ardimento». Il 31 agosto successivo viene nominato caporal maggiore.
Il 23 febbraio 1917 rimane ferito da una quarantina di schegge durante un’esercitazione, e finisce ricoverato prima all’ospedale da campo, poi all’ospedale della Croce Rossa di Milano, dove riesce a farsi prolungare il periodo di convalescenza da un anno a un anno e mezzo, in modo da non dover più tornare sul campo di battaglia.
La lotta la osserva direttamente dal suo letto, ma i protagonisti non sono italiani e austriaci. Alle autorità militari risulta Ida Dalser come sua moglie ufficiale, e quindi le viene comunicato del ricovero di Mussolini per le ferite durante l’esercitazione. Ida immagina un futuro di calore familiare accanto al reduce, del quale ha finanziato il quotidiano vendendo il suo salone di bellezza. Lo certifica persino un documento del sindaco di Milano, che attesta: «la famiglia del militare Mussolini è composta dalla moglie Ida Irene Dalser e da figli numero uno». Forse era una bugia inventata dallo stesso Mussolini, che aveva destinato l’assegno di guerra a Ida per mantenerla, mentre era incinta e sola.
Ida raggiunge Mussolini e siede al suo capezzale, ma riceverà una visita amara. Poco tempo dopo arriva la moglie legittima di Mussolini, Rachele Guidi. Quando si avvicina Ida la riconosce e le grida “Sono io la moglie di Mussolini, soltanto io ho il diritto di stargli vicino”. Rachele, a sua volta vittima delle promesse d’amore di Benito, e sua moglie legittima per lo stato italiano, si scaglia sulla Donna e scoppia una zuffa, con Mussolini immobilizzato a letto, impotente spettatore di quella rissa che ha generato il suo libertinismo.
Mussolini tenta di far qualcosa ma è bloccato dalle bende. Si getta a terra mentre Rachele, donna energica, sta per strangolare Ida. A quel punto intervengono gli infermieri che allontanano le donne, e Ida scappa via. E’ stato un episodio traumatico, chissà che parole sono volate, ma la madre di Benito Albino non si dà per vinta.
Esige che le promesse di mantenimento economico del bambino vengano esaudite. Che Mussolini spedisca le 200 lire mensili, cosa che avviene soltanto a volte, e che la prenda in moglie come promesso chissà quante volte. Dopo la fine della Prima guerra mondiale tenta di entrare nella sede del Popolo d’Italia per dirgliene quattro.
Gli grida “Porco, vigliacco, assassino, vieni giù se hai coraggio”, lui si affaccia alla finestra con una pistola e dice “Bastaaa, è ora di finirla”.
Poi lei viene allontanata, lui trattenuto dai dipendenti. Ma Ida non si dà pace. Scrive al ministro dell’interno Orlando:
“Per 3 anni sono stata la sventurata compagna di Benito Mussolini, direttore e proprietario del Popolo d’Italia e da lui ho avuto un figlio. Quest’uomo mi ha consumato tutto quello che possedevo, e quando col mio denaro è giunto a farsi una posizione, per tutta riconoscenza mi ha gettata col figlio su di una strada, e si è unito a un’altra donna e mi ha completamente rinnegata, non curandosi più del piccino. Io mi trovo pertanto nella miseria più squallida, e con un bimbo al petto che m’impedisce anche di lavorare. I miei mobili sono presso uno strozzino, i miei indumenti personali al monte di pietà, non ho più nulla e la mia miseria è inaudita. Mi trovo in una pensione modestissima, e non posso pagarla”.
Durante la fase finale della guerra Ida viene accusata da una lettera anonima di essere una spia austriaca, e finisce confinata a Firenze. Lei è convinta che dietro tutto ci sia Mussolini, e spedisce una lettera in cui richiede una verifica dei fondi con cui si finanzia il Popolo d’Italia. Il giornalista Mussolini è colpito sulla ferita aperta, e si appoggia ai suoi amici nei ministeri. Ida viene confinata a Caserta.
Il decreto è perentorio: «La Signora Dalser provocava grave pericolo di turbamento dell’ordine pubblico, pel contegno provocante verso la famiglia del professor Mussolini, per i propositi di vendetta da lei manifestati, per le relazioni da lei coltivate, per i raggiri ai quali ricorreva per vivere.»
Da Caserta Ida rivela nomi, date e importi dei finanziamenti segreti ricevuti da Mussolini, e parte un’indagine del ministero. I fondi per il quotidiano vengono dall’estero, è evidente che ci siano influenze nascoste nella creazione del soggetto politico Mussolini e della sua propaganda. Ma la cosa, incredibilmente, si chiude lì. A Ida viene concesso di tornare a Trento, a Sopramonte, dove però c’è un amico di Mussolini che lo mette in guardia: lì una donna porta in giro un biglietto da visita dove si firma Ida Irene Mussolini.
