I Supplizi e la Pena di morte nell’antica Grecia

La pena di morte, come punizione per colpe più o meno gravi, viene applicata nell’antica Grecia fin dai tempi più remoti. Come possiamo saperlo, se le prime leggi scritte risalgono al VII secolo a.C.? Lo sappiamo grazie ad Omero, l’autore dei due più importanti poemi epici dell’antica Grecia, l’Iliade e l’Odissea. Certo, Omero non è una fonte storica, ma al di là del mito, i suoi racconti ci parlano della società greca.

Omero scrive nell’VIII secolo a.C., ma parla di fatti accaduti all’incirca 400 anni prima. Riesce a farlo grazie a informazioni tramandate per via orale nel corso dei secoli, ad esempio dagli aedi come lui. Gli aedi hanno anche il compito di trasmettere, di generazione in generazione, tutte le storie utili a consolidare i modelli di comportamento funzionali al tipo di società dell’epoca. Modelli di comportamento che riguardano anche la pena di morte, e le forme per applicarla. Si parla di un mondo arcaico, dove la giustizia si mescola con la vendetta, dove l’onore personale e familiare viene prima di qualsiasi altra cosa. Questo non significa che non ci siano regole da rispettare, anche se si tratte di regole non scritte.

Nel mondo omerico non esiste una giustizia pubblica, non ci sono giudici e tribunali e quindi non c’è nemmeno una figura che si preoccupi di far applicare le leggi orali. Perché delle leggi ci sono, e seguono l’uso dato dalla consuetudine.

La vendetta privata

La consuetudine è la vendetta privata, che sfocia nella vendetta di sangue se si deve punire il colpevole di reati gravi come l’omicidio. La vendetta non è un’opzione, è obbligatoria quando si subisce un torto, se non si vuole perdere l’onore, sia a livello individuale sia all’interno di un gruppo allargato. All’omicidio di un familiare, ad esempio, è obbligatorio reagire con l’uccisione del colpevole.

Nell’Odissea, quando Ulisse ritorna a Itaca dopo 20 anni di assenza, deve per forza vendicarsi dei Proci. I Proci sono 108 nobili, pretendenti alla mano di Penelope, la moglie Ulisse, che è considerato morto. Tutti loro si comportano da padroni nella reggia di Itaca, anche perché Penelope non può sottrarsi al sacro dovere dell’ospitalità. E progettano anche di uccidere Telemaco, il figlio di Ulisse. Per tutto questo, sono colpevoli di hybris, di tracotanza. L’hybris, un misto di arroganza e orgoglio esagerato, nell’antica Grecia è una colpa, che prima o poi viene punita, spesso per volere divino. Nel caso dei Proci la punizione arriva presto, appena Ulisse torna a Itaca. L’eroe li uccide tutti mentre loro sono dentro la sua casa, dove lui ha potere di vita e di morte. Ma la vendetta non finisce qui. Ulisse non ha pietà per il capraio Melanzio, che lo ha tradito. Lo fa appendere a una trave, “perché lungamente, vivo, soffra atroci torture”, torture che comprendono anche mutilazioni fisiche, come la castrazione. Si tratta di un supplizio chiamato apotympanismos, che ritroveremo anche in eta classica. Ulisse non ha pietà nemmeno per 12 delle ancelle di Penelope, che avevano ceduto alle voglie dei Proci. Finiscono impiccate, un tipo di esecuzione riservata principalmente alle donne.

Come abbiamo detto, nel mondo omerico non esiste una istituzione preposta a decidere e ad applicare le pene. All’interno di una comunità familiare, è il capofamiglia che decide chi deve essere punito e come. Decide per tutti quelli che vivono nella sua casa, intesa soprattutto come l’insieme di persone che la abitano, dalla famiglia in senso stretto ai servi e a tutti coloro che in qualche modo gli sono soggetti. Vita e morte sono nelle sue mani, e nessuna autorità pubblica, civile, militare o religiosa, può interferire con le sue decisioni. Apparentemente, è sempre il capofamiglia a scegliere come giustiziare il colpevole, ma forse non è proprio così. L’esecuzione capitale, anche all’interno delle mura domestiche, segue regole legate ad antichi riti e miti arcaici. Le donne, ad esempio, vengono uccise quasi sempre per impiccagione o sepolte vive.

