L’inferno, diceva De Andrè, esiste solo per chi ne ha paura. E si dovrebbe aggiungere che ne ha paura perché lo conosce bene, perché lo ha già dentro di sé e lo ha inflitto agli altri ogni volta che ha potuto.

L’inferno, dunque.

Quello che i gesuiti del collegio irlandese in cui studiò James Joyce alla fine del XIX secolo descrivevano in maniera da far impallidire gli autori dei più terrificanti film splatter (lo scrittore lo ricordò con dovizia di particolari in “Dedalus”), eppure fu molte volte superato da quello che si vide realmente sulla Terra durante il XX.

L’inferno nei mosaici del Battistero di Firenze

Immagine di Sailko via Wikimedia Commons – licenza CC BY 3.0

Del nazismo si è sempre detto (almeno da parte delle persone di buonsenso) tutto il male possibile. Ma forse il problema è che non se ne è ancora detto abbastanza. Forse è solo così che si spiega come mai la massima e ineguagliabile aberrazione del pensiero umano continui a trovare, a decenni dalla sua fine, un numero non proprio trascurabile di seguaci e simpatizzanti.

Il nazismo, oltre a tutto il resto, è stato una sorta di divinità perversa, come il Saturno che mangia i suoi figli nell’agghiacciante quadro di Goya, capace non solo di pretendere un’obbedienza cieca e passiva dai suoi seguaci, ma anche di divorare senza pietà tutti quelli tra loro che non abbiano fatto in tempo a fuggire lontano.

Saturno che divora i suoi figli – Francisco Goya, 1821/23

Immagine di pubblico dominio

Siamo a Demmin, in Pomerania, ed è il 29 aprile 1945.

La Pomerania è la regione più a Nord-Est della Germania, affacciata sul Mar Baltico e confinante con la Polonia; anzi, con quello che un tempo era il famigerato “corridoio di Danzica”, la cui ossessiva rivendicazione era stata il casus belli che aveva determinato l’attacco del 1° settembre 1939.

Mappa della Pomerania

Immagine di Kelisi via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Per un qualunque tedesco, in quel preciso momento, non è certamente il miglior posto in cui trovarsi. Da Est stanno arrivando, a grandi passi, le armate sovietiche. Fino a pochi giorni prima, la propaganda nazista garantiva che il nemico sarebbe stato fermato molto prima di mettere piede sul sacro suolo della patria, mentre adesso appare evidente che i non molti soldati lasciati a difesa della città, quasi tutti riservisti, non vedono l’ora di squagliarsela il più lontano possibile.

Demmin è un’antica città anseatica che si trova tra i boschi in un’area paesaggisticamente molto suggestiva, caratterizzata dalla confluenza di tre fiumi (il Peene e i suoi affluenti Tollense e Trebel); elegante, prospera e ricca di Storia, su di essa la guerra è passata quasi senza lasciare traccia. Qualche privazione ma senza esagerare, nessun bombardamento, nessun episodio di quella particolare violenza, peggio che bestiale, che i nazisti hanno sempre lasciato dietro di sé a partire dal 1933. Non che i suoi abitanti non siano nazisti, anzi: lo sono e pure fedelissimi. Sono, tuttavia, di quelli che hanno conosciuto solo la “faccia buona” del nazismo, quella dei servizi sociali e della piena occupazione.

Demmin, racchiusa dal fiume Peene a nord e ad ovest, e dal fiume Tollense a sud. I ponti furono fatti saltare in aria dalla Wehrmacht in ritirata mentre l’Armata Rossa si avvicinò alla città da est

Immagine di openstreetmap.de via Wikipedia – licenza CC BY -SA 2.0

Il 29 aprile 1945 i sovietici sono alle porte della città. Dal momento in cui, con l’operazione Barbarossa, Hitler ha dato inizio all’invasione dell’Urss, sono trascorsi 1409 giorni e quasi tutti i soldati sovietici li hanno trascorsi in prima linea, senza neppure un giorno di licenza, affrontando ogni genere di privazioni, rischiando la vita e vedendo morire i propri amici ogni giorno, ripercorrendo a ritroso tutta l’avanzata dei nazisti durante la prima fase del conflitto, ossia attraversando le terre da essi devastate.

Soldati sovietici catturati nella “sacca di Minsk” – 1941

Immagine di Bundesarchiv via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

In ognuno di quei 1409 giorni sono morti, in media, 2.100 tedeschi e oltre 14.100 sovietici. La differenza tra le due cifre la fanno i civili, che i tedeschi hanno massacrato con una ferocia mai venuta meno. Da quel 22 giugno 1941 sono morti, per mano dei tedeschi, qualcosa come 20 milioni di sovietici.

Combattimenti nelle strade di Kiev – 1941

Immagine di Bundesarchiv via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Ma in quel frangente, a guerra quasi finita, quei soldati sovietici consapevoli di combattere un nemico che non li considera nemmeno esseri umani e pretenderebbe di cancellarli dalla faccia della Terra, sono alle porte di casa di quello stesso nemico, praticamente inerme.

Sulle spaventose violenze dei soldati sovietici ai danni dei civili tedeschi nei mesi successivi all’aprile del 1945 si è già scritto molto. Ma solo adesso si comincia a parlare in dettaglio di un fenomeno per molto tempo sottovalutato, legato allo stesso contesto: i suicidi di massa di civili tedeschi, man mano che la Germania veniva invasa dai nemici. Pochi (ma non pochissimi) a Ovest; moltissimi a Est. A raccontarli nei loro agghiaccianti dettagli è lo storico tedesco Florian Huber nel libro “Promettimi che ti ucciderai”.