Mussolini risponde al funzionario:
«La persona di cui mi parli è una pericolosa squilibrata e criminale ricattatrice. Falla sorvegliare e cacciala in galera, che è il suo posto naturale».
La richiesta viene esaudita. Presso casa Dalser vengono messi dei poliziotti a piantonare l’abitazione, e Ida inizia la sua vita di sorvegliata a vista.
Lì vive con le sorelle, e nel 1921 una di queste, Adele, si sposa con un borghese altolocato, un direttore di banca, Riccardo Paicher. La coppia prende a cuore il destino del piccolo Benito Albino, e Riccardo dà il proprio cognome al piccolo, che quindi diventa Benito Albino Paicher.
Il 28 ottobre 1922 c’è la famosa marcia su Roma, e Mussolini diventa il Duce che conosciamo tutti. A quel punto è in grado di imporre delle misure ancora più restrittive che tengano confinata Ida nella zona di Trento, ma lei riesce a fuggire e si dirige verso Roma. Vuole chiedere al Duce, per l’ennesima volta, di prendersi le responsabilità per il matrimonio contratto e per il figlio che hanno insieme, ma è tutto vano. A Palazzo Venezia viene bloccata dalle guardie e mandata in un ospedale psichiatrico, dove però non viene riconosciuta come inferma di mente. A quel punto viene rispedita a Trento per direttissima, sorvegliata giorno e notte.
Per calmare le acque Mussolini tenta la carta del denaro, e lo fa attraverso il fratello, che nel mentre è diventato direttore del Popolo d’Italia. Con i fondi del Popolo d’Italia questi acquista 100.000 lire di buoni del tesoro a nome di Benito Albino, una somma enorme, una vera e propria fortuna con cui all’epoca ci si comprava un palazzo in una grande città, soldi che il bambino avrebbe potuto ritirare una volta maggiorenne. Bastava aspettare qualche anno, il 1936, e madre e figlio sarebbero diventati agiati signori di provincia. Ma Ida non ci sta.
La Dalser vuole giustizia, pretende che il suo ruolo di moglie sia riconosciuto, ed evidentemente tira in mezzo persone che non c’entrano nulla. Ce lo racconta suo cognato, Riccardo Paicher, che scrive ad Arnaldo Mussolini, fratello del Duce: «La mia, purtroppo, signora cognata Ida Dalser, nei suoi eccessi di malata isterica e nevrastenica a forma acuta mi diventa ogni giorno sempre più molesta e insopportabile. Sono persino costretto ad astenermi di portare mia moglie in campagna a Sopramonte nella mia proprietà per non subire gli eccessi di quella disgraziata e per non giungere a gravi conflitti.»
Ida è continuamente in cerca di litigi e di scontri, una furia che può esplodere contro chiunque per il suo amore non consumato con Benito Mussolini. Mentre Ida tenta con tutte le forze di riappropriarsi di colui il quale considera marito, il piccolo Benito Albino ha passato qualche anno vicino agli zii materni, compreso Paicher che gli ha dato il cognome, ma anche ad Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, che lo ha seguito a distanza. Del rapporto con lo zio paterno è difficile comprendere la natura. Benito Albino lo descriverà come un uomo buono, ma le azioni dello zio saranno tutt’altro che a vantaggio della salute, soprattutto mentale, di Benito. Insomma luci e ombre di un personaggio da capire.
Per Ida nel 1926 le circostanze precipitano. Siamo al 19 giugno, e durante la visita del ministro dell’istruzione Pietro Fedele a Trento Ida decide di fargli visita perché lo conosce dai tempi di Milano e perché vuole raccontare le proprie ragioni. Ci dice cosa succede Ida stessa, in una lettera scampata alla distruzione: «Al mio apparire fui presa, picchiata, legata, narcotizzata, beffeggiata, gettata nell’auto col bavaglio alla bocca fino alla questura. Colà, dopo avermi perquisita e torturata nei modi più volgari, mi hanno gettata per terra stretta fra una camicia di forza».
L’idea giusta per sbarazzarsi definitivamente della scomoda Dalser viene a un otorinolaringoiatra trentino, centurione della milizia, che ne certifica la pazzia inesistente, e la fa spedire in manicomio.
La sorella e il cognato tentano di farla liberare, scrivono al questore, chiedono giustizia per Ida, che sarà anche ostinata nel volersi vedere riconoscere il suo ruolo accanto al Duce, ma è tutto meno che pazza. Qualsiasi tentativo, però non conduce a niente, anzi, il questore li convoca e li minaccia di farli finir male se avessero continuato a protestare.