Il castigo delle donne

Nella Grecia arcaica le donne finiscono quasi sempre impiccate, strangolate o sepolte vive. Lo abbiamo visto con le ancelle di Ulisse, e ne rimane testimonianza anche in epoca classica, nel mito di Antigone.

Creonte, re di Tebe, ordina che il cadavere del nipote Polinice, considerato un traditore, rimanga senza sepoltura, come quello di una carogna. Se qualcuno si azzarda a seppellirlo, sarà lapidato. Ma quell’ordine è iniquo, perché non seppellire un morto significa condannarlo a vagare per sempre sulla Terra come un’ombra. Eppure, in tutta la città solo la giovane Antigone, sorella del defunto, osa disobbedire. Una cosa impensabile, non solo perché si tratta di una ribellione verso il potere del re, ma anche perché chi disobbedisce è una donna. La colpa è quindi doppia, perché nell’Antica Grecia le donne sono totalmente sottomesse all’uomo. Proprio perché Antigone è una donna, Creonte modifica la modalità di esecuzione. Non sarà lapidata, ma sepolta viva in una grotta. Perché Creonte cambia la pena? Il motivo è semplice: la lapidazione avviene nella pubblica piazza in presenza di molte persone, mentre la vivisepoltura è un supplizio più discreto. Perché nasconde agli occhi del mondo sia il giustiziato sia il giustiziere che, in un certo senso, non si assume la responsabilità diretta della morte del condannato, lasciando la porta aperta a un intervento divino. Antigone però preferisce impiccarsi, piuttosto che languire fino alla morte nel ventre di una caverna.

Anche in epoca classica, quando ci sono leggi e punizioni prestabilite per ogni reato, le donne vengono sempre punite fra le mura domestica, anche se sono state giudicate da un tribunale pubblico. A meno che i familiari di riferimento rifiutino di farsi carico dell’esecuzione. Oppure se la donna non è soggetta a un capofamiglia, come nel caso delle etère, cortigiane o prostitute di alto livello culturale, emancipate rispetto alla società patriarcale. Ci sono alcuni casi di donne giustiziate pubblicamente, per omicidio o empietà, ma non rimane traccia di come siano state giustiziate.

Dalla vendetta privata alle leggi scritte

Già nel mondo omerico esiste un’alternativa alla vendetta di sangue, che può essere sostituita da un risarcimento. All’inizio si tratta di beni naturali, e andando avanti nel tempo, di una somma di denaro. L’accordo non avviene però tra le mura domestiche, anzi. Il risarcimento va proposto alla parte lesa nel corso di una cerimonia pubblica,  durante la quale deve risultare ben chiara la superiorità dell’offeso.

La prova di questa usanza ce la dà, ancora una volta, Omero. L’Iliade inizia con il racconto della “ira funesta” dell’eroe più forte di tutti, Achille, offeso dal re di Micene e comandante di tutti i greci, Agamennone. La storia è nota: Achille, dopo aver subito un torto da Agamennone, decide di non scendere più in battaglia. Sarà poi la morte dell’amico Patroclo a fargli cambiare idea, e allora per i Troiani non ci sarà più scampo. Per porre fine alla contesa, per risarcire Achille del torto subito, Agamennone è costretto a coprirlo di doni preziosi. E non può farlo privatamente, ma nel corso di una complessa cerimonia pubblica, proprio perché sia chiaro chi ha torto e chi ragione.

Perché già all’epoca degli eroi omerici, individualisti e ossessionati dal bisogno dei primeggiare, viene usata la pratica del risarcimento? Probabilmente perché, anche prima della nascita delle città-stato, cominciano a farsi strada valori legati al bene comune. Se Achille avesse rifiutato il risarcimento di Agamennone e non fosse più sceso in battaglia, come sarebbe finita la guerra di Troia? Forse, in tutt’altro modo.