Demmin è un caso paradigmatico. I suicidi collettivi cominciarono quel 29 aprile, quando le truppe schierate a difesa della città si ritirarono oltre i ponti sul Peene e li minarono, per prendersi un vantaggio sugli invasori, abbandonando la popolazione civile al suo destino. A quanto risulta, quello stesso giorno, alcuni esponenti della comunità locale (un sottufficiale delle forze ausiliarie, un dirigente pubblico, un poliziotto, un possidente e un falegname) si uccisero impiccandosi o sparandosi, insieme a tutte le loro famiglie, per un totale di 21 persone. In mezzo a queste, c’erano due bambini di tre anni, che furono impiccati uno dal padre e l’altro dalla madre.

Quei 21 suicidi sarebbero stati solo il preludio a una tragedia molto più grande.

I sovietici, appena entrati in città, fecero esattamente ciò che ci si aspettava che facessero: razziarono qualsiasi cosa, sopratutto cibo, occuparono tutte le case, stuprarono tutte le donne in cui si imbatterono, si ubriacarono con i vini pregiati delle cantine dei notabili e diedero fuoco al centro della città. Alcuni abitanti scapparono nei boschi intorno all’abitato e, anche se patirono moltissimo il freddo della notte, riuscirono a evitare guai peggiori.

Fu l’incendio, probabilmente, a scatenare gli istinti suicidi che molti abitanti di Demmin dovevano già covare. Due mesi dopo, secondo una contabilità approssimativa tenuta da due superstiti (madre e figlia), risultavano morte per suicidio almeno 600 persone. Di queste, però, solo un terzo sarebbero state registrate come tali all’anagrafe.

La maggior parte dei suicidi avvenne in casa. Intere famiglie si chiusero dentro e usarono ogni mezzo per togliersi la vita prima che arrivasse l’invasore. Una studentessa che si era ritrovata separata dalla sua famiglia quando i sovietici avevano preso possesso della loro casa, ritrovò dopo lunghe ricerche i suoi parenti in un altro edificio, tutti evidentemente morti suicidi. Un insegnante che non era stato mai molto convinto dal nazismo ma lo aveva seguito fino in fondo, per ragioni di opportunismo, sparò a tutti i suoi familiari, poi si appostò dietro una finestra, esplose alcuni colpi di pistola contro i sovietici in arrivo e impiegò l’ultimo proiettile per spararsi alla testa.

Chi aveva provato a scappare, subito prima o subito dopo l’arrivo dei sovietici, finì per lo più per annegarsi. Tra loro ci furono soprattutto molte donne, che si tirarono dietro i figli.

Morire annegati in fiumi come il Peene e i suoi affluenti, dalle coste paludose, non era affatto facile, e i bambini non avevano nessuna voglia di morire. Alcuni riuscirono a strapparsi dall’abbraccio mortale delle madri e ad allontanarsi da esse, salvandosi. Altri furono trascinati a fondo perché le madri li avevano legati a sé. Vi furono anche casi di madri che annegarono a forza i propri figli e poi non riuscirono a suicidarsi perché le acque non erano abbastanza profonde, né le correnti abbastanza forti.

Altri ancora si uccisero nei boschi, avvelenandosi, sparandosi o impiccandosi agli alberi.

Il Peene riportò a riva corpi e abiti di cadaveri per diverse settimane

Purtroppo dei suicidi di Demmin non è rimasta un’adeguata documentazione fotografica. Ne esiste invece una ricchissima e terrificante dei suicidi di Lipsia, 170 km a Sud-Ovest di Berlino, perché lì arrivarono prima gli americani, al seguito dei quali c’erano due fotoreporter, entrambi donne: Margaret Bourke-White e Elizabeth Miller.

Nel municipio della città, il 20 aprile 1945, furono rinvenuti i corpi di diversi personaggi di spicco del Partito Nazista locale, insieme ai loro familiari stretti, tutti suicidi.

Le immagini del tesoriere comunale Kurt Lisso alla sua scrivania, con la moglie seduta di fronte e la figlia adolescente sul divano, tutti elegantissimi come se stessero per andare a una serata tra amici e quasi messi in posa, hanno tutto ciò che occorre per diventare delle foto iconiche del XX secolo ma, evidentemente, il tema troppo scabroso ne ha limitato la diffusione.

Perché ci furono tanti suicidi in Germania, in quei giorni?

Una causa è sicuramente il crollo stesso del nazismo, in cui molti avevano davvero creduto come in una religione. Ai più irriducibili fanatici, la sopravvivenza in un mondo senza nazismo doveva essere sembrato un destino peggiore della morte.

Ma sicuramente pesarono anche i racconti dei soldati tedeschi in rotta, provenienti dal fronte orientale, che rivelarono alla popolazione civile quanto avevano visto dei crimini perpetrati dai loro commilitoni man mano che penetravano in territorio sovietico.

Molti tedeschi dovettero affrontare il doppio orrore di scoprire d’essere stati sostenitori di una banda di spietati criminali e, subito dopo, di ritrovarsi alla mercé di un popolo ferito e assetato di vendetta che non avrebbe fatto distinzioni al momento di regolare i conti. Non si può comprendere cosa possa essere passato nella mente delle persone coinvolte, ma non occorre molta fantasia per immaginare come il primo inferno che dovettero affrontare, prima ancora di quello reale, lo incontrarono nella propria anima, e fu sicuramente il più spaventoso.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.