Ida viene mandata prima a Pergine Valsugana e poi all’Ospedale di San Clemente a Venezia. Sull’isola della laguna veneta non le sarà possibile scappare e nuocere in alcun modo all’immagine di Mussolini. E’ un internamento politico, non certo legato alla salute mentale di Ida.
Dopo questo episodio in realtà non ci sono altri episodi da raccontare, perché i giorni diventano settimane, le settimane mesi e i mesi gli anni, tutti uguali, tutti passati fra gli ospedali dell’isola Veneta e Pergine Valsugana, mentre colui che Ida considera suo marito governa l’Italia.
Da lì Ida scrive lettere accorate, lettere cariche di sentimenti contrastanti, come non possono che essere per una persona tenuta spesso in isolamento. Quelle lettere non saranno mai consegnate a nessuno. Ida è prigioniera dei suoi pensieri.
Chiede a Mussolini di farla uscire da quel «putridissimo manicomio, dove non hai alcun diritto di farmi seppellire». Lo implora di non «fare insultare la madre di tuo figlio, almeno per la pace della tua coscienza». E ancora: «Ascolta Benito il grido della mia coscienza, ci siamo amati, appassionatamente adorati, siamo uniti nel vincolo del sangue». Poi vorrebbe persino perdonarlo «perché sei il padre di mio figlio». Arriva a fare una profezia che si avvererà: «Non farti potente della tua posizione. Domani potrebbe suonare l’ ora dell’espiazione orribile, implacabile! Tutti ti abbandoneranno». E poi, chissà quando, gli scrive persino: «Va’ là Duce che sei un pover’ uomo».
Le lettere nascoste alle grinfie del fascismo, che avrebbe voluto distruggerle, ci raccontano i pensieri di Ida, raccolti nel libro di Alfredo Pieroni “Il Figlio segreto del Duce”, e da Marco Zeni, nel libro “La Moglie di Mussolini”.
Ida Irene da San Clemente scrive a tutti. Al Re, al Papa, alle autorità. Ma il suo è un urlo in un’aula di sordi. Le autorità, ma non solo, gli infermieri, i dottori e i complici del regime, hanno deciso di spalleggiare quell’occultamento di persona, e ci sono riuscite benissimo.
I parenti di Ida non possono nulla contro la macchina del regime. Li tiene lontani, li minaccia, ne annulla le possibilità di aiuto. Insomma la spirale del regime ha inghiottito la sua persona, per fagocitarne ogni aspetto. Durante un periodo nel manicomio di Pergine Valsugana Ida riesce a scappare dalla finestra della sua cella. Le autorità sono in subbuglio, pensano che sia corsa a Roma per fare chissà cosa a Mussolini e famiglia, ma lei è andata a casa propria, a Sopramonte, per riabbracciare i familiari che le vengono tenuti lontano, soprattutto per rivedere Benito Albino. Ma lì, il suo ragazzo, non abita più da tempo, e la famiglia non ha idea di dove sia finito.
Gli scrive un’ultima, accorata lettera di addio, ormai presagendo il futuro che la attende. Il giorno dopo i carabinieri raggiungono la casa di famiglia e la arrestano, portandola poi all’ospedale di Venezia. E’ difficile immaginare questa donna trentina, che aveva desiderato portare l’estetica di Parigi in centro a Milano, che aveva conosciuto l’amore e per amore si sentiva esplodere i rabbia, confinata fra i muri del manicomio di un’isola minuscola nella laguna veneta, imprigionata dall’uomo e dall’acqua.
E infatti resiste poco. Il 3 dicembre 1937 Ida Dalser muore per emorragia cerebrale, o almeno così scrivono i medici. Viene sepolta in una fossa comune sull’isola di San Clemente, il fascismo decide che non deve avere una tomba riconoscibile. Finisce così, praticamente scomparsa, dove non può dare più fastidio, neanche da morta.
Cosa rimane da raccontare di questa storia da mondo distopico? Ah sì, il piccolo Benito Albino, che segue un destino altrettanto tragico.
Poco dopo il rapimento della madre il bambino viene strappato alle cure della famiglia e mandato in collegio a Moncalieri, dove conduce la propria vita con i compagni. Ma quell’affare va risolto in modo diverso perché in collegio un “Mussolini” è scomodo. Nel 1932 viene adottato da Giulio Bernardi, commissario prefettizio di Sopramonte, che gli dà anche il cognome, e poi viene spedito a fare un corso telegrafisti a La Spezia insieme al nipote di Bernardi, per assicurarsi che non crei problemi. Ma Benitino parla, è socievole con tutti, e racconta della sua vicenda familiare. Tutto troppo scomodo per il Duce.