Il colpevole di un reato può quindi offrire un risarcimento alla parte lesa per non essere punito, anche in caso di omicidio. Se non lo fa, oppure se il risarcimento non viene accettato, la famiglia della vittima si incarica di giustiziare il colpevole. Andando avanti col tempo, qualcosa cambia. Il concetto di vendetta di sangue privata si trasforma in una sorta di «delega» all’esecuzione della pena, perché la pratica della vendetta viene regolata da codici di leggi scritti. Naturalmente però, nessun legislatore ha la capacità di cambiare dall’oggi al domani regole e consuetudini radicate da secoli.

Più o meno intorno al 620 a.C., per il reato di omicidio nasce la “delega a uccidere”. La colpevolezza o meno dell’accusato viene stabilita da un tribunale cittadino, anche se l’azione legale deve partire sempre dai parenti della vittima. C’è poi un’assoluta novità: il tribunale deve decidere quale tipo di omicidio sia stato commesso. Le categorie sono tre: premeditato, involontario o legittimo. Dopo aver accertato che nessun risarcimento è stato pagato dal colpevole, la polis fa un passo indietro e delega i parenti della vittima a uccidere il colpevole. Questa delega è, in sostanza, una transizione dalla tradizionale vendetta privata a una gestione pubblica delle esecuzioni. 

A introdurre tutte queste novità è l’ateniese Dracone, il legislatore conosciuto per la durezza delle sue leggi, scritte intorno al 620 a.C. Come mai, dopo secoli di leggi orali basate sul diritto consuetudinario, si sente l’esigenza di un codice di leggi scritto? Perché sono anni di conflitto tra l’aristocrazia e il popolo, stanco di soprusi e decisioni arbitrarie. Per evitare pericolose tensioni sociali, i legislatori codificano delle norme che devono essere rispettate da tutti, e i trasgressori vengono puniti tutti allo stesso modo, senza riguardo per il loro status sociale. Dracone passa alla storia per le sue leggi “scritte col sangue”, tanto sono severe, ma forse questa fama è immeritata. Potrebbe essere vero addirittura il contrario. Con quelle leggi scritte, Dracone cerca di mitigare le feroci punizioni previste dall’uso consuetudinario, e vuole anche impedire l’arbitrio dei giudici che, come tutti gli esseri umani, sono corruttibili.

Come si muore: i supplizi capitali

Dopo il V secolo le città stato della Grecia – soprattutto Atene – sono organizzate in modo molto diverso dal mondo omerico. I cambiamenti riguardano l’organizzazione della giustizia, e molto meno i modi per infliggere la pena di morte. Chi intenta una causa, deve dimostrare che il reato è stato commesso. Poi, ad esempio in caso di omicidio, il tribunale deve appurare il grado di colpevolezza, e infine decidere quale pena applicare. C’è anche un’altra novità importante: l’accusato, assistito da un avvocato, può difendersi di fronte ai giudici, cosa impossibile con l’esercizio della vendetta privata. Ancora per decenni, l’esecuzione della sentenza capitale è affidata ai parenti della vittima, ma a partire dal IV secolo a.C. ci sono dei magistrati, gli «Undici», che se ne occupano.

Quando l’omicidio è volontario, cioè premeditato, la pena è la morte. Prima del giudizio finale del tribunale, l’imputato può scegliere l’esilio perpetuo, una sorta di fuga autorizzata dalla quale non è più possibile fare ritorno.

Quando invece l’omicidio è involontario, o comunque non premeditato, la pena è l’esilio. Se invece i parenti della vittima perdonano il colpevole, la faccenda si conclude con il pagamento del risarcimento.

Il terzo tipo di omicidio è quello legittimo. In alcuni casi, l’uccisione di una persona non è considerata reato e non è punita. Ad esempio, quando è del tutto involontaria, come può succedere durante le gare fra atleti. Oppure quando in battaglia si provoca la morte di un commilitone, o ancora, se si reagisce a un attacco personale, come l’odierna legittima difesa. E’ più interessante, per le conseguenze secolari nel nostro sistema giuridico, un particolare caso di omicidio legittimo. Si può uccidere un uomo quando è sorpreso in flagrante adulterio con la moglie, la figlia, la sorella, la madre o la concubina. Il collegamento con il delitto d’onore, previsto dal Codice penale italiano fino al 1981 (molto dopo l’entrata in vigore della legge sul divorzio e la riforma del diritto di famiglia) è abbastanza evidente.

