I Solomonari: allievi del Diavolo del Folklore Romeno

La Romania è una terra ricca di leggende e paesaggi misteriosi, in cui si respira ancora oggi una profonda sacralità. L’Occidente austro-ungarico si è intrecciato con influenze slave, orientali e ottomane, generando un denso patrimonio di storie, musiche e sapori che sono sia esotici sia comprensibili, quasi famigliari, per la nostra cultura europea.

Addentrandoci nei villaggi, sentiamo parlare non solo di vampiri, ma anche di antichi giganti dalla natura benigna; del temibile principe della notte, Zburatorul, che scende sulla Terra sotto forma di stella cadente, raggiungendo le ignare vittime all’interno dei loro sogni; e delle Ielele, fate notturne con campanelli annodati alle caviglie che alcuni credono essere le figlie immortali di Alessandro Magno.

Tra le molte storie passate di bocca in bocca ce n’è una così antica da risalire ai tempi dei romani: la leggenda dei Solomonari. Si tratta di maghi sospesi tra il nostro e l’Altro Mondo (noto anche come Tărâmul Celălalt), dotati fin dalla nascita di poteri che imparano a governare durante gli anni di addestramento a Scholomance, la scuola sotterranea di proprietà del Diavolo.

Una volta varcate le soglie dell’accademia gli apprendisti non potranno uscire o dare notizie ai familiari per 7 anni. Questo è il prezzo per scoprire i misteri di cielo e terra e imparare la lingua segreta della Magia; un prezzo che, stando a Bram Stoker, lo stesso Dracula avrebbe pagato, scegliendo di frequentare Scholomance.

Tradizionalmente i Solomonari sono descritti come individui alti, dai capelli ramati e nati o “con la camicia” o per settimogeniti (magari all’interno di una famiglia in cui ci sono dei monaci). Si aggirano per le campagne chiedendo l’elemosina, sono vestiti di candidi abiti in lana e portano spesso delle bende per rendere più credibile il loro travestimento da mendicanti, talvolta simulando qualche deformità o brutte cicatrici. Non dormono nelle case, preferendo riposare in caverne e boschi, e si nutrono solo di uova, latte, farina e miele.

Oltre a queste caratteristiche, i Solomonari possono essere identificati attraverso quattro oggetti dai quali non si separano mai:

Un libro, un bastone, un’ascia e una corteccia di betulla

Il libro contiene tutto il sapere accumulato nel corso degli studi e permette di interpretare i linguaggi non umani. Il bastone, usato per uccidere un serpente durante l’ultima prova di Scholomance, segna la fine dell’addestramento. L’ascia è l’artefatto con cui rompere la cosiddetta “Croce del Ghiaccio”, ossia in grado di spezzare il cielo, causando tuoni e violente tempeste. Infine, dalla corteccia di betulla hanno ricavato le redini per controllare gli Zmeu, draghi nati da serpi che non hanno mai morso un essere umano.

Come i loro padroni, anche gli Zmeu devono crescere isolati e, solo dopo essere rimasti in un luogo secco per 12 anni, possono sviluppare un paio d’ali. In seguito, si aggireranno per le valli bevendo grandi quantità d’acqua, che trasformeranno in pioggia e grandine su ordine dei Solomonari (oppure, secondo un’altra versione, su ordine del miglior allievo di ogni classe di Scholomance. Questi alunni eccellenti, al termine degli studi, otterrebbero dal Diavolo in persona il potere di comandare gli Zmeu e il titolo di Wettermacher, “creatore del tempo”).

La vita solitaria dei Solomonari, tuttavia, non termina una volta cresciuti, perché, per mantenere i propri poteri, bisogna giurare di non sposarsi e fare voto di castità. In quanto alle famiglie d’origine, invece, il rapporto tende a cessare con la scoperta dei poteri. Infatti, quando dei genitori capiscono di avere un figlio magico, ne hanno timore e lo affidano volentieri alle cure di altri individui come lui. Stesso sentimento è diffuso nei villaggi, dove i Solomonari, sia che vengano ritenuti dei santi sia che siano visti come esseri demoniaci, appaiono minacciosi ed estranei alla comunità.

In questo, non aiuta certo la loro indole vendicativa e incline a repentini sbalzi d’umore e, alle volte, i comportamenti dei Solomonari sono talmente insostenibili da rendere necessario l’intervento di un Contrasolomonar, ossia un ex-Solomonar identificato col nome di Maestro Pietrar (dal termine piatra, uno dei modi per chiamare la grandine). Egli ha rinunciato al suo ruolo, scegliendo di vivere come un umano, ma non ha scordato i segreti appresi a Scholomance e può contrastare i suoi simili.

Per quanto possa apparire bizzarro, le richieste di simili interventi non sono attestate soltanto nelle leggende, bensì ne esistono tracce all’interno degli archivi di paesini sparsi per le campagne, alcuni dei quali risalenti al XX secolo. Nelle carte si trovano accordi tra i Maestri e gli agricoltori, in cui i secondi si impegnano a versare un tributo annuale in cambio di protezione dei loro campi dagli umori altalenanti dei Solomonari. In aggiunta, ancora oggi si possono trovare presunti testimoni oculari nei villaggi transilvani e moldavi.

Ma da dove nasce una storia del genere? È impossibile dirlo con certezza e, sebbene il termine solomonar compaia nel vocabolario rumeno intorno al XVII secolo, l’origine della leggenda risale all’epoca pre-Cristiana. In principio, però, i Solomonari avevano un’accezione quasi esclusivamente benevola, mentre i tratti più negativi sono stati inseriti dopo l’avvento del Cristianesimo. I Maestri Pietrar, ad esempio, sembrano derivare dal sospetto con cui il clero vedeva delle creature pagane.

L’etimologia della parola solomonar, invece, pare legarsi alla figura di Salomone, il sovrano biblico che, secondo storie medievali come “Salomone e Marcolf” e pratiche gnostiche del Rinascimento, possedeva artefatti alchemici e la capacità di controllare i venti, oltre a essere un uomo dedito alla Giustizia, di enorme rettitudine e cultura, tutte caratteristiche che lo avvicinano ai Solomonari. Il dottor Friedrich Von Mueller (1858 – 1941) si spinge oltre, azzardando la teoria che questi stregoni siano i veri e propri eredi di “Kaiser Salomo”.

Infine, la figura del Solomonar pare essere la rielaborazione fantasiosa di gruppi etnici storicamente esistiti. Potrebbe derivare dagli Evreilor Rosii, ossia “ebrei rossi”, date le numerose somiglianze nelle descrizioni fisiche, e, in tal caso, sarebbe da ricondurre agli antichi Cazari, tribù nomadi dell’Asia Centrale convertite al Giudaismo nel periodo della fondazione del Kahnato. Altrimenti, stando alla tesi di Traian Herseni (1980), si rifarebbe ai Ktisai, gli asceti Geto-Daci descritti da Strabone e soprannominati proprio dal geografo romano Kapnobatai, “viaggiatori tra le nuvole”, come se quegli individui che si astenevano dai piaceri avessero anche poteri magici. Le fonti non ci consentono di scegliere l’una o l’altra opzione, ma è probabile che persino Giulio Cesare abbia sentito parlare dei misteriosi stregoni dalla vita solitaria in grado di comandare le piogge e, proprio come noi, si sia chiesto chi fossero davvero.


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