Nel 1934 Benito Albino si imbarca, o viene fatto imbarcare, sul conte Rosso, una nave con destinazione Shanghai, lontano dall’Italia del fascio littorio. Ma anche lì parla troppo, soprattutto di quell’argomento tabù: la sua famiglia e suo padre. Il comandante Bruno Brivonesi ha paura, e lo fa rimpatriare in Italia. Da lì il passo è breve. Benito Albino finisce ricoverato al manicomio di Mombello, vicino Milano, nonostante un test psichiatrico che non lascia spazio a dubbi: “Il paziente presta attenzione all’interrogatorio: la percezione è pronta; è orientato; memoria di fatti antichi e lontani conservata”.
Benitino di testa sta benissimo, ma deve rimanere isolato dal mondo per non mostrarsi per ciò che è, il primo figlio maschio del duce, che però il duce non vuole in nessun modo. Non rivedrà più la madre, che muore nel periodo in cui lui viene internato.
I medici lo dichiarano incapace di intendere e di volere, e con quel verdetto falso Benito Dalser perde anche le 100.000 lire di buoni del tesoro che gli aveva destinato lo zio Arnaldo, che finiscono chissà dove. Scrive decine di lettere implorando di poter rivedere la madre, ma è tutto invano. Scappa il 27 gennaio 1936, tenta di telefonare per tentare di ordinare un’auto per raggiungere Trento, ma finisce subito riacciuffato e rimesso in isolamento. Sano come un pesce, chiuso in una prigione di omertà.
Il ragazzo si sente perseguitato, dà veramente sintomi di pazzia, è insicuro e terrorizzato, si chiude in se stesso per giorni. Alla fine quel regime, quella vita assurda e distopica, lo hanno fatto ammattire davvero.
Poi scoppia la Seconda Guerra Mondiale, ma Benito Albino non se ne renderà praticamente conto. Non va più a trovarlo nessuno da anni, è abbandonato a se stesso in quel manicomio milanese, dal quale non ha più nemmeno la volontà di fuggire. E’ preda di manie autodistruttive. Si graffia la faccia, la testa, si ferisce il corpo e dà segni di follia. Non parla con nessuno e sta a letto come moribondo. Il direttore chiede il permesso di fargli una terapia di iniezione di insulina. In 30 giorni gliene propinano 30, che lo mandano in coma 9 volte.
Le sue condizioni di salute sono sempre più disperate, e lentamente si spegne, divorato dalla solitudine, dalla pazzia indotta da quel regime disumano. Il 26 agosto del 1942 Benito Albino Mussolini Dalser Bernardi muore. Ammazzato a 26 anni, per la volontà precisa di tenerlo nascosto. Causa della morte “Marasma”, che significa un decadimento totale delle condizioni dell’organismo. Pesava la metà di quando era entrato in ospedale, 7 anni prima.
Sarà solo nel 2026 che verrà fuori il documento con cui il comune di Limbiate attesta il pagamento con cui l’Ospedale Psichiatrico di Mombello paga lire 331,50 per il funerale civile di terza classe del giorno 29 agosto 1942, alle ore 9:30. Nel registro dei defunti della parrocchia Sant’Antonio da Padova a Mombello risulta ancora il nome di Benito Bernardi e la data del decesso, 26 agosto 1942.
Si chiude così la vicenda? Non proprio, perché oltre alla volontà del Duce qui è evidente la rete di persone coinvolte in grado di isolare, arrestare e infine favorire la morte di due persone sane di mente e innocenti. La famiglia Dalser, finito il conflitto, chiede che sia fatta giustizia, e il Pubblico Ministero di Trento apre un’inchiesta. Vengono identificati i medici, i funzionari politici e i militari che hanno reso possibile il sequestro, la prigionia e infine la morte di Ida e Benito Albino, ma è tutto inutile.
Il 4 Gennaio 1947 viene tutto archiviato per l’Amnistia dei reati politici commessi durante il fascismo. Quelle due morti dolorose, lente e criminali, non hanno mai visto nessun colpevole finire a processo ed essere condannato.
Ida Dalser e suo figlio non persero soltanto la libertà. Persero il diritto di essere ricordati. E forse la lezione più inquietante di questa storia è che a cancellarli non fu un solo uomo, ma un intero sistema disposto a trasformare la menzogna in verità e la verità in follia.
Alla fine Mussolini riuscì a liberarsi di Ida Dalser. Però non riuscì a fare una cosa che gli sarebbe piaciuta: impedirmi di raccontare la sua storia, e impedire a voi di conoscerla.