Apotympanismos

L’omicidio volontario viene punito con l’apotympanismos, un supplizio lento e doloroso simile alla crocifissione. Il condannato viene assicurato a un palo verticale con un collare e dei ramponi metallici per polsi e caviglie. La tortura può andare avanti per giorni interi, prima dell’arrivo della morte per sete o fame, o per l’assalto di animali. Abbiamo visto che muore così il capraio traditore Melanzio, a dimostrazione di come le esecuzioni siano rimaste immutate da secoli. La prova che si facesse uso di questo supplizio ad Atene è arrivata con la scoperta di diciassette scheletri, in un cimitero di epoca precedente al 638 a.C., nei pressi dell’antico porto di Falero, poco distante da Atene. Tutti i resti delle vittime mostrano le tracce dei cerchi di ferro intorno agli arti e al collo, con ancora qualche frammento del legno al quale erano assicurati.

L’apotympanismos è il supplizio destinato agli assassini, ma anche a ladri, traditori e malfattori come i mercanti di schiavi che non rispettano le regole.

Lapidazione

La lapidazione, invece, è un supplizio che le poleis non usano più. Ne parlano Omero, e anche altri autori che raccontano storie dell’età arcaica, quella degli eroi, per intenderci. Probabilmente veniva usata solo in un contesto di vendetta collettiva, nei confronti di chi aveva provocato un danno alla comunità. Nell’Iliade, ad esempio, il virtuoso eroe troiano Ettore fa una considerazione, del tutto teorica, ma significativa. Il fratello Paride, secondo lui, meriterebbe di essere lapidato perché con il suo comportamento sconsiderato ha causato la guerra di Troia. La lapidazione era forse una sorta di rito di espiazione, legato a tradizioni ancestrali, che potrebbero risalire addirittura all’epoca dei cacciatori- raccoglitori. Le poleis civili dell’età classica scelgono supplizi meno plateali.

La precipitazione

La pena di morte per chi offende gli dèi, e quindi mette a rischio l’intera comunità, è la precipitazione. La vendetta divina è molto temuta nell’Antica Grecia, e le poleis si mettono al riparo condannando a morte chi ha osato offendere gli dei. Si tratta, in un certo senso, di un sacrificio che serve a placare l’ira della divinità in questione. Con la precipitazione, i colpevoli di empietà vengono dati simbolicamente in pasto alle divinità dell’oltretomba. Loro sono lì ad aspettarli, con metaforiche bocche aperte: le crepe del terreno sul quale si schianta il corpo del condannato.

Ad Atene, per questo supplizio c’è il barathron, che fino al V secolo a.C. era forse un crepaccio che si apriva nell’Aeropago, una collina rocciosa tra l’Acropoli e l’Agorà. Poi, secondo Platone, la voragine della morte si trovava lungo una strada tra la città e il Pireo. Finisce nel barathron anche chi commette un reato contro la comunità, “contro il popolo degli ateniesi”, in breve, i traditori. Cosa che riconferma il carattere sacrale dell’esecuzione, anche se forse gli ateniesi non se lo ricordano nemmeno più. La precipitazione è un supplizio sacrale perché, in sostanza, si tratta di un’ordalia: se il condannato è innocente, viene salvato da una divinità, mentre la sua morte è la conferma della sua colpevolezza.

A Sparta

A Sparta le cose sono un po’ diverse. I delinquenti comuni sono gettati in una voragine del Monte Taigeto, poco distante dalla città. La voragine oggi è stata identificata con la grotta di Kaiadas. Nell’antichità, ne parlano Pausania, un geografo greco del II secolo d.C., e il biografo Plutarco, tra il I e il II secolo d.C.

A dare ascolto a Plutarco, nella grotta sono gettati anche i neonati apparentemente deboli e deformi. Pausania invece racconta che nel Kaiadas vengono precipitati i colpevoli di gravissimi delitti, i prigionieri di guerra, e tutti i nemici della città.

Qualche decennio fa, tre ricercatori hanno scoperto che in realtà, nella grotta, non c’è traccia di ossa di bambini. Plutarco è stato definitivamente smentito. Ci sono solo scheletri di maschi adulti, e quindi di condannati a morte per un qualche delitto, o di prigionieri di guerra. Anche a Sparta, i condannati possono sperare in un intervento divino, che ponga rimedio a una sentenza ingiusta. Pausania racconta, ad esempio, di un guerriero che sfugge alla condanna a morte. E’ Aristomene, che lotta per la libertà della Messenia ed è nemico irriducibile di Sparta. Gli spartani lo gettano nella grotta di Kaiadas, ma lui riesce a salvarsi grazie all’aiuto di un’aquila e di una volpe.

La morte di Socrate

Chiudiamo il discorso sulla pena capitale nell’antica Grecia, con il racconto della morte di Socrate. Perché la sua, è una condanna che è diventata simbolo di una giustizia ingiusta, e ci parla della paura del dissenso, dell’arroganza del potere e del valore della coerenza. Sembra oggi, e invece è successo 2500 anni fa.

Ad Atene, all’incirca dalla fine del V secolo, i condannati a morte vengono uccisi per avvelenamento, con la cicuta. Non tutti però, solo chi può permettersi di pagarsi da sé il veleno, molto costoso. Il filosofo Socrate è, senza dubbio, la vittima più famosa di questo tipo di esecuzione. Perché Socrate viene condannato a morte? Il filosofo ha attraversato senza troppi problemi diverse stagioni politiche della città di Atene. Ha vissuto lo splendore dell’era di Pericle, e superato senza problemi la parentesi del regime oligarchico dei Trenta Tiranni. Una forma di governo che gli ateniesi hanno dovuto accettare, nel 404 a.C., dopo la vittoria di Sparta nella guerra del Peloponneso. Socrate non è ostile a Crizia, che guida il governo filo-spartano. Tra l’altro, Crizia è lo zio del suo discepolo Platone, ed è stato anche suo allievo. Dopo circa un anno, Atene torna alla democrazia, dopo aver cacciato i tiranni. Socrate si trova in una posizione scomoda: è forse amico degli odiati Spartani, e per di più ateo? In realtà, i rappresentanti del nuovo governo temono Socrate per la forza del suo pensiero, per la capacità di smascherare i loro inganni e per il seguito che ha presso i cittadini di Atene. Alla fine, Socrate viene accusato di non credere agli dèi tradizionali della città, anzi, di introdurre divinità nuove. E, ancora peggio, di corrompere i giovani.

È evidente che si tratta di un processo politico. La giuria di 501 cittadini condanna a morte il filosofo, ma con uno scarto di voti minimo, circa 60, secondo Platone. Ma la vicenda non finisce lì. Nel caso di giudizio per empietà, il condannato può chiedere una pena alternativa, come l’esilio, oppure di pagare un risarcimento in denaro, che i giudici popolari metteranno nuovamente ai voti.

Socrate allora chiede, a mo’ di provocazione, di essere mantenuto a vita dai cittadini ateniesi. Poi, cede alle insistenze di amici e allievi, e offre un risarcimento in denaro, a quanto pare irrisorio. Rifiuta invece la proposta di tentare una fuga, perché preferisce morire rispettando le leggi della città, anche se inique. Insomma, sembra davvero che il filosofo faccia di tutto per far confermare la condanna a morte. Socrate dà un estremo esempio di coerenza: il suo sacrificio dimostra l’importanza di esercitare il proprio pensiero critico, anche quando è destinato a soccombere di fronte all’arroganza del potere. È il 399 a.C. Socrate subisce un nuovo processo, durante il quale viene condannato alla precipitazione. Il filosofo, invece, andrà incontro a una morte dolce, per avvelenamento, all’interno del carcere e circondato dall’affetto dei suoi amici. Come mai questo privilegio? Perché un processo politico, allora come oggi, rischia di avere delle conseguenze destabilizzanti, ed è nell’interesse del governo ateniese agire con la massima discrezione possibile, senza oltraggiare la dignità del condannato, che certamente non è un delinquente comune.

La pena di morte rimane in vigore in Grecia, dalla lontana età del bronzo fino alla grandezza dell’età classica, come in tutti gli Stati del mondo antico. Nella Grecia moderna, la pena di morte viene abolita nel 1993.